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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 19/04/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Siri, pensavo che fare politica non fosse così pericoloso
«È una roba folle, folle... Non pensavo che fare politica fosse così pericoloso». Lo dice il sottosegretario Armando Siri, indagato per corruzione, intervistato da Monica Guerzoni sul Corriere della Sera. Senatore Siri, l’ha presa o no quella mazzetta da 30 mila euro dal professore Paolo Arata? «Ma siamo matti? Io non so nulla di questa storia, mi auguro che si sgonfi. Sono veramente provato, seccato, sconcertato. Mi sento come se mi avessero buttato un badile sulla faccia. Quel che so di certo è che non ho mai preso un soldo da nessuno. Sono tranquillissimo». Non era lei, nella Lega, a tenere i rapporti con Arata? «Si, ma pensavo fosse uno specchiato docente. Tutti lo stimano, è stato anche commissario straordinario dell’Enea. Ha partecipato a convegni della Lega come docente esperto. Cosa ne so io se questo è un faccendiere?». Intercettato, Arata parla di una mazzetta in cambio di un emendamento al ddl Bilancio che avrebbe agevolato il «re dell’eolico», Nicastri. «Non ho minimamente idea, sono allibito. Non so chi sia questo imprenditore e non mi sono mai occupato di eolico in vita mia». E l’emendamento incriminato? «Me ne chiedono 800 al giorno, non sto a guardarli tutti, li passo agli uffici. Ma non ho mai fatto alcun emendamento per aiutare pinco, pallino, palletto». Nicastri secondo gli investigatori sarebbe legato al boss mafioso Matteo Messina Denaro. Lo sapeva? «La mafia, i mafiosi, addirittura. Ma che ne so io che c’è uno dietro che è un mafioso? Non sono mai stato a Palermo, mai stato a Trapani. Io lavoro, faccio il mio. Certo, se mi chiamano dalle categorie... Tutti i giorni ce n’è uno che ti chiede cose. Ovvio, facciamo questo di lavoro». Esattamente cosa le ha chiesto Arata? «Arata mi ha stressato, mi chiamava continuamente. Tutti ti chiamano, poi le cose importanti tu le passi agli uffici, al legislativo. Le metti lì e qualcuno ci penserà. Ma io non ho mai telefonato a nessuno per caldeggiare niente. L’unica cosa su cui mi sono buttato veramente è il saldo e stralcio (delle cartelle fiscali, ndr). Quello sì».
 
Bagnacani, conti truccati per privatizzare l’azienda. Ho detto no
Dopo il licenziamento «per giusta causa», ha fatto i bagagli. L’ex presidente di Ama, Lorenzo Bagnacani, è tornato nella sua Reggio Emilia. Ma continua a seguire con attenzione le vicende della municipalizzata dei rifiuti di Roma. La testa è ancora lì. Alle richieste grilline di trasferirsi dalla Torino di Chiara Appendino alla capitale guidata da Virginia Raggi per salvare la città dal degrado e a tutto quello che è venuto dopo, dalle frizioni sul bilancio 2017 con la sindaca alle conversazioni pubblicate ieri dall’Espresso. «Perché le ho registrate? – sottolinea in un’intervista con Lorenzo D’Albergo su Repubblica -. Per difesa, penso si sia capito quello che stava succedendo. Ci sono state pressioni di un certo livello. Anche personali? La procura e la Corte dei Conti hanno tutto, su questo preferirei non dire altro». Dottor Bagnacani, in quegli scambi la sindaca pare piuttosto decisa. Lei avrebbe dovuto modificare i conti dell’azienda secondo la prima cittadina. «Questa vicenda mostra che ho sempre perseguito la via della legalità. Sono stato allontanato per non essermi piegato a delle richieste che reputavo assolutamente non conformi. Ho rispettato le regole anche davanti al rischio di essere cacciato». Raggi ha commentato con un «molto rumore per nulla». I 5S in Campidoglio, ascoltate le registrazioni, dicono che la sindaca è stata fin troppo tenera. Che effetto le fa? «Singolare. La prima cittadina ha sempre apprezzato il mio operato. Anche fino a poche settimane prima del mio licenziamento, non sono mancati attestati di stima via sms. Ma anche su Facebook e Twitter... continuavano a rilanciare i risultati raggiunti da Ama. Il nostro lavoro quindi è stato apprezzato e rilanciato sui social dal Comune». E poi cos’è successo? «Ho solo rispettato le regole, a prescindere da quelle che potevano essere le conseguenze». Qualche rimpianto? «Tanto è stato fatto, molto poteva essere ancora fatto».
 
Lombardi, lasciare? Ora no. Ma se la sindaca fosse indagata cambierebbe tutto
«Se dovessero esserci degli illeciti, sarà la Procura a deciderlo. Io mi limito a dire che questi audio sono un po’ crudi». A sera, dopo che la politica per tutto il pomeriggio non ha fatto che parlare del “caso Raggi”, interviene anche Roberta Lombardi, capogruppo M5S in Regione Lazio, intervistata da Francesca Schianchi su La Stampa. E alla sindaca con cui non ha mai avuto grande sintonia non chiede «in questo momento» le dimissioni. A meno che, mette in chiaro però, non arrivi un’indagine: in quel caso «cambierebbe tutto». La Raggi rigetta l’accusa di aver fatto pressioni: il no al bilancio Ama, spiega via Facebook, era per evitare premi ai dirigenti. La convince? «Io vengo dal mondo delle aziende e so che il meccanismo di premialità dei manager lo definisce il Consiglio di amministrazione espresso dal socio». Che è il Campidoglio… «Appunto. Se il socio ha dato l’imput che, a fronte di un determinato risultato, ci deve essere il premio, forse ha sbagliato a monte». «Ho la città praticamente fuori controllo - ammette la Raggi - in alcune zone i romani vedono la merda»… «Da romana me ne rendo conto». Meglio le dimissioni come chiede la Lega? Per inadeguatezza, dice Salvini. «Salvini sta portando avanti da mesi un’Opa su Roma. Noto che proprio oggi (ieri, ndr) che un suo sottosegretario viene indagato, la Lega lancia la richiesta di dimissioni per una persona non indagata. Se poi la sindaca sia adeguata o meno lo decideranno i cittadini». Tra due anni e mezzo? O dovrebbe dimettersi e consentire ai cittadini di valutarlo al più presto? «Io non credo che la Raggi debba dimettersi in questo momento. Inciampi ed errori ne sono stati fatti, penso anche a questi audio, ma solo la rilevanza penale cambierebbe tutto». Dice? Ma l’obbligo di dimissioni nel M5S non scatta solo con una condanna in primo grado? «È vero, ma oggi (ieri, ndr) Di Maio ha giustamente chiesto al sottosegretario Siri, indagato per corruzione, di valutare il passo indietro. Ci sono reati su cui anche solo l’indagine è particolarmente odiosa. Io non ho chiesto le dimissioni della Raggi per falso ideologico, se fosse però coinvolta da indagini di altro tipo allora cambierebbe lo scenario. Ma spero che questo non avvenga».
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