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l popolari e una crisi senza rete

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 22/05/2019

In edicola In edicola Paolo Valentino, Corriere della Sera
Il futuro europeo di Angela Merkel (e quello dei Popolari) riguarda non solo la Cancelliera tedesca ma tutti noi. Ne parla Paolo Valentino in un editoriale sul Corriere della Sera. “Angela Merkel - scrive - non sarà il prossimo presidente del Consiglio europeo. Con grande stile, mettendo a tacere sussurri e grida che la vogliono destinata al posto oggi occupato da Donald Tusk, la Cancelliera ha detto di «non essere a disposizione per un altro incarico politico, né in Germania né in Europa». Perché il futuro di Angela Merkel ci riguarda. Nessuno può dire quanto tempo ancora sarà cancelliera. Troppe variabili entrano nell’equazione per fare una previsione credibile. La sua erede designata e attuale presidente della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer, è leale. Ma il tempo e i sondaggi giocano contro Akk. Per questo in molti nell’Unione cristiano- democratica vorrebbero una successione anzitempo, ordinata e senza strappi, che l’architettura istituzionale tedesca rende tuttavia complicata. Né i potenziali alleati, sia ancora la Spd o siano Verdi e liberali, sono disposti a consacrare una nuova cancelliera senza elezioni anticipate. Potrebbe quindi anche succedere che Merkel resti ancora a lungo in carica, tanto più che a metà del prossimo anno la Germania assumerà la presidenza di turno della Ue. Il vero significato del suo voler ancora «occuparsi dell’Europa» è che Merkel anela a definire il suo lascito al progetto comune, fin qui segnato soprattutto da eccessiva cautela. Nessuno più di lei incarna a torto o a ragione gli insuccessi degli ultimi dieci anni. Ma a lei (e a Mario Draghi) va il merito di aver evitato all’eurozona, e all’Europa tutta, l’abisso della dissoluzione. Non poco, ma nulla di più. Anzi, una lunga frenata, dopo il coraggio disordinato mostrato nel 2015 sulla crisi dei rifugiati. E il silenzio di pietra sulle proposte di Emmanuel Macron per il rilancio dell’integrazione, che pure Merkel, citando Hermann Hesse, aveva salutato come «la magia di un nuovo inizio». Che il «senso di responsabilità» diventi in Angela Merkel «Gestaltungswille», volontà politica, è nell’interesse di tutti gli europei. Ma due ombre importanti pesano su questa ambizione. La prima è la crisi strutturale del rapporto franco-tedesco, ben oltre il raffreddamento dei rapporti personali tra lei e Macron. Dietro la retorica, Parigi e Berlino appaiono infatti in rotta di collisione su tutti i dossier strategici, non solo l’eurozona e l’integrazione politica, ma anche il commercio mondiale, la politica energetica, la proiezione esterna, la tassa sui giganti del web. Da sola non è più sufficiente, ma senza convergenza franco- tedesca, l’Europa non avanza. La seconda è la crisi del Partito popolare, che rischia di diventare il grande malato d’Europa. Che il Ppe esca indebolito dalle elezioni europee è scontato. Anche se rimane prima forza politica, gli mancheranno gran parte dei voti e dei seggi di Forza Italia, del Partido Popular in Spagna e dei Republicains in Francia. La stessa Cdu è in affanno. In più c’è l’incognita dell’ungherese Orbán e del suo Fidesz, sospeso e ormai a un passo dall’uscita”.
 
Sofia Ventura, La Stampa
La sfida “radicale alle democrazie liberali” dei partiti populisti alle imminenti elezioni europee (oggi si inizia con il Regno Unito) è il principale fattore di novità (e soprattutto di pericolo) per . E’ questo lo spettro evocato da Sofia Ventura in un editoriale sulla Stampa. “I principi ai quali ci riferiamo - sottolinea - sono quelli che pongono al centro dell’organizzazione politica l’individuo con i suoi diritti garantiti dalle Costituzioni e dalla separazione dei poteri, la persona con la sua libera ricerca della felicità, nel rispetto dell’altro e delle regole fondamentali della convivenza civile e sostenuta nella sua dignità. La sfida mira a sostituire alla centralità dei meccanismi della tradizione liberale una legittimazione del potere basata sulla mistica di un «popolo» giusto, contrapposto a una élite arcigna e sfruttatrice. La demonizzazione dell’élite si inserisce in una sorta di pensiero magico che dipinge il mondo come dominato da poteri globali oscuri e sfuggenti, che ordiscono complotti a danno dei popoli. I quali sono sempre più concepiti come «omogenei». Una omogeneità minacciata dai migranti e dall’Islam, temi al cuore di tutte le retoriche populiste, da Est a Ovest. Problemi reali come quelli delle migrazioni e della difficoltà di integrazione dei nuovi arrivati di religione islamica non sono affrontati come problemi da risolvere, bensì come mostri del tunnel dell’orrore da azionare. Stimolando paura e rabbia si cerca consenso. Per giungere al potere, ma anche per agire indisturbati una volta al potere, per erodere gli equilibri istituzionali, intimidire la stampa, condizionare l’insegnamento e la produzione culturale. Che è quanto sta avvenendo in Ungheria e Polonia. Ma appare una possibilità anche in un’Italia di un ministro dell’Interno che fatica a riconoscere i limiti del proprio ruolo e le competenze di ordini e poteri, di un movimento che sta cercando di stravol- gere la legislazione penale in nome del giustizialismo populista e la democrazia rappresentativa in nome di una democrazia diretta che è in realtà plebiscitarismo, di un sistema mediatico che in una sua parte oscilla tra adeguamento al nuovo corso e sottovalutazione. Paura e rabbia sono sollecitate con pervasive strategie di comunicazione, spesso sviluppate grazie alla collaborazione tra gli attori della nuova ondata populista che va dagli Stati Uniti all’Europa . E si trasformano in motori potenti perché coniugati con l’offerta di nuove identità, un «noi» contrapposto a nemici assoluti costruito attraverso il recupero dei nazionalismi e in diversi casi - nell’Europa orientale in particolare, ma anche in Italia - la riscoperta di una società «organica» che prefigura una libertà di scelta dell’individuo compressa in nome di una interpretazione integralista del cristianesimo. nuovi populisti non vogliono abbandonare l’Unione europea, poiché contrariamente a quanto raccontano ne conoscono i vantaggi. Vogliono snaturarla in una direzione ancora non chiara, ma certamente illiberale”.
 
Maurizio Ambrosini, Avvenire
Immigrazione e legalità. Un binomio spesso citato a scopi elettoralistici. Su Avvenire, Maurizio Ambrosini suggerisce 4 passi in tema di sicurezza.  “La tragedia di Mirandola - osserva - ancora una volta getta nel dibattito politico sull’immigrazione un fatto di sangue che vede come protagonista negativo un giovane straniero. Che una delle vittime fosse a sua volta una persona immigrata impegnata in mansioni di assistenza non cambia il quadro. Il legame tra immigrazione e minaccia alla sicurezza appare nuovamente riaffermato. Una valutazione più razionale del grave dramma e di come cercare di evitarne altri in futuro dovrebbe però tener conto di quattro aspetti. In primo luogo, su una popolazione di 5,5 milioni d’immigrati, in gran parte lavoratori-contribuenti e famiglie, un grave fatto di cronaca al giorno è purtroppo statisticamente probabile, per non dire certo. Questo non deve portare a criminalizzare tutti gli altri: il passaggio dalle responsabilità del singolo alla stigmatizzazione di intere collettività è una delle forme più devastanti di pregiudizio. Le statistiche giudiziarie nel passato (fino al 2005) ci informavano poi che gli immigrati irregolari commettevano più reati degli immigrati regolari. Qui il più potente antidoto è la regolarizzazione: immessi nel mercato del lavoro autorizzato e nel circuito dei diritti, gli immigrati diventano molto più propensi a rimanere nella legalità e nel circuito dei doveri, cosicché anche i tassi di criminalità si abbattono. I ricongiungimenti familiari hanno a loro volta effetti positivi in termini di normalizzazione degli stili di vita e dei comportamenti. Occorre quindi ragionare in modo pragmatico sulle misure più idonee a contrastare il fenomeno. E questo è il terzo punto: trattenere, identificare ed espellere tutti gli immigrati non autorizzati è un obiettivo irrealizzabile. L’attuale governo in materia è rimasto agli annunci. Ha ottenuto pochi risultati nei rimpatri, anche perché i rapporti con i Paesi di origine non hanno registrato progressi, malgrado vari tentativi: quei governi hanno poco interesse a collaborare alle espulsioni. Se si desidera ottenere qualche risultato in più, sarebbe meglio concentrare gli sforzi sui casi ‘irrecuperabili’. Per gli altri sarebbe meglio prevedere non sanatorie di massa, ma misure mirate, caso per caso, per chi trova lavoro, partecipa a corsi di formazione, frequenta scuole di italiano, ha sviluppato rapporti sociali significativi. La Germania lo sta facendo per migliaia di richiedenti asilo denegati: corsi di formazione professionale e permesso di soggiorno per chi trova un lavoro. Infine, bisogna tornare a investire sull’inclusione. Risparmiare su questa dimensione, come si sta facendo oggi con i richiedenti asilo, farà crescere il numero degli sbandati e degli esclusi. Si pre- para così anche il terreno di coltura per altri gesti disperati e sanguinosi.
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