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La strategia degli strappi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 19/04/2019

La strategia degli strappi La strategia degli strappi Massimo Franco, Corriere della Sera
Vedere due forze giustizialiste che si azzuffano accusandosi l’una con l’altra di incoerenza sulla questione morale dovrebbe far riflettere in primo luogo i protagonisti. E potrebbe anche risultare salutare per avere un approccio meno demagogico alla realtà. Massimo Franco, in approfondimento sul Corriere della Sera, commenta le recenti divergenze all’interno della maggioranza di governo. Ma lo scontro tra Movimento Cinque Stelle e Lega, dopo l’inchiesta per corruzione contro il sottosegretario ai Trasporti del Carroccio, Armando Siri, avrà probabilmente una ricaduta sul governo giallo-verde. E questo non può non preoccupare. A cinque settimane dalle Europee, promette di trasformarsi in un altro strappo nella maggioranza: con la giustizia come frontiera nazionale e trasversale sulla quale prima o poi inciampano tutti. Non si può sfuggire al sospetto che la vicenda sia agitata proprio per la coincidenza con elezioni fondamentali per ridisegnare i rapporti di forza tra i vicepremier Luigi Di Maio, grillino, e Matteo Salvini, leghista. Il primo chiede le dimissioni di Siri, e intanto gli fa ritirare le deleghe, mentre il premier Giuseppe Conte cita il «codice etico» del contratto di governo: un preavviso di chiarimento o di sfratto. Il secondo difende il suo uomo, accusando i Cinque Stelle di usare due pesi e due misure. Ed evoca il caso, controverso, della sindaca di Roma, Virginia Raggi, sulla quale arrivano strane intercettazioni. L’impressione che queste polemiche confermino una regressione della politica in materia di diritti è molto forte. Peccato che l’economia e i mercati finanziari non aspettino le convenienze di M5S e Lega. Ad appena un anno dalla presa del potere, Di Maio e Salvini dovrebbero cominciare a chiedersi quanto potrà durare la loro luna di miele con l’opinione pubblica: sempre che M5S e Lega non pensino di costringerla a breve a un nuovo bagno elettorale, dopo avere portato o comunque lasciato l’Italia alla deriva.
 
Sergio Rizzo, la Repubblica
Ci chiedevamo perché a Virginia Raggi venisse l’orticaria ogni volta che si parlava di emergenza rifiuti nella capitale. Come se la sindaca di Roma non vedesse in che condizioni fosse la città che amministra. Sergio Rizzo, sulle pagine di Repubblica, si sofferma sulle ultime vicende che hanno coinvolto la sindaca di Roma. Ora scopriamo che le vedeva eccome, al punto da parlare di una città «fuori controllo»: altro che emergenza. Ma forse il ruolo del sindaco prevede pure che si debba evitare il panico. Quello che però di sicuro non rientra nei compiti di una sindaca è scaricare su altri responsabilità della propria amministrazione, dal complotto dei frigoriferi al governatore della Regione Lazio, o a chi c’era prima. Perché se stiamo a quello che racconta il suo direttore generale Giampaoletti nella lettera con cui fa fuori il presidente dell’Ama Lorenzo Bagnacani e gli altri due amministratori, un’azienda di rifiuti che riceve un reclamo per disservizio ogni minuto e mezzo non si può appellare a cause esterne. Piuttosto deve guardare dentro, dove su 7.500 dipendenti circa 1.600 godono dei benefici della legge 104 sui parenti disabili mentre 1.200 hanno una qualche inabilità al lavoro. Con dettagli assai eloquenti, come quei 120 (almeno) dipendenti arrivati negli anni tutti da un solo paese laziale di 732 anime: Pisoniano, dov’è nato Manlio Cerroni, il padre padrone privato della monnezza romana e di Malagrotta, la discarica più grande d’Europa dove l’Ama per decenni ha portato la spazzatura. Ma c’è anche altro che una sindaca non può fare, e non per ragioni di opportunità. Bensì di legge. Non può dire a un amministratore come deve fare il bilancio «anche se dice che la luna è piatta», perché come si fa il bilancio lo dice il codice civile. Chi è stato eletto può fare ciò che vuole perché ha l’investitura popolare. Infischiarsene del diritto internazionale per i migranti, astenersi dal far discutere al parlamento la legge di bilancio, e quindi imporre a chi amministra una società pubblica che ha in pancia una concessione che vale 7 miliardi dei contribuenti di scrivere un bilancio in perdita. Che sarà mai… 
 
Francesco Bei, La Stampa
La cronaca dell’ennesima lite tra Salvini e Di Maio rischia di apparire ormai come uno stucchevole tormentone, ma la brutale verità va comunque detta: è chiaro a tutti che in queste condizioni la maggioranza non è più in grado di lavorare e il presidente del Consiglio non riesce più ad adempiere al suo obbligo costituzionale, quello cioè di assicurare «l’unità di indirizzo politico» dell’esecutivo. Francesco Bei, in un punto su La Stampa, ritorna sulle difficoltà nella maggioranza di governo alla luce degli ultimi avvenimenti giudiziari. Unità? Dopo essersene dette di tutti i colori, a sera voci di corridoio M5s annunciavano addirittura l’intenzione di denunciare in procura il braccio destro di Salvini, Armando Siri, per i presunti magheggi intorno a un emendamento che avrebbe favorito l’imprenditore (in odore di mafia) Vito Nicastri. Più di così... Certo, il ministro dell’Interno, a Porta a Porta, ancora sosteneva che il governo sarebbe andato avanti «altri quattro anni», eppure stavolta lui stesso sembrava per la prima volta poco convinto. A taccuini chiusi i leghisti ammettono che l’attacco grillino a Siri, nella sua gravità, non è più derubricabile alla solita schermaglia da campagna elettorale, ma costituisce una «frattura politica seria». Dicono che, per la prima volta, Salvini abbia iniziato a prestare ascolto ai suoi che gli ripetono da tempo di farla finita con i cinquestelle. È sotto gli occhi: i nervi stanno saltando, l’incidente fatale, quello che manda tutti a casa, è dietro l’angolo. E pure i toni, al limite dello scherno, usati in tv da Salvini contro Virginia Raggi, contribuiscono a comporre un quadro di sfacelo e dissoluzione. L’esecutivo è paralizzato nella sua attività, i decreti escono fuori con il contagocce, gli investimenti sono fermi, i cantieri non ci sono, la disoccupazione cresce, in Parlamento si girano i pollici da settimane, il ministro Tria ha scritto un Def chiaramente in contrasto con le promesse escatologiche dei due leader, l’autonomia regionale è al palo. Tra poco più di un mese si vota per le Europee, ma a Roma ieri sera tutti guardavano già al calendario di giugno per la data delle prossime Politiche.
 
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