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Senza crescita

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 15/05/2019

Senza crescita Senza crescita Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, Corriere della Sera
Dieci anni dopo la crisi finanziaria del 1929 scoppiava la Seconda guerra mondiale. Gli errori delle banche centrali di allora, uno Stato sociale pressoché inesistente, ma soprattutto un decennio di protezionismo e di guerre tariffarie avevano fatto sì che il collasso finanziario del 29 ottobre 1929 si tramutasse in una spaventosa depressione: crolli del Pil di quasi il 30 per cento, disoccupazione di massa, con costi sociali enormi che contribuirono al consolidamento di regimi dittatoriali. Oggi, a dieci anni dalla crisi finanziaria del 2008- 09, che aveva fatto temere il ripetersi della Grande Depressione, il mondo si è invece ripreso assai bene. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, in un editoriale sul Corriere della Sera, partendo da una ricostruzione storica, analizzano la situazione economica del Paese anche rispetto alle altre potenze mondiali. Tranne qualche colpo di coda protezionista il commercio internazionale e la cooperazione tra Paesi non si sono interrotti. Non è facile rendersi conto di come il resto del mondo proceda in fondo assai bene, e si sia ripreso dalla crisi molto meglio di quanto ci si sarebbe aspettato negli anni bui del 2008-2011, osservando il mondo dal punto di vista dell’unico Paese, il nostro, il cui il reddito pro-capite non è ancora risalito al livello pre-crisi. Il governo giallo-verde non è certamente responsabile dei decenni di stagnazione della nostra economia. Ma è responsabile di ingannare gli italiani vendendo come fossero un toccasana politiche che nulla faranno per aumentare la crescita, anzi la rallenteranno. Il reddito di cittadinanza redistribuisce una ricchezza che non cresce creando disincentivi a lavorare. Quota 100 redistribuisce reddito sottraendolo alle generazioni future (che non votano) e che già sono danneggiate dal debito pubblico, a favore di chi oggi invece vota e trae beneficio dal debito. La flat tax, già una promessa puramente propagandistica, si sta trasformando in una riforma fiscale confusa, a pezzi sconnessi, mentre ci sta cadendo sulla testa il macigno dell’aumento dell’Iva.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
Incredibilmente, non basta ancora quel che sta succedendo. La discussione sul fascismo 2.0 sta imboccando una tangenziale che la porta lontano dal cuore del problema, come se la questione oggi fosse un ritorno della forma dittatoriale che ha deformato l’Italia per vent’anni. Lo scrive Ezio Mauro, in un editoriale su Repubblica sottolineando che poiché quel ritorno è impossibile, si salta immediatamente alla conclusione assolutoria: tutto questo allarme attorno al pericolo fascista è inutile, sproporzionato, ideologico. Meglio parlar d’altro e far finta di niente, e ancora una volta non vedere, non sentire, rifiutandosi di capire. La novità dell’Italia di oggi, invece, è questo emergere di una cosa che chiama se stessa fascista, rivendica quell’identità e agisce di conseguenza, con incursioni e intimidazioni. Il problema dunque, per chiunque eserciti una responsabilità istituzionale, ma anche soltanto politica e intellettuale, è domandarsi dove nasca questo fenomeno, come mai torni a manifestarsi proprio oggi, e perché ritrovi forma, spazio e consenso. Vorrei aggiungere un punto che a me pare decisivo: non è il problema di una parte, e cioè esclusivamente della sinistra italiana. È un problema della democrazia e della cultura, e negarlo non è soltanto un’ambiguità, ma qualcosa di più: una manifestazione di corrività. L’altro elemento di svalutazione di questo neo-post-fascismo è l’area circoscritta in cui si manifesta, e il suo peso politico ridotto: tanto rumore - dicono i nuovi negazionisti - ancora una volta per nulla. La risposta a questa obiezione è semplice. Perché le manifestazioni di segno fascista si sono moltiplicate nell’ultimo anno, le organizzazioni che si richiamano a quell’impronta crescono e complessivamente questa espressione di irriducibilità più testimoniale che nostalgica ha preso un suo spazio abituale e addirittura un suo ruolo consolidato nel paesaggio politico febbricitante del nostro Paese. Fino a trasformare il 25 aprile in un elemento di contrasto identitario al vertice dell’esecutivo, con una divisione polemica tra grillini e leghisti. Col risultato che non sappiamo più qual è oggi il pensiero sul fascismo del governo della Repubblica nata dalla Resistenza.
 
Federico Geremicca, La Stampa
È vero, si può sorridere - e molti lo hanno fatto - di fronte alla cosiddetta “svolta moderata” operata nelle ultime 48 ore dal M5S. Federico Geremicca, sulle pagine de La Stampa, analizza le ultime “mosse” politiche del Movimento 5 Stelle. Il nuovo corso nasce senz’altro dalla necessità tattica di prender ulteriormente le distanze dalla Lega e dalla sua escalation, ma ciò non toglie che colga un paio di problemi certamente reali. La prima questione può esser sintetizzata così: i rischi insiti in una crescente predisposizione alla repressione del dissenso (nei confronti del governo) anche quando è esercitato con striscioni, cori e selfie beffardi, cioè in maniera del tutto pacifica. A questo, Di Maio aggiunge gli slogan duri e le foto del leader leghista in posa col mitra, ma basterebbe già la nuda cronaca a segnalare i rischi di un pericoloso avvitamento della situazione, manna dal cielo per l’estremismo, di qualunque colore sia. La seconda questione, invece, è sotto gli occhi di tutti ormai da qualche anno: l’assenza dal campo di gioco politico di una robusta e credibile forza moderata, capace di esser riferimento per quei milioni e milioni di italiani che nei primi 50 anni della Repubblica hanno fatto forte la Dc. E nei successivi vent’anni hanno sperato che il suo posto potesse esser preso da Silvio Berlusconi e dal suo neonato movimento. Oggi in Italia, insomma, il “popolo dei moderati” è senza partito: ma il fatto che sia senza partito, naturalmente, non significa che quel popolo non esista più. Intendiamo i cittadini che certo temono l’immigrazione ma non capiscono e non condividono gli sberleffi al Papa; che tengono alla propria sicurezza ma non credono che la soluzione sia vivere armati in casa; che sono per sostenere i più poveri ma guardano con preoccupato scetticismo al fiume di danaro che esce dai rubinetti del reddito di cittadinanza. Sono questi umori che Di Maio insegue quando fa sapere di essere “un moderato”. A meno che non intenda davvero provarci Matteo Renzi, con la mossa che da tempo gli viene attribuita: la formazione di un nuovo movimento, separato dal Pd, dall’impronta moderata e modernamente riformatrice.
 
 
 
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