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I tre numeri che decidono le elezioni

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 24/05/2019

I tre numeri che decidono le elezioni I tre numeri che decidono le elezioni Fabio Martini, La Stampa
“Il futuro del governo sarà determinato dal combinato disposto di tre numeri strategici che usciranno dal voto di domenica”. Lo spiega Fabio Martini sulla Stampa. “Il primo - elenca Martini -, interpella un dato essenziale: la somma delle percentuali delle forze di maggioranza. Una soglia importantissima non dal punto di vista formale, ma politico. La fonte di legittimazione più forte del «governo del cambiamento» veniva da un dato sostanziale: i due partiti hanno sommato alle Politiche il 50,1% dei votanti: sia pur di poco la maggioranza assoluta. Qualora il gradimento dovesse scendere sotto il 50% il governo risulterebbe lesionato dalla sentenza popolare. In compenso qualsiasi somma superiore al 50% indicherebbe che in undici mesi il governo non soltanto si è conquistato sul campo una legittimità sostanziale, ma l’avrebbe persino incrementata. Il secondo numero è quello che misurerà il delta tra i due partiti di governo: una forchetta troppo ampia tra una Lega in ascesa e un M5S in discesa potrebbe lesionare la maggioranza. Ma un delta limitato avrebbe l’effetto opposto: radicare il quadro governativo. C’è infine un terzo numero potenzialmente destabilizzante: quello che misurerà la distanza tra il Pd e i Cinque stelle. Un sorpasso del Pd sul M5S alimenterebbe un dubbio contagioso: col ritorno della sinistra tradizionale è destinata a tornare la «normalità» e ad esaurirsi l’anomalia del trasversalismo populista? La storia insegna: gli elettori sono i principali fattori di destabilizzazione e di stabilizzazione delle politiche nazionali. Da questo punto di vista le Europee sono esemplari, perché gli elettori sono destinati a segnare la sorte non solo del governo italiano, ma anche di altri due grandi Paesi: Gran Bretagna e Spagna”.
 
Angelo Panebianco, Corriere della Sera
“L’acritica e talvolta ottusa difesa di pratiche europee sbagliate ha finito per alimentare, involontariamente, l’antieuropeismo”. Lo sostiene Angelo Panebianco sul Corriere della Sera. “Più o meno confusamente, gli europeisti si rendono conto che il sovranismo/nazionalismo è una risposta sbagliata a quei problemi reali che gli europeisti, colpevolmente, per decenni, hanno cercato di nascondere sotto il tappeto. Ad esempio nel caso dell’Italia, la trentennale insistenza sull’Europa come «vincolo esterno» – il vincolo che doveva servire ad emendarci dei nostri vizi – ha avuto una doppia, negativa, ricaduta: ha trasmesso a tanti l’idea che fosse lecito parlare dell’Europa come di una entità esterna, distinta dall’Italia, e ha posto le premesse perché i sovranisti/nazionalisti usassero lo stesso argomento, questa volta in chiave antieuropea: l’Europa come ostacolo, come ciò che ci impedisce di ottenere la felicità. L’argomento del vincolo esterno, insomma, è risultato un boomerang. Ma l’elenco delle cose che in Europa non funzionano e che sono state nascoste per molto tempo è lungo. Si pensi a quanto sia stata sistematica la violazione del principio di sussidiarietà (alle istituzioni Ue dovrebbe competere solo ciò che gli Stati non possono fare) sempre affermato in teoria e sempre negato in pratica. O a quanto danno abbia fatto quella retorica europeista che preferiva negare l’inevitabile persistenza degli interessi nazionali rendendo così difficile individuare gli strumenti utili per renderli compatibili. O a quanto sia stato sbagliato fingere che gli argomenti dei britannici a favore di un’Europa economicamente più liberale e meno dirigista fossero semplici espressioni del loro tradizionale euroscetticismo. È giusto augurarsi che, finita la campagna elettorale, con i suoi finti scontri di civiltà, diventi possibile, di tutto ciò, ragionare pacatamente”.
 
Andrea Bonanni, Repubblica
Su Repubblica Andrea Bonanni commenta i primi exit poll delle elezioni europee in Olanda, dove la destra populista e anti-Ue non è riuscita a sfondare. “Il dato olandese conferma che il voto degli europei per eleggere il loro Parlamento avrà quasi ovunque una valenza doppia. Da una parte, infatti, deciderà se l’Europa potrà continuare a crescere e rafforzarsi come potenza globale e democratica di fronte a Cina, Russia, Usa, oppure se la scelta sovranista la renderà vassalla, economicamente e politicamente, degli altri Grandi e delle destre populiste che sono la loro quinta colonna nella Ue. D’altra parte, in ogni Paese le urne europee avranno anche un significato politico interno determinante per la sorte dei governi nazionali e dei loro leader. Questi ultimi, infine, subito dopo le elezioni saranno chiamati a giocarsi la complessa partita delle nomine che influirà pesantemente non solo sul futuro della Ue ma anche sul prestigio e sul potere delle varie capitali. Insomma, con un solo voto si decideranno tre partite che potrebbero segnare il volto del continente. In Gran Bretagna il leader populista Farage farà il pieno di voti incassando il dividendo della mancata Brexit, ma questo non potrà influenzare in modo decisivo la partita delle nomine Ue, da cui Londra è di fatto esclusa. In Francia Macron potrebbe pagare lo scotto dei molti problemi nazionali irrisolti e dei troppi progetti europei rimasti incompiuti. La Germania, specie se non riuscirà a imporre Weber alla presidenza della Commissione, eserciterà nella Ue una paradossale egemonia senza leadership. In Spagna, il socialista Sanchez potrebbe uscire rafforzato dal voto e chiedere la poltrona di Alto rappresentante che era di Mogherin. In Italia, la campagna elettorale ha innescato una crisi tra i due partiti al governo. Intanto però Roma perderà la guida della Bce, dell'Europarlamento e della politica estera Ue. Dopo il voto, Lega e M5S potranno al massimo disputarsi una poltrona da commissario, verosimilmente di serie B”.
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