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Il tempo del coraggio

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 14/05/2019

Il tempo del coraggio Il tempo del coraggio Carlo Verdelli, Repubblica
Il direttore di Repubblica, Carlo Verdelli, firma un editoriale per inaugurare la nuova veste grafica del quotidiano romano. “La nuova Repubblica non è tanto un’alchimia editoriale, uno spostamento di pagine e inserti. E’ la risposta a un vento forte che si è alzato, non solo in Italia, in direzione ostinata e contraria ai principi fondanti e condivisi della nostra comunità. Per rispondere a questo vento, per farci sentire nel frastuono che sta stordendo il nostro presente, abbiamo pensato di alzare la voce, che non significa rinunciare a un grammo dell’autorevolezza e del rigore che hanno caratterizzato la nostra storia. Vuol dire coniugare l’imparzialità nel raccontare con il coraggio di denunciare quello che ci sembra intollerabile. Vuol dire parlare chiaro e dichiarare apertamente, ogni volta, qual è il nostro pensiero, renderci tracciabili nella mappa intricata dell’informazione di oggi, essere il più possibile trasparenti. La stagione che stiamo vivendo ci impone non un cambio di natura ma un cambio di passo, tenuto conto che è l’idea stessa di democrazia a venire messa in discussione da forze politiche e gruppi ai confini della legalità, e spesso oltre quei confini, che basano il loro crescente consenso su slogan e pratiche che di democratico hanno assai poco. Rivelarne il disegno, denunciarlo, ostacolarlo è un compito che riguarda anche il giornalismo. Di fronte al riemergere, forse imprevisto ma di certo non marginale, di pulsioni che partono dal populismo per arrivare a forme variabili di autoritarismo, davanti a cortei più o meno autorizzati che sventolano bandiere nere e simboli propri di fascismo e nazismo, di fronte a minacce sempre più concrete e spudorate a persone che intralciano il nuovo-vecchio corso, per chiunque trovi tutto questo un pericolo che sarebbe un errore sottovalutare, è il tempo di uscire dall’astensione, dal prendere cautamente le distanze, dalla litania dei distinguo. Questo è il tempo del coraggio”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
Sulla Stampa Marcello Sorgi parla delle prossime regionali in Piemonte come di una battaglia decisiva per gli assetti politici nazionali. “Tardiva e divisiva, la richiesta della Lega di dimissionare il direttore del Salone del Libro Nicola Lagioia serve solo a far capire quale importanza il partito di Salvini attribuisca alle elezioni regionali. Una consultazione fissata lo stesso giorno delle Europee, che vede il centrodestra favorito e il centrosinistra all’inseguimento, ed è destinata a influire sul quadro generale del giorno dopo molto più delle recenti partite locali. Se la Lega ha voluto sollevare in anticipo il problema è perché vuol gettare nel falo' della campagna elettorale il caso determinato dalle dichiarazioni para-fasciste di Polacchi e dall’esposto alla magistratura di Chiamparino e Appendino contro di lui. In caso di vittoria del centrodestra, con il previsto apporto determinante del Carroccio, Salvini ne ricaverebbe un consolidamento della sua annunciata vittoria nazionale. Il leader leghista punta a portare il suo partito, non solo al primo posto in Italia ma in Europa. Nel caso invece opposto, possibile ma meno probabile, di vittoria del centrosinistra, varrebbe il ragionamento contrario. La sconfitta del centrodestra si trasformerebbe nella sconfitta di Salvini, a prescindere dalle percentuali dei singoli partiti della coalizione battuta. Per essere compensata, o addirittura cancellata dal risultato generale, richiederebbe una Lega largamente al di sopra del 30% nel voto europeo. Senza dire che vincendo in Piemonte, il Pd si avvicinerebbe più facilmente al secondo posto nella gara nazionale, a danno del M5S. Un’eventuale contemporanea delusione dei due partiti di governo farebbe da incentivo, anche se non ce n’è affatto bisogno, alla conflittualità interna del governo, mettendo in forse la sua stessa sopravvivenza”.
 
Angelo Panebianco, Corriere della Sera
“Prima o poi il governo giallo-verde cadrà, minato dai suoi conflitti interni. Ma non è sicuro che coloro che guidano le principali opposizioni non provino timore per ciò che accadrebbe dopo. Dal momento che la fine del governo giallo-verde sarebbe per loro il momento della verità, l’ora in cui dovrebbero essere fatte scelte difficili e, forse, laceranti”. Così Angelo Panebianco esamina sul Corriere della Sera la situazione in cui verrà presto a trovarsi soprattutto il Pd. “Tra Pd e M5s c’è un’obiettiva convergenza di interessi. I 5 Stelle, per contrastare Salvini, trovano oggi utile «vendersi» come forza di sinistra. Dall’opposizione, a sua volta, il Pd ha individuato in Salvini il principale nemico contro cui mobilitare le proprie truppe. Se il Pd avrà un forte e netto successo alle elezioni europee, allora tutto andrà bene per il segretario Zingaretti ma se il suo risultato fosse modesto e se, contemporaneamente o poco dopo, il governo cadesse, allora per il Pd sarebbero dolori. Perché dovrebbe sedersi a un tavolo per cercare di trattare con i 5 Stelle. E a quel punto il Pd dovrebbe fronteggiare una nuova scissione: di tutti quelli che non ci stanno ad andare a braccetto con Di Maio, Di Battista e soci. Quella trattativa potrebbe farsi solo se i 5 Stelle perdessero consensi ma non troppo. Un loro drastico ridimensionamento non li renderebbe più un partner appetibile e plausibile per il Pd. Nel caso, invece, che le loro perdite fossero contenute la trattativa sarebbe più utile ma, al tempo stesso, provocherebbe la durissima opposizione dei tanti che, anche nel Pd, sono ostili ai 5 Stelle”. In sostanza, conclude Panebianco, l’esito finale dell’operazione nostalgia portata avanti da Zingaretti “non può che essere una convergenza fra rossi e gialli. Gli uni oppure gli altri potrebbero uscirne con la schiena rotta. E non è certo che a schiantarsi debba essere il M5S”.
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