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Aleksievich, Chernobyl resta una lezione

Rosalba Castelletti, la Repubblica, 11 giugno

Redazione InPi¨ 13/06/2019

Aleksievich, Chernobyl resta una lezione Aleksievich, Chernobyl resta una lezione Svetlana Aleksievich visitò Chernobyl per la prima volta quattro mesi dopo l’incidente alla centrale nucleare dell’aprile 1986. «Tutto sembrava uguale a prima - dice in un'intervista con Rosalba Castelletti su Repubblica -, ma non lo era: non si poteva toccare nulla, non era permesso fare il bagno, né raccogliere i fiori. Ho subito capito che il mondo stava cambiando». Nel silenzio generale, la giornalista e scrittrice bielorussa, Premio Nobel per la letteratura, raccolse le voci dei protagonisti della devastante tragedia: le paure delle mogli degli operai della centrale e la sofferenza dei soldati mandati a ripulire il territorio. Trentatré anni dopo, il libro Preghiera per Chernobyl, pubblicato in lingua russa nel 1997 e tradotto in Italia nel 2004 da E/O, ha ispirato la miniserie tv il cui primo episodio è andato in onda ieri in Italia dopo aver ottenuto negli Usa il più alto gradimento di sempre per un prodotto cinematografico. «Quando ho firmato il contratto con i produttori statunitensi avevo dubbi sul risultato», confessa Aleksievich parlando al telefono da Minsk. «Invece hanno catturato l’essenza del mio libro. Sono riusciti a mostrare la futura Apocalisse e a far riflettere sui pericoli che corre l’umanità». Signora Aleksievich, secondo lei quali sono le ragioni del successo della serie tv? «La coscienza ambientalista che si sta formando oggigiorno. Siamo testimoni di come stiano cambiando la natura e il clima. Capiamo che non sempre riusciamo a controllare le tecnologie di cui disponiamo. Non sappiamo neppure quanto a lungo dureranno gli effetti dell’esplosione di Chernobyl: c’è chi dice decine di anni, chi centinaia. La gente comincia a capirlo. Il merito della serie è avere risvegliato questa coscienza e di parlarne con un linguaggio moderno». Nel suo libro scrive che “sta registrando il futuro”. Quel che è successo Chernobyl si è ripetuto a Fukushima. Potrebbe accadere di nuovo? «È evidente. Il progresso tecnologico va in questa direzione. Siamo circondati da macchine. Oramai compongono poesie e battono a scacchi i Grandi Maestri. Che cosa succederebbe se avvenisse un imprevisto? In una civiltà avanzata come quella giapponese, è bastata una forza maggiore come lo tsunami a spazzare via le sue conquiste. Il progresso oggi è una specie di guerra: una guerra contro la natura e contro l’uomo. Chernobyl è una guerra attuale: le guerre del futuro saranno così. E da una guerra così nessuno si salverà, da nessuna parte». Lei ama definirsi una “storica dei sentimenti”. Quanto è stato complesso raccogliere le testimonianze sul disastro? «È stata la ricerca più difficile: non soltanto per il numero di persone che ho ascoltato, ma perché non avevo punti di riferimento. Per la prima volta nella storia ci fu un tentativo di Apocalisse. Né gli scienziati, né la gente erano pronti. Ci trovammo in un vuoto. Ecco perché, in un Paese ateo, si riempirono le chiese. Tutti mi dicevano: “Siamo delle ‘persone-scatole nere’. Registriamo informazioni per tutta l’umanità”. Ho dovuto formulare una nuova concezione del mondo, non solo aggregare una mole di dati terribili». In Russia, tuttora, non si parla quasi mai di Chernobyl. Perché c’è questo vuoto attorno al disastro? «Innanzitutto perché non è mai stato capito nel suo insieme dalla nostra élite culturale. Vladimir Putin è un politico del passato che vive di categorie del passato, come immaginare continuamente che ci siano nemici che vanno eliminati. Mentre il vero nemico è un altro. Quando andai a Chernobyl per la prima volta fui colpita dal fatto che tutto sembrava uguale a prima, ma non lo era. Il mondo di colpo era cambiato». Dal suo libro emergono tutte le contraddizioni dell’homo sovieticus. Quanto contribuì ad aggravare gli effetti del disastro? «Il sistema sovietico era imperniato su una mentalità schiavista e militare, sulla subordinazione. Questo non fece che frenare la presa di decisioni vitali. E il serial è riuscito molto bene a fare vedere questa “verticale della menzogna”». Il regime si è mai ripreso dalla perdita di credibilità che causò la catastrofe? «Non si riprese mai. Si sfasciò e basta. L’incidente di Chernobyl e la sconfitta in Afghanistan assestarono i colpi finali che fecero crollare l’Urss». C’è chi vede nel reattore una metafora dell’Urss, datata e destinata all’implosione. È d’accordo? «È sbagliato pensare che l’incidente di Chernobyl sia legato solo all’Urss. Va visto sotto una prospettiva più ampia. È un rischio per la nostra civiltà, per l’intera umanità». In Russia la serie tv ha destato molte polemiche. Alcuni editorialisti l’hanno definita il prodotto di cospirazioni straniere o un tentativo di screditare la compagnia nucleare Rosatom. E la rete “Ntv” ha persino annunciato che lancerà una serie tutta russa. Perché tanto scalpore? «Lo slogan principale nella Russia di oggi è “siamo circondati, tutti ci vogliono male”. In realtà il mondo teme “l’orso russo” che fino a poco tempo fa aspirava a essere accolto dal mondo, ma non ci è riuscito. I tentativi di difendere l’Urss sono dovuti alla frustrazione: le ricchezze del Paese sono custodite nelle banche occidentali, mentre la popolazione fa i conti con la crisi». La sua scrittura è stata definita “polifonica” dal Comitato del Nobel: una sinfonia di vite ordinarie, come quella del pompiere Vasilij Ignatenko e della moglie Ljudmila che compaiono anche nel serial. È ancora in contatto con i protagonisti del suo libro? «Molti sono morti ormai o se ne sono andati da qualche altra parte. Ho rivisto gli Ignatenko un paio di volte, ma da tempo non riesco a contattarli». La serie tv esalta le gesta di chi cercò di minimizzare gli effetti dell’esplosione anche a costo della vita. Perché, mentre ricorda i caduti nella seconda guerra mondiale, la Russia non celebra questi eroi? «Non importa chi lo abbia fatto. Quel che conta è che l’umanità abbia capito di essere solo una specie biologica, una sorta di farfalla destinata a scomparire da un momento all’altro. In Russia non c’è un’idea globale che possa consolidare la società a parte la vittoria nella Grande guerra patriottica. Il numero delle perdite fu enorme. Fu una vittoria di Pirro ed è per questo che viene abbellita. Anche perché è un ottimo paravento per coprire l’orrore del Gulag». Per il suo creatore Craig Muzin, “Chernobyl” è una serie sul “prezzo delle bugie”. Qual è la più grande lezione del disastro secondo lei? «Riflettere sui pericoli che sta affrontando l’umanità. È questa la lezione principale».
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