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Il grillismo moderato Ŕ come Mark Caltagirone

Redazione InPi¨ 24/05/2019

Altro parere Altro parere Claudio Cerasa, Il Foglio
“A due giorni dalle più importanti elezioni della storia recente d'Europa buona parte dell’establishment italiano ha scelto di trasformare Salvini nel nemico pubblico numero uno decidendo nuovamente di credere alla divertente favola del grillismo moderato”. Lo scrive il direttore del Foglio Claudio Cerasa, secondo il quale il “grillismo moderato è come Mark Caltagirone”, l’inesistente marito di Pamela Prati. “Sarebbe un dovere di tutti – ammonisce Cerasa - ricordare che non esiste un populismo di governo buono e uno cattivo, che non esiste un sovranismo presentabile e uno non presentabile e che non esiste una sola prova capace di testimoniare che la campagna elettorale combattuta dal M5s contro la Lega sia sufficiente a trasformare il M5s in un pericolo minore rispetto alla Lega. In molti, forse mossi dalla speranza che in un futuro non così lontano il M5s possa diventare una costola del Pd, fanno finta di non ricordare che il M5s è sempre lo stesso che sogna di abolire la democrazia rappresentativa, che sputa ogni giorno sullo stato di diritto, che considera un imputato colpevole sino alla condanna definitiva, che sui vaccini gioca con la salute dei nostri figli, che sogna di introdurre il vincolo di mandato per i parlamentari, è sempre lo stesso che da anni tenta di nascondere la sua vocazione eversiva dietro un alone di normalizzazione. Il M5S ha capito che per non perdere le elezioni occorre giocare più con il moderatismo che con l’estremismo. Quello che un pezzo importante della classe dirigente italiana non vuole invece capire è che per il populismo la moderazione non è un fine ma è un mezzo per realizzare progetti eversivi. E credere alla balla di un populismo più presentabile di un altro significa aver già scelto di considerare un estremismo meno pericoloso di un altro”.
 
Flavia Perina, La Stampa
“C’è un’idea generale che attribuisce alle nuove leadership italiane maggior presenza e aggressività rispetto a quelle del passato, ma questa campagna elettorale sembra raccontare il contrario: un alto tasso di prudenza, un sottrarsi al conflitto diretto che non esiste nel resto d’Europa, dove il confronto tv tra leader e candidati è stato il pane quotidiano della sfida per l’Europarlamento”. E’ quanto nota Flavia Perina sulle pagine della Stampa. “Nelle ultime settimane – scrive Perina -  i numeri uno di M5S, Lega, Pd, Forza Italia sono apparsi ogni giorno sugli schermi ma sempre «in solitaria», incalzati (talvolta accarezzati) da giornalisti e professori, mai faccia a faccia con gli avversari diretti. Oltralpe le modalità sono state molto diverse. Perché da noi non è successo? Di che cosa hanno paura i nostri nuovi leader, come mai non riescono ad accettare l’idea di misurarsi in modo diretto con gli avversari? Questo ritrarsi da una formula ritenuta centrale, da sempre, nelle campagne elettorali di tutto l’Occidente ci dice molto sulla natura del conflitto politico italiano: sembra uno scontro quotidiano tra pugili fortissimi ma in realtà è soprattutto una guerra di comunicazione, nella quale nessuno accetta più il rischio di fallire un colpo o prendere un pugno. E’ la Twittpolitik, dove quel che conta è la battuta senza replica, il dato buttato lì senza contraddittorio, l’applauso a comando dello studio, l’iperbole pensata dagli spin doctors. Sarebbe stato interessante vedere Di Maio, Salvini, Zingaretti e Berlusconi spiegarci perché gli elettori dovrebbero fidarsi di uno piuttosto che dell’altro. Le vituperate «élites di prima» lo facevano. C’era la convinzione che accettare il confronto fosse un dovere civico verso gli elettori, i cittadini, insomma: il popolo. E’ sorprendente come questo dovere non sia avvertito dai leader di oggi, che sulla parola «popolo» hanno fondato la loro intera narrazione”.
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