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Arcivescovo Paglia: La morte di Noa Ŕ una sconfitta per la societÓ europea

Gian Guido Vecchi, Corriere della Sera, 6 giugno

Redazione InPi¨ 07/06/2019

Arcivescovo Paglia: La morte di Noa Ŕ una sconfitta per la societÓ europea Arcivescovo Paglia: La morte di Noa Ŕ una sconfitta per la societÓ europea “Solo l’attenzione e l’amore curano il dolore psichico. I giovani vivono come orfani”. L’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della pontificia Accademia per la Vita, intervistato da Gian Guido Vecchi per il Corriere della Sera di giovedì 6 giugno, interviene così sul caso di Noa, la 17enne olandese che si è lasciata morire dopo aver subito due stupri negli anni passati. «L’Europa non è solo vecchia, come dice il Papa. È sterile nelle nascite e ha perduto la speranza nel futuro. Questa tragedia toglie il velo ad una società ipocrita. Penso a questa povera ragazza, al suo dolore, le violenze subite, la depressione, l’anoressia, fino a lasciarsi morire. Una storia drammatica durata anni. E ora ne parlano tutti, tutti sono concentrati sulla sua vicenda. Ora che è morta. È una sconfitta per l’intera società europea». Perché parla di speranza perduta, eccellenza? «Il suicidio, in Europa, è la seconda causa di morte tra adolescenti e giovani. E questo in un continente che non fa quasi più figli, a crescita zero. L’Europa dovrebbe riflettere, e non lo fa, su questi suoi ragazzi abbandonati a se stessi nella società costruita dagli adulti. Ogni storia, come quella di Noa, ha un aspetto personale, irriducibile. Però, certo, la cultura generale non l’ha aiutata». L’ipocrisia di cui parlava? «Sì. L’ipocrisia di una cultura individualista, per la quale vale solo ciò che risponde a certi canoni “vincenti”, occupata unicamente al nascondimento di ogni debolezza, di ogni fragilità, a scaricare i più deboli: la cultura dello scarto di cui parla Francesco. Una cultura che alla fine, in questa storia, ha vinto». Non è stata eutanasia né suicidio assistito, Noa si è lasciata morire. «Al di là delle modalità, quando una società lascia che il lavoro sporco della morte proceda tranquillo, senza la capacità né la forza di poterlo interrompere, è chiaro che sia una società indebolita. La perdita del futuro, in Europa, si abbatte sui giovani. È emblematica la rivolta dei ragazzi nella difesa del creato e del clima, rovinato dalle generazioni che li hanno preceduti. Penso anche ai giovani che stanno con gli anziani e i coetanei più deboli. Sono reazioni belle che vanno incoraggiate».
 
Il suicidio tra i giovani non è un fenomeno inedito, la storia della letteratura è scandita da romanzi di formazione che ne parlano...«Sì, ma che i suicidi ricorrano in maniera così drammatica è una novità degli ultimi decenni, come denunciano gli studiosi più avvertiti. Quando si parla di evaporazione del padre, di incomunicabilità generazionale, parliamo dell’oggi. Non mi riferisco ai genitori della ragazza, ma in generale al mondo adulto. La solitudine delle giovani generazioni è molto più forte che nel passato». Perché gli adulti non riescono a comunicare? «Credo ci sia stato un abbandono della fatica educativa, la fatica di far crescere. E questo ha reso come orfani i ragazzi. Ecco perché in Europa è indispensabile un nuovo sogno. Occorre uno scatto di responsabilità da parte di politici, mondo economico, istituzioni educative e anche delle religioni perché ci si prenda carico di queste situazioni fragili che non riescono a sopravvivere. Colpisce ancora di più, oggi, la lungimiranza del Papa che ha voluto un Sinodo sui giovani». Il dolore psichico può essere più insopportabile di quello fisico? «A volte è più duro del più tremendo dolore fisico. La dimenticanza della dimensione relazionale ha come conseguenza l’impossibilità, per chi è solo, di sopportare la solitudine. Se la medicina può aiutare il dolore fisico, quello psichico può guarire solo con l’attenzione, l’affetto, l’amore». Noa scriveva su Instagram: «Se hai un problema cardiaco in due giorni ti operano; se hai un problema mentale, aspetti due anni per un posto in clinica». «La vita precede le strutture. Se la vita è rarefatta, si diradano anche le strutture. Del resto lo scriveva su Instagram, questo è il punto: l’abbandono delle relazioni dirette. Le relazioni virtuali, certo, sono un dato reale col quale fare i conti. Ma se sostituiscono quelle immediate, creano squilibri difficili da recuperare. Il calore di un abbraccio, una stretta di mano, guardarsi negli occhi sono parte della vita umana. Questa storia svela un mondo bisognoso di attenzione immediata e cura». 
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