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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 11/06/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Salvini: in alcuni Ministeri serve un cambio di passo
In alcuni Ministeri serve un deciso cambio di passo. Lo afferma il vicepremier Matteo Salvini, intervistato su Libero da Fabio Rubini. Da un anno la Lega non perde un colpo, siete passati dal 17 al 34%. Come intende spendere questo capitale politico? «Per prima cosa inviterò tutti i neoeletti a mantenere umiltà e piedi ben piantati per terra. Politicamente userò questi voti innanzitutto per provare a cambiare quei vincoli europei che sono dannosi per l’Italia. Per farlo, però, serve un governo compatto». Che non è quello attuale. «Continuo a ritenere che questo governo, con le condizioni politiche attuali, sia l’unico possibile. Noi vogliamo fare, non litigare. Però deve essere chiaro che io sto al governo per aiutare gli italiani. Se uno pensa di stare lì a vivacchiare, si sbaglia di grosso». Tradotto: o Conte e M5S iniziano a dire dei Sì sulle partite della Lega o si va tutti a casa. E lei va a fare il premier. Corretto? «Non capisco le preoccupazioni di Conte. Io voglio fare il ministro dell’Interno e basta. Gli altri però devono cambiare passo. In ballo non ci sono voti in più, ma il futuro dell’Italia». Da settimane di parla di rimpasto. C’è la partita del ministro alle Politiche europee da indicare in fretta; la vostra insofferenza verso Toninelli, Grillo e Trenta. E poi c’è la questione ministero delle Infrastrutture, dove la Lega ha perso tutti e due i sottosegretari (Rixi e Siri). «Il ministro va trovato in fretta, perché si sta facendo la nuova Europa e l’Italia deve giocare la partita. Sui ministri grillini noi non ne facciamo una questione di nomi, ma di cose da fare. C’è l’alta velocità, lo sblocca cantieri sul quale abbiamo trovato un accordo soddisfacente. Tutte queste sono opere che fanno ripartire il Pil. Però alcuni ministeri devono ritrovare il passo. So che i Cinquestelle stanno facendo una riflessione su questo. Attendiamo».
 
Bini Smaghi: il governo dialoghi con la Ue
L’Italia dialoghi con la Ue. E' quanto auspica Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Société Générale ed ex membro del direttivo Bce, intervistato sulla Stampa da Alessandro Barbera. Uno shock fiscale finanziato in deficit non darebbe risultati? «Un anno fa indicai che se l’Italia avesse presentato un programma credibile, avrebbe potuto usufruire di maggior spazio di manovra fiscale. Per essere credibile si doveva fare quello che i precedenti governi non avevano fatto: aumentare gli investimenti, tagliare il cuneo fiscale, ridurre la tassazione sul lavoro e aumentare quella sulle rendite finanziarie, infine fare una spending review per razionalizzare la spesa corrente. Il governo del cambiamento ha invece continuato a fare spesa corrente, ha fatto pre-pensionamenti, condoni, e tutto ciò con un aumento del deficit e con una copertura di aumento Iva che viene continuamente smentita. Tutto ciò non ha contribuito ad aumentare la credibilità delle finanze pubbliche italiane». Mettere la “pistola sul tavolo” come fa Salvini può dare risultati? «Il confronto dello scorso anno dovrebbe mostrare che in Europa non ci si avvantaggia da uno scontro con gli altri. Anche perché la tesi secondo cui dopo le elezioni tutto sarebbe cambiato si è rivelata sbagliata: non è cambiato nulla, siamo solo più isolati. Il dialogo è la strategia migliore. In passato abbiamo ottenuto di più quando abbiamo spiegato le nostre ragioni». I minibot sono un progetto realistico o solo un modo per alzare il tiro con l’Unione? «Si è capito che la proposta dei minibot non aveva niente a che fare con i pagamenti dei debiti arretrati dello Stato. E’ solo uno strumento per facilitare l’uscita dall’euro, come aveva provato a fare Varoufakis in Grecia: quando Tsipras lo scoprì lo cacciò. Fin quando Salvini si terrà intorno persone che cercano di far prevalere le loro agende personali la credibilità del governo non migliorerà».
 
Bonaccini: in Emilia-Romagna vincerà la proposta migliore
«Non ho mai sottovalutato la Lega e non lo farò certo oggi che ha stravinto le Europee». Lo afferma Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna, intervistato da Marco Imarisio sul Corriere della Sera. C’era una volta l’Emilia-Romagna rossa? «E non c’è più, se stiamo alle Europee. Oppure c’è ancora, se stiamo alle amministrative: abbiamo vinto 28 comuni su 35 con più di 15.000 abitanti, e nell’80% dei duecento più piccoli». Che morale ne trae? «Due dati mi colpiscono. Il primo è come i cittadini abbiano saputo distinguere il voto politico delle Europee da quello di governo locale. Il secondo è la persistenza di esperienze civiche al di là dei partiti. Spesso non si riconoscono nel centrosinistra ma, quasi sempre, sono alternative a questa destra, avendo nella solidarietà e nella coesione sociale un elemento imprescindibile». Si sta preparando il terreno? «Il nuovo campo democratico che ho in mente parte dal centrosinistra ma deve aprirsi a queste esperienze perché lì c’è un tratto distintivo dell’Emilia-Romagna che voglio rappresentare». A Ferrara e Forlì è colpa del vento nazionale che soffia forte? «No. I cittadini hanno saputo distinguere tra voto europeo e voto amministrativo. Vale per noi come per gli altri, a Ferrara come a Forlì. Conta la qualità delle proposte e la credibilità delle persone». Non le pesa il fatto che le regionali di novembre saranno una questione nazionale, per via del loro valore simbolico? «Vincerà la proposta migliore per l’Emilia-Romagna, e non saranno i comizi di Salvini a determinarne l’esito. La Lega ha tentato di trasformare il voto amministrativo nelle nostre città in un referendum su Salvini, ma ha perso, perché i cittadini hanno scelto con una logica diversa. Faremo in modo che sia così anche per le regionali».
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