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Altro parere

Prigionieri della Liberazione

Redazione InPi¨ 23/04/2019

Altro parere Altro parere Alessandro Sallusti, il Giornale
Prigionieri della Liberazione. E’ questa sorta di ossimoro, il tema su cui si dipana l’editoriale di Alessandro Sallusti, direttore del Giornale. “La chiamano «liberazione» ma in realtà è una prigionia. Ogni anno, dal 1946, il 25 aprile fa prigionieri gli italiani e li costringe ad assistere a tre giorni di contrapposizione tra presunti partigiani e fantomatici fascisti. Cambiano i nomi dei partiti e pure il quadro politico ma il 25 aprile no, si ripete con identica liturgia e con uguali parole d’ordine a prescindere dalla realtà, con un’enfasi e una retorica quasi che il nemico fosse ancora alle porte e i resistenti su in montagna a combattere. Visto che per non offendere i «nuovi» italiani c’è chi è arrivato a negare la celebrazione del Natale, sarebbe bello che per non offendere l’intelligenza di tutti gli italiani la piantassero con la riedizione verbale di una guerra civile che - quella sì - fu cosa seria e produsse inutili morti da ambo le parti. Il 25 aprile è una festa partigiana nel senso di parte. Si ricorda non la benefica fine di una dittatura – cosa più che legittima - ma una storia riscritta a uso e consumo dei vincitori. I quali, fino al 24 aprile 1945, certamente non erano in numero apprezzabile nelle piazze armati ma richiusi in casa ad aspettare i liberatori degli eserciti angloamericani per poi sfogare nei giorni seguenti la loro vendetta con altrettanta ferocia dei predecessori. La storia ognuno la legge come vuole, ma è la cronaca a essere oggettivamente stucchevole. Neppure il giovane Di Maio (si parla di fatti che riguardano suo nonno) è riuscito a sottrarsi al pagamento della tassa e domani sfilerà, non si capisce a che titolo, alla testa di uno dei tanti cortei puntando il dito contro il «fascista» Salvini, che va bene per andare al governo ma che diventa un pericolo pubblico sotto elezioni. Già, perché il problema è proprio e solo questo: fuori dall’ipocrisia, non c’entra la memoria e neppure la storia, ma solo i voti. Essendo infatti le elezioni quasi sempre attorno a maggio, il 25 aprile il più delle volte cade in piena campagna elettorale. Quale occasione migliore quindi per andare in piazza a difendere, da chi non si capisce, la «Repubblica nata dall’antifascismo» (più veritiero sarebbe dire: nata grazie agli americani e a Churchill). Che poi per il resto dell’anno questa Repubblica venga dagli stessi patrioti costantemente bistrattata e mortificata da politiche inadeguate è ritenuta cosa secondaria. In fondo basta aspettare solo altri 12 mesi che arriva il 25 aprile successivo, e per l’ennesima volta anche i mediocri e i codardi potranno tornare a dirsi per un giorno statisti e leoni”.
 
Giuliano Ferrara, il Foglio
Lo stop di tre giorni a internet in Sri Lanka dopo gli attentati di Pasqua è il tema dell’analisi di Giuliano Ferrara sul Foglio, dal titolo emblematico “la democrazia spiegata con il web muto”.  “Tre grandi città nella vecchia Isola di Ceylon, l’isola del tè, sono diventate a Pasqua capitali di una geografia del terrore: coordinazione, potenza di fuoco, una quantità di vittime della violenza, tetti delle chiese che saltavano, morti ammazzati accatastati in mezzo a panche e reliquie, statue del Salvatore insanguinate, una logica di sterminio per gli Easter worshippers, i fedeli di Pasqua, i parrocchiani, i cattolici riuniti nella comunione della messa, più altri nei centri del turismo internazionale, una storia di orrore senza precedenti in Asia. La chiusura di internet è stata decretata per ragioni di sicurezza. Arrembaggi di opinioni e commenti e grida, ma sopra tutto notizie false, tecnicamente riproducibili 24 ore su 24 e ovunque disponibili, possono causare nuove stragi, diffondere un clima di eccitata sovversione, provocare nuovi omicidi, attacchi, incendi, pogrom di minoranze etniche o religiose in un paese in cui hindu, musulmani, cristiani e buddisti con la violenza convivono scontandone la dura legge di annientamento. Bisogna a questo punto fermarsi e riflettere, rispettare per così dire il coprifuoco anche a distanza: qui non è in questione un procurato allarme qualsiasi, una situazione di ordine pubblico deformata dalla creazione e percezione di fatti che non erano fatti e dal rilancio di menzogne in tempo reale, cose nella disponibilità di chiunque abbia accesso alla rete e sempre accadute prima della rete. Non è come nei falsi attentati di Oxford Street, la famosa girandola del terrore intorno al nulla, cagionata dalla molteplicità alla Rashomon dei punti di vista in un pomeriggio di incauta paura nei grandi magazzini a Londra, con i vip che tuìttavano di spari mai sparati e terroristi mai comparsi in scena, la guerricciola degli influencer. Qui è l’opposto: nello Sri Lanka, dopo il sangue, vero, il fake senza norme, universale e disponibile, poteva far scorrere altro sangue, vero. Di qui la decisione del coprifuoco. Le notizie da pogrom, politicamente orientate a eccitare la violenza, sono sempre esistite: qualche giorno fa ricordavo che nel 1955 a Istanbul si scatenarono i pogrom contro i greci per il falso artatamente diffuso di un attacco, mai avvenuto, contro la casa di Atatürk a Salonicco. La differenza, a parte la potenza di fuoco del web, che è dinamite in sovrapposizione a dinamite, sta nel fatto che quello di Istanbul è un caso contro la legge di ‘notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico’, mentre il rischio web dopo gli attentati di Pasqua è stato una circostanza anomica, di una situazione cioè priva di norme, in cui ciascuno è legalmente libero di dire e trasmettere quel che vuole vedere allo scopo di far vedere a tutti gli altri, simultaneamente, lo spettro di una violenza a cui rispondere con altra violenza. Nel vecchio mondo del falso si andava contro la legge dello stato, ora si realizza la legge del web, si manifesta un fenomeno di libera circolazione della merce contraffatta, del contrabbando di paura e superstizione. E’ diverso”.
 
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