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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 23/05/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Loy: L’Inps di Tridico risponde a logiche politice
L’Inps guidata da Tridico risponde a logiche politiche e questo non va bene perché l’Istituto non deve essere di parte. Lo afferma Guglielmo Loy - già segretario confederale Uil e dal dicembre 2017 presidente del Civ, il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps composto da 22 membri designati da sindacati e imprese, intervistato da Valentina Conte per la Repubblica. «L’Inps non può entrare nel merito dei provvedimenti che il governo propone e il Parlamento approva. Li deve solo gestire, senza scorciatoie o accondiscendenze, in efficienza e trasparenza».L’Inps gialloverde funziona? «In modo forzato dalla politica, almeno in questa prima fase. Ma non è un bene. Perché l’Inps non può essere un termometro della fibrillazione elettorale. Le parti sociali, rappresentate dal Civ, si augurano che venga al più presto nominato un consiglio di amministrazione che garantisca pluralità e rappresentatività». Significa che sin qui il commissario Tridico non è stato garante di tutti? «I rapporti personali sono cordiali. Ma come Civ abbiamo chiesto con due delibere che ci sia meno opacità sui numeri. Ci aspettiamo una risposta sul monitoraggio delle nuove prestazioni. E pari condizioni per l’accesso ai dati da parte di enti di ricerca, studiosi, università. Senza privilegi. Un presidente dell’Inps deve essere neutrale, restare fuori dall’agenda politica, contestare le norme negative per i cittadini, non confondere ruolo e piani. Giusto avere un’idea su salario minimo e orario di lavoro. Ma senza politicizzare l’Istituto. La promiscuità delle funzioni rischia di alimentare lo scollamento tra le persone e le istituzioni». Tridico si muove da viceministro ombra? «L’idea che il decreto correttivo del reddito sia sulla sua scrivania dà l’immagine di un istituto immerso nell’ambiguità. Che si riversa poi sull’organizzazione. Dovremmo partire da un modello, poi individuare funzioni e responsabilità e infine le persone. Qui sembra invece che si proceda all’incontrario. A discapito di merito e autonomia».
 
Borghi: No alle messe cantate e all’europeismo fideistico
Noi della Lega siamo contrari alle messe cantate e all’europeismo fideistico. Lo afferma il presidente della commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi intervistato da Nicola Lillo per La Stampa. A proposito dell’assenza all’Assemblea di Confindustria delle prime file del partito come Matteo Salvini e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, spiega: “«Probabilmente non ha aiutato il fatto che non ci fosse attività d’aula in Parlamento e che siamo in campagna elettorale: noi abbiamo un discreto radicamento sul territorio. E poi Giorgetti non è uno da queste occasioni, da queste messe cantate. Ma parliamo di contenuti». Parliamone. Il presidente Vincenzo Boccia ha criticato il governo su più temi. A partire dalla politica sui migranti e quella dei like sui social. «Ha parlato di frontiere aperte: non assocerei quelle parole ai migranti, ma ai dazi, al protezionismo. Non credo che Confindustria e i suoi associati siano pro-immigrazione. A meno che non ci sia un tema di manodopera, ma non è che adesso non ce ne sia in giro. Mentre sui like prendo volentieri la critica: meno Twitter e qualche riunione in più». Gli 80 euro saranno cancellati così da recuperare 10 miliardi? «Non vogliamo togliere niente a nessuno. Gli 80 euro da un punto di vista contabile sono una spesa, anche se in realtà si tratta di un taglio delle tasse. Se riuscissimo a trasformare quella spesa in un taglio delle tasse sarebbe meglio. È contabilmente più pulito. Mi faccia dire una cosa positiva però su Confindustria». Prego. «Lo scorso anno c’era stato un attacco al governo venturo e con grandi applausi agli uscenti. Sembrava un’assemblea di partito. Quest’anno invece ho visto una certa propositività. Ho contattato l’ufficio del presidente Boccia per alcuni punti che meritano un approfondimento». Quali? «Il finanziamento delle infrastrutture. Io ho una grande proposta: serve individuare con un consenso unanime del Parlamento europeo una lista di cento opere. Che siano a Berlino, in Sicilia, a Torino con la Tav. Stabilita la lista, il finanziamento può essere fatto dalla Banca europea degli investimenti, che emette obbligazioni di scopo, che vanno sul mercato e vengono direttamente comprate dalla Bce. Così si arriva alla costruzione di opere importanti, senza aggravi sul budget». Una pianificazione simile fu pensata nel 2014 e la Bei emette già 70 miliardi di obbligazioni. Ma a parte questo, cosa non ha apprezzato invece del discorso fatto da Boccia? L’europeismo fideistico, che in Confindustria ogni tanto appare. Se l’euro e l’Europa fossero l’età dell’oro non avremmo questa crescita zero. Boccia ha chiesto ragionevolezza al governo: forse in certi casi un imprenditore vede liti o toni accesi e non li gradisce, così come non li gradisco io. Comunque con i Cinque Stelle andiamo avanti, finché si fanno le cose, poi se si scopre che non si fanno allora basta».
 
Pisapia: Mai un’intesa con il M5S di Di Maio
Il Pd non farà mai un’intesa con il M5S guidato da Di Maio. Lo assicura Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano e capolista dem nel nord ovest alle europee, intervistato da Goffredo De Marchis per la Repubblica. Le parole d’ordine della sinistra sembrano così sbiadite mentre quella della destra sono così nette. «Le nostre parole sono giustizia, equità, sviluppo, sostenibilità, crescita economica e sociale». Ecco appunto. Troppo complesse. «È vera un’altra cosa. Che il futuro arriva alla velocità della luce cambiando tutto, dal lavoro alle relazioni sociali. Cresce così la paura: la destra cavalca questa paura, la sinistra deve avere la capacità di governare il cambiamento perché diventi una opportunità di sapere, di lavoro di qualità, di salute, di un ambiente sano. Ma per conservare i valori di giustizia sociale e solidarietà in un mondo che sarà completamente diverso bisogna essere credibili e competenti, non apprendisti stregoni che lanciano solo slogan irrealizzabili. Su cui litigano per di più». Beppe Sala pensa che il Pd da solo non basta. Cos’altro ci vuole? «La coalizione ha vinto solo quando è stata ampia, come a Milano nel 2011 e poi nel 2016 e come in tante altre realtà territoriali. Si contano invece, purtroppo, molte sconfitte solitarie. Penso innanzitutto che ci voglia un Pd largo e plurale che si allei con le tante istanze che ci sono nella società e non una somma di sigle. Le formule politiche poi seguiranno, pensare di tornare a vincere solo con fusioni a freddo e tattiche è un’illusione che rischia di portare a nuove sconfitte». È ineluttabile l’alleanza con i i 5S? «La discussione è surreale perché prescinde dai fatti. E i fatti sono che i 5 Stelle sono al governo con la Lega, votano con la Lega, salvano Salvini e votano per chiudere Radio Radicale. Poi, pensando di recuperare qualche voto, fanno polemiche sterili che in genere finiscono con un accordo. Temo che anche sul nuovo, terribile, decreto sicurezza finirà così. Non so se il governo durerà, ma mi pare evidente che se cade sarà perché la Lega se ne andrà mentre i 5 Stelle vogliono continuare a governare con Salvini. In questa legislatura nessun accordo è possibile. Dopo il voto, se si crea un’aggregazione dell’elettorato deluso dai grillini sarà benvenuta. Ma con gli attuali leader è impossibile ragionare».  
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