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Altro parere

Il cigno nero

Redazione InPi¨ 19/04/2019

Altro parere Altro parere Alessandro Sallusti, il Giornale
Potrebbe essere il classico «cigno nero», cioè l’evento imprevedibile che cambia il corso della storia. Il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, nel suo editoriale ipotizza una imminente fine della storia dell’attuale governo. Armando Siri, leghista, sottosegretario alle Infrastrutture, è stato infatti raggiunto ieri da un avviso di garanzia per corruzione (una presunta tangente di trentamila euro) nell’ambito di un’inchiesta sull’eolico in Sicilia finito in mano alla mafia del capo boss Matteo Messina Denaro. Il suo capo, il ministro Toninelli, gli ha tolto le deleghe e Di Maio ne chiede le dimissioni immediate. Ma Matteo Salvini non ne vuole sentire parlare, Siri gode della sua fiducia e deve stare al governo fino a sentenza. E’ un caso non costruito a tavolino direttamente dalla politica per fare ascolto, ma gettato in campo a sorpresa dalla magistratura che ancora una volta irrompe sulla scena elettorale per provare a condizionarne l’esito. Che questa inchiesta deflagri proprio oggi è quantomeno sospetto. Ed è inquietante che ciò avvenga lo stesso giorno in cui l’Espresso svela delle registrazioni dell’inchiesta sull’azienda rifiuti di Roma nelle quali la Raggi fa pressioni sull’ex ad dell’Ama per sistemare il bilancio in un certo modo. Un colpo alla Lega, l’altro ai Cinque Stelle: più che pareggiare i conti, sembrano fatti apposta per mettere entrambi con le spalle al muro. Morale: o saltano insieme Siri e la Raggi o a questo punto può davvero saltare il governo prima del previsto, perché il primo dei due che molla ha perso tutto. Non ci facciamo illusioni politiche. Nel merito l’inchiesta su Siri appare come una delle tante bufale cui la magistratura ci ha abituato negli anni e la Raggi, almeno al momento, non è neppure indagata. Ma in questo governo la sostanza è un optional e la fragile tregua firmata sul caso Salvini-Diciotti tra i giustizialisti dei Cinque Stelle e i garantisti della Lega non può reggere l’urto di oggi. Entrambi i contendenti sono al bivio tra governo e dignità, la terza via non c’è. Questa volta il «cigno nero», chiunque esso sia, l’ha costruita bene.
 
Claudio Cerasa, il Foglio
Le previsioni sul futuro sono sempre spaventose, la crescita continua a essere la peggiore dell’Eurozona, la disoccupazione continua a essere una delle più gravi dell’area Ocse, il debito pubblico dopo essere sceso per molti anni non smette di salire, il deficit dopo essere stato sotto controllo per molti anni non smette di essere fuori controllo, la pressione fiscale dopo essere scesa ininterrottamente negli ultimi quattro anni ha ricominciato a salire. Il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, nel suo editoriale, partendo dalle previsioni della Banca d’Italia commenta la situazione economica del Paese. Nonostante questo, negli ultimi giorni, e in particolare nella giornata di ieri, sono arrivate alcune notizie di segno opposto che ci dicono in modo incoraggiante che l’economia italiana è molto più forte di chi ogni giorno tenta di distruggerla. Le prime notizie di un certo interesse sono state registrate ieri mattina da Bankitalia: nel suo Bollettino economico la Banca centrale ha diffuso alcuni dati sul nostro paese che certificano la direzione pericolosa imboccata dal governo che però non ha ancora portato a una letale uscita di strada. Fino a oggi, lo avrete letto, le domande accolte per il Rdc ammontano a 681 mila e in totale il numero di persone che dovrebbe avere accesso alla misura pensata dal governo nientemeno che per “abolire la povertà” ammonta a una cifra vicina a 1,5 milioni. Una misura che contrasta con un numero che negli ultimi anni è stato trasformato dai populisti nell’indicatore giusto per descrivere l’Italia più o meno come in segreto Raggi descrive lo stato della sua città: ’na merda. Il numero coincide con i cinque milioni di persone che si trovano in povertà assoluta (5 milioni e 58 mila, come ricordato due giorni fa dall’Istat), ma le adesioni al Rdc ci dicono che la misura certificata dall’Istat è fortemente esagerata. L’Italia è più forte di chi la vuole disegnare debole, ha una vitalità che sfugge alla conoscenza del grande pubblico e chiunque provi a guidarla basandosi più su ciò che è percepito che su ciò che è reale non farà altro che il gioco di chi la vuole rendere più fragile.
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