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Altro parere

Il vero danno degli 80 euro di Renzi

Redazione InPi¨ 22/05/2019

Altro parere Altro parere Alberto Mingardi, La Stampa
Il vero danno degli 80 euro di Renzi no è tanto (o solo) economico (costa circa 10 miliardi l’anno secondo il viceministro all’Economia Garavaglia) ma è culturale. Lo scrive Alberto Mingardi sulla Stampa.  Fra qualche anno, sarà evidente come proprio gli 80 euro abbiano segnato l’inizio di un’epoca. Le manovre finanziarie del periodo 2011-2013, in un contesto reso particolarmente difficile dalla crisi, avevano come obiettivo il raggiungimento a breve del pareggio di bilancio. Ridurre il deficit in periodo di crisi è particolarmente difficile, a causa dei cosiddetti «stabilizzatori automatici» che, avendo l’ambizione di compensare l’andamento del ciclo economico, portano ad aumenti di spesa. Con gli 80 euro, il dibattito è tornato a incentrarsi sulle opportunità di spesa. Il migliore argomento a favore del reddito di cittadinanza è che costa grosso modo come gli 80 euro. Mezzo punto di Pil è un valore paragonabile alle minori entrate della riforma fiscale di Trump, che pure ben altri effetti ha prodotto sulla crescita. Il principio che anima ogni riduzione delle imposte è l’idea che i cittadini possano fare un uso migliore delle proprie risorse, che non il governo.  Al contrario, l’identificazione di un segmento di cittadini da premiare con un «bonus» segnala che il governo ha perlomeno una ragionevole aspettativa circa come quei quattrini verranno impiegati. Nello specifico, che immagina che verranno spesi, sostenendo pertanto i consumi. Lo potremmo chiamare «keynesismo intuitivo»: i soldi «devono girare», e pertanto sta allo Stato metterli in circolo. Ciò presuppone che, dal punto di vista della collettività, il consumo immediato sia meglio dell’alternativa (risparmi che poi consentono investimenti). Il rimedio è coerente con la malattia, se pensiamo che il problema dell’Italia sia che consumiamo poco. La caduta degli investimenti e la dinamica della produttività suggeriscono però che i guai siano ben altri. Si dice tutt’oggi che gli 80 euro sono stati utili a chi li ha percepiti. Non c’è dubbio. Ma con questo argomento si può giustificare tutto: non c’è uno stanziamento che non aiuti, in qualche modo, il suo beneficiario. Il danno maggiore, cinque anni dopo lo possiamo dire, è culturale. A lungo la discussione pubblica ha avuto al centro la questione fiscale: qualcuno prometteva di prelevare meno; il governo dei «tecnici» ammise che era necessario prelevare di più. Con gli 80 euro di Renzi si è cominciato a discutere di quanto lo Stato deve mettere nelle tasche degli italiani, o almeno di alcuni di loro. Così si sono riaperte le porte all’idea che si possano offrire pranzi gratis. Che è il cuore di ogni populismo”.
 
Salvatore Merlo, il Foglio
Nel delirio pre elettorale l’unico che sembra avere le idee chiare sull’Europa è Silvio Berlusconi. Sul Foglio, Salvatore Merlo tratteggia un’immagine semiseria dell’ex Cavaliere alle prese con la campagna elettorale televisiva. “Ottantadue anni, convalescente dopo un’operazione chirurgica che avrebbe messo ko chiunque altro, Silvio Berlusconi è appena uscito da un ospedale e però sembra l’unico sano in circolazione. Ci sono le elezioni europee? E lui - scrive Merlo - è d’Europa che parla, mentre tutt’intorno a lui la campagna elettorale sembra una fiera dei matti. C’è quello che se ne va in giro straparlando della “nuova Tangentopoli emergenza del paese”, che sostiene i gilet gialli ma si descrive moderato, che dice di essere l’ago della bilancia in Europa ma è talmente spaesato che si allea con i punkabbestia della Polonia. C’è poi quell’altro che invece manda lividi bacioni alla Merkel, e tra un mitra e un peluche propone di risolvere i problemi italiani alleandosi con tutti i paesi europei che non vogliono aiutare l’Italia. C’è persino il muto di sinistra, quello che parla ma sembra non dire mai nulla, e infine c’è lui: il Cavaliere, appunto. Lui fa cucù in televisione, su Twitter e su Facebook – ‘sono ancora io’ – e ha un’idea su ogni cosa, sulle alleanze e le prospettive, sul problema strategico cinese, sull’America e la Russia. Vuole persino collegare i moderati del Partito popolare europeo ai sovranisti, idea che potrà anche non piace- re, ma è un parlar chiaro senza buttare la palla in tribuna. Sicché l’impolitico, non solo incrollabile ma impeccabile, sembra oggi il più compassato e visionario degli statisti. Sorridente e ottimista tra le rughe di cui è diventato orgoglioso, fermo nella sua dignità di sopravvissuto, sembra combattere scandalizzato ma non rassegnato una guerra impossibile alle pernacchie e alle fetecchie, agli spasmi violenti e alle inerzie di sasso, agli sgrammaticati telebanditori e ai piazzisti di pentole e tappeti. Ha passato la vita a lamentarsi dei partitini e dei piccoli alleati riottosi, dei rentier democristiani alla Casini, fino a Umberto Bossi e a Gianfranco Fini, e adesso si riadatta con elasticità di ragazzino a giocare lui il ruolo di partner minore. Voleva il bipolarismo maggioritario, adesso invece cerca con naturalezza d’istrione uno spazietto politico, una dimensione da sistema proporzionale, tra le corazzate del populismo strapotente. Così, mentre i più giovani Salvini e Di Maio suonano sempre le stesse note senza distinguere tra elezioni amministrative, nazionali o europee, ingessati come sono in un unico e sclerotico registro composto di vitalizi e immigrati, ruspe e manette, ecco che il più flessibile è lui. Esce con la testa al vento e la solita espressione birichina a sfidar la sorte maligna, incontro all’amore fuggevole degli elettori, tentatore e deludente. Le bastonate degli anni non sono valse a togliergli una pellicola d’innocenza che lo protegge, come la buccia d’un frutto, e si mischia nei suoi atti a un’aria di ludica malinconia. Sempre con quella maschera che ormai sfida le malattie, l’età, gli inciampi, eppure non nasconde l’anima ribalda che sopravvive autentica, quella sì, sempre uguale a se stessa come gli italiani. Con quel volto color terracotta sul quale si accanisce il giornalismo più volgare. E in realtà verrebbe da pensare che il Cavaliere, infinito e riadattabile, sia oggi più incredibile di quanto non lo fosse nel 1994”. 
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