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La tentazione del voto anticipato

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 18/04/2019

La tentazione del voto anticipato La tentazione del voto anticipato Stefano Folli, Repubblica
Dopo le parole di Tria sull'Iva, Stefano Folli vede aumentare le possibilità di voto anticipato. “Nel governo del doppio binario, quello elettorale e quello realistico – scrive l’editorialista di Repubblica -,Tria ha detto una semplice verità: allo stato delle cose l’Iva aumenterà dal 1 gennaio 2020. Se lo negasse, frantumerebbe ogni credibilità sua e del governo. Questo è, appunto, il binario del realismo. Poi c’è quello politico: descrive un altro mondo in cui, secondo Di Maio e Salvini, «non esiste alcuna possibilità che l’Iva aumenti». In teoria, se si trovano 23 miliardi attraverso «misure alternative» non ci sarà bisogno di innalzare l’Iva. Di solito però, quando si parla di iniziative «alternative» s’intende aumento del deficit. Se poi s’introduce la flat tax, il deficit vola a livelli incompatibili con tutte le regole Ue. La contraddizione è quindi lacerante: se l’Europa resta quella di oggi, non c’è modo di conciliare il realismo di Tria e la ricerca di consenso a cui Salvini e Di Maio affidano le loro fortune. Tuttavia c’è dell’altro. La crisi in Libia può riproporre da un giorno all’altro il dramma dei migranti, ma questa volta in termini dirompenti per il rapporto Lega-M5S. Salvini è più che mai intransigente sulla questione dei porti chiusi e Di Maio non ha più interesse ad apparire succube. Non quando manca un mese alle elezioni e l’unico spazio il M5s lo trova alla sinistra della Lega. In forme diverse, sia il tema dell'Iva sia quello della crisi libica testimoniano che la coesione della maggioranza è compromessa da divergenze profonde. Sull’Iva in apparenza Lega e 5S la pensano allo stesso modo, ma in realtà la scrittura della prossima manovra si annuncia come una resa dei conti. Prima di essere messo alle corde dalla legge di Bilancio o dalle vicende libiche, Salvini dovrà cercare di trasferire nel Parlamento di Roma le percentuali raccolte in Europa. La via d’uscita dalle contraddizioni sono solo due: o un massiccio rimpasto dell’esecutivo o più logicamente le elezioni anticipate”.
 
Mattia Losi, Il Sole 24 Ore
Per il Sole 24 Ore il vero tesoretto per i conti pubblici si trova nella lotta all’evasione. “Immaginiamo che il nostro fabbisogno pubblico sia un lavandino – scive Mattia Losi -. Aprendo il rubinetto (ossia riscuotendo le tasse) cerchiamo di riempirlo. Purtroppo lo scarico non è tappato e molta acqua (l’evasione fiscale) si perde nelle tubazioni. Cosa possiamo fare? Abbiamo due sole possibilità: tappare lo scarico (ovvero combattere l’evasione in modo drastico) o aprire ancora di più il rubinetto per aumentare il flusso dell’acqua (effettuare una manovra correttiva). Da decenni in Italia scegliamo la seconda, aumentando il carico fiscale. In questo modo diamo per scontate due cose: che l’evasione sia un elemento non modificabile e che la lotta all’evasione può portare solo risultati parziali. E infatti le operazioni di contrasto all’evasione riescono, ogni anno, a recuperare meno del 10% degli oltre 200 miliardi di euro nascosti al fisco. Oggi, di fatto, il Paese è spaccato in due: da un lato chi paga le tasse e viene sottoposto a una pressione fiscale crescente, dall’altro chi non le paga. Sulla seconda categoria ogni incremento di imposizione ha effetto zero, perché chi ha deciso di non pagare, sapendo che ha buone probabilità di farla franca, continuerà a farlo. La questione è politica, perché è la politica che deve decidere se colpire l’evasione in una lotta senza quartiere o se continuare a temere le reazioni (e il voto) di chi si nasconde al fisco. Finora si è scelto di aprire il rubinetto per chiedere più acqua. Ma in un Paese dove il 45% dei contribuenti dichiara meno di 15mila euro lordi, e solo il 5,3% oltre 50mila, forse è arrivato il momento di prendere atto che i numeri sono bugiardi. E che, prendendoli per veri, si finisce con il praticare politiche fiscali inique”.
 
Massimiliano Panarari, La Stampa
Partendo dalla convinzione che l’Italia sia, nel suo profondo, un Paese di centrodestra, Massimiliano Panarari vede nell’esclusione di Mara Carfagna dalle liste di Forza Italia per le europee un episodio che “si intreccia con le grandi manovre che si stanno svolgendo da tempo per dare vita a una formazione politica centrista e di sistema capace di proporsi quale forza (tranquilla) di governo. Un soggetto politico – spiega Panarari sulla Stampa - in grado di intercettare i voti moderati oggi confluiti nell’astensione, e di porsi quale interlocutore di quei ceti produttivi che rigettano il grillismo antisviluppista e non si fidano della retorica e del sovranismo salviniani. Un lavorìo intenso che però non è riuscito finora a trovare una realizzazione, né un leader; e che, verosimilmente, può ottenerli unicamente dal superamento dell’odierno neobipolarismo forzato e «paradossale» tra partiti di sistema all’opposizione e partiti anti-establishment al governo. Come pure dalla scomposizione dell’assetto esistente dell’offerta partitica, con la nascita di un’organizzazione politica che vada da un’ex Fi deberlusconizzata ai comitati civici renziani. In Italia c’è sempre spazio per una sorta di «Dc 2.0». Perché non è affatto archiviata l’idea che l’Italia si governi sostanzialmente dal centro. E, infatti, ambedue i partiti neopopulisti puntano a quel modello riveduto e politicamente (s)corretto, ma la Lega attuale è troppo intrisa di messaggi e suggestioni di destra radicale, e il M5S presenta un’anima antisistema troppo consistente. E, dunque, c’è un vuoto al centro: magari non grande quanto una buca di una strada romana, ma comunque significativo”.
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