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Un valore in pericolo che abbiamo riscoperto

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 26/04/2019

Un valore in pericolo che abbiamo riscoperto Un valore in pericolo che abbiamo riscoperto Michele Serra, la Repubblica
Non è mai stata “una festa di tutti”, il 25 aprile, ma di molti sì. Michele Serra, in un commento su Repubblica, si sofferma sul significato della festa per la Liberazione. Quanti ne bastavano per dare il segno, nelle piazze e sulla scena politica, di una democrazia nuova e condivisa, di una dittatura rovesciata e di una tragedia ormai alle spalle, quella di «una guerra ingiusta, scatenata per affermare tirannide, volontà di dominio, superiorità della razza, sterminio sistematico», come ha tenuto a sottolineare il presidente della Repubblica ieri a Vittorio Veneto, non risparmiando al fascismo alcuna delle sue colpe sanguinarie. Quest’anno - scrive Serra - il clima era particolarmente turbolento, essendo il governo del Paese condiviso dalla destra nazionalista di Matteo Salvini e dalla nebulosa post-ideologica del Movimento Cinque Stelle; ed essendo il Paese crivellato, un po’ ovunque, da manifestazioni fasciste mai così serenamente espresse, come per segnalare che la pregiudiziale antifascista è finalmente sepolta in mezzo alle macerie di Prima e Seconda Repubblica: la Terza, dunque, sarebbe quella in cui l’antifascismo viene rottamato come un infingimento formale. Un inganno delle élite ai danni del popolo, e pazienza se i caduti partigiani fossero in larghissima parte popolo. Ma non tutto il male viene per nuocere. La Festa della Liberazione è tornata a essere una scelta: da ribadire o da riscoprire. Da difendere e da rilanciare. Tra le buone cose da mettere nel conto, il giorno dopo, c’è anche la tardiva ma necessaria ridefinizione dell’altra metà del governo, quella grillina, che in larga parte si è sentita in dovere di definirsi antifascista, e dunque partecipe del 25 aprile. E dunque bisogna festeggiare, senza farla troppo lunga, la presenza di diversi esponenti grillini nelle cerimonie della Liberazione. Anche loro, per quanto post-ideologici, per quanto “nuova” sia la loro politica e “nuove” le loro intenzioni, hanno certamente udito le parole di Sergio Mattarella, che parlando del passato entra in pieno nel dibattito politico presente: «La storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva».
 
Giovanni Sabbatucci, La Stampa
«La storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva». È uno dei passaggi centrali del discorso che Sergio Mattarella ha tenuto ieri a Vittorio Veneto, a conclusione delle celebrazioni del 25 aprile: l’ultimo di una serie di interventi in cui il presidente della Repubblica sembra aver tracciato una sorta di perimetro ideale della legittimità democratica e dell’etica repubblicana. Giovanni Sabbatucci, in un editoriale su La Stampa, ricorda le parole del Capo dello Stato in occasione delle celebrazioni per la Festa della Liberazione. Qualcosa di simile avevano fatto i suoi predecessori, soprattutto gli ultimi due. Ma in questo caso il riferimento è più puntuale e tutt’altro che neutro, visto che cade in una fase di accesa conflittualità politica: una fase in cui il dibattito pubblico tende a tracimare dall’alveo del fisiologico confronto fra idee e programmi per investire i principi di fondo in base ai quali siamo soliti definire le democrazie. Vista in tale contesto, l’esortazione del capo dello Stato a non subordinare la difesa degli spazi di libertà alla ricerca di una maggiore tutela, o l’invito a non cedere alle sirene del nazionalismo sovranista (già evocato e condannato in numerosi interventi presidenziali) non possono non richiamare come modello negativo le democrazie illiberali e i regimi securitari dell’Est Europa. Ma il discorso suona anche come ammonimento implicito alle forze politiche italiane (Lega e Fratelli d’Italia) che a quei modelli dichiaratamente si ispirano. Vanno nello stesso senso – anche se i destinatari politici del messaggio non coincidono specularmente – la condanna della violenza, seppur consumata in uno scenario bellico e in risposta ad altre violenze, e del ricorso alla giustizia sommaria, sempre incompatibile con la democrazia. Un accenno non casuale, in un discorso pronunciato nel giorno della liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Ma è difficile non cogliere in quella condanna anche un’eco delle recenti polemiche politiche sull’uso delle armi e sulla legittima difesa.
 
Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera
È bastato l’incendio - per fortuna solo parziale - della cattedrale di Notre-Dame per far emergere in pieno la schizofrenia ideologica e l’incertezza culturale delle classi colte e dirigenti dell’Europa. Cioè la causa forse principale della paralisi che da anni impedisce all’Unione Europea di diventare un vero soggetto politico. Lo scrive Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale sul Corriere della Sera, sottolineando che le fiamme non erano ancor spente e già si levava un coro praticamente unanime. «Era una parte di noi, era la nostra storia, la nostra letteratura, il nostro immaginario, una parte del destino francese» dichiarava Emmanuel Macron. Anche in casa nostra politici e commentatori si sono riconosciuti tutti sull’identica linea senza distinzione di orientamento politico. E così abbiamo letto che a Notre-Dame abitava «l’anima dell’Europa», che «la modernità» comincia dalla cattedrale «che diventa spazio pubblico, centro culturale, polo di aggregazione». Non solo: che il drammatico evento parigino rivelava «un sentimento comune di appartenenza». Non per nulla quando una quindicina di anni fa, nella premessa a un progetto di Costituzione della Ue molti proposero di menzionare tra le radici spirituali della nuova entità che si voleva fondare, accanto al retaggio greco-romano e all’Illuminismo, anche le «radici cristiane», si assistette a una vera levata di scudi. Invocando l’imprescindibile spirito laico, la complessità della storia non racchiudibile in formule, e mille altri motivi, fioccarono dubbi, cavilli e obiezioni di ogni tipo. L’incendio di Notre-Dame ha funzionato però da detonatore del deposito di materiale emotivo silenziosamente accumulatosi per anni in seguito alle centinaia di morti e feriti prodotti dagli attentati islamisti, alle decapitazioni e agli altri orrori dell’Isis. Non c’è nulla come la percezione prolungata della presenza del pericolo e di un nemico per rendere coscienti della propria identità e per sentire il bisogno di manifestarla.
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