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C'era una voce

Redazione InPi¨ 18/04/2019

Altro parere Altro parere Massimo Gramellini, Corriere della Sera
Massimo Gramellini dedica il suo “Caffè” sul Corriere della Sera alla morte del collega Massimo Bordin, occasione per riflettere sul ruolo di servizio pubblico offerto da Radio Radicale. “Questo è il primo Caffè che ha la ragionevole probabilità di non cadere tra le grinfie di Bordin. Il particolare mi procura un certo sollievo e una sconfinata malinconia. Del dispiacere per la perdita preferisco non scrivere, perché il rischio di retorica è altissimo e non si sa mai: dal paradiso laico che lo ospita, dove di sicuro ha ripreso a litigare con Marco Pannella, Bordin sarebbe capacissimo di improvvisare una rassegna stampa per farmi le pulci. Le ha sempre fatte a tutti, anche a sé stesso. Bastava sintonizzarsi su Radio Radicale per trovarli, lui e la sua sigaretta, già accesissimi di prima mattina. In quest’epoca di facce, le voci della nostra vita si spengono una dopo l’altra. Ameri, Ciotti, adesso Bordin. Voce roca, romana, ironica, catarrosa. Sporca e però pulita. Sapeva di fumo e odorava di bucato. Oggi le voci non contano. Contano i volti, che a volte sono maschere. La voce di Bordin era vera. Partigiana, però mai faziosa. Aveva opinioni molto definite su tutto: le droghe, le carceri, il libero mercato. Ma si attardava più volentieri a leggere gli articoli di chi non la pensava come lui. Quello che penso io, diceva parafrasando Oscar Wilde, non ha il fascino della novità. Tutto l’opposto dei tribuni della plebe che parlano per ascoltarsi. Anche i social e le chat ci insegnano a coltivare solo l’orticello dei nostri simili. Bordin era più interessato ai suoi dissimili. Sarebbe una cosa imperdonabile se Radio Radicale dovesse finire con lui”.
 
Claudio Cerasa, Il Foglio
“Nell’èra dell’impazienza, nell’epoca delle risposte facili alle domande complesse, chi oggi prova a combattere il cialtronismo sovranista limitandosi a usare i numeri freddi della crescita non riesce a far presa sugli elettori come dovrebbe per almeno due ragioni: da un lato perché sta vendendo una paura al posto di un sogno, dall’altro perché la crescita non è più percepita come un veicolo di miglioramento della nostra vita”. Lo scrive il direttore del Foglio, Claudio Cerasa. “C’è chi dice che parlare di crescita sia diventato un tema secondario perché nei paesi dall’alto livello di benessere ciò che conta non è quanto si cresce ma è la possibilità di vedere migliorare la nostra condizione personale. C'è chi dice che è un tema secondario perché il vero dramma dei paesi occidentali è legato più alla diseguaglianza che al Pil, anche se i principali indici dicono che la diseguaglianza in Italia sia rimasta pressoché stabile negli ultimi vent’anni. Ma quale che sia la risposta che ciascuno di noi può dare, qui si tratta di capire che occorre fare uno sforzo in più per comprendere cosa si può fare per spostare l’attenzione degli elettori dalle percezioni alla realtà. Il ragionamento che abbiamo fatto vale quando al centro del dibattito c’è il tema del Pil, i cui effetti, nel bene e nel male, possono avere un impatto sulle nostre vite più nel futuro che nel presente. La domanda ulteriore sulla quale bisognerebbe riflettere riguarda la possibilità, evocata dal ministro Tria, che dal 1° gennaio 2020 scatti l’aumento dell’Iva. Sul breve termine, un governo non si rafforza perché il Pil va su e viceversa non si indebolisce perché il Pil va giù. Ma sempre per ragionare sul breve termine, si può dire lo stesso quando si parla di tasse? Il Pil (che sta scendendo) forse è un tema che non ‘tocca’, ma le tasse (che stanno salendo) sì. Salvini lo sa. E se dopo le europee deciderà di far cadere il governo, lo farà non perché il Pil non va su, ma perché le tasse non vanno giù”.
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