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Il mito di Parigi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 16/04/2019

In edicola In edicola Alessandro Piperno, Corriere della Sera
Il rogo di Notre Dame evoca, paradossalmente, la grandezza del mito di Parigi. Ne parla Alessandro Piperno sul Corriere della Sera. “Chiedo scusa per la banalità, per il sentimentalismo, per il vezzo anacronistico, ma c’è una cosa che proprio non riesco a tacere. L’altra sera, mentre assistevo in tv all’incendio della cattedrale di Notre-Dame in compagnia di altri milioni di persone, ho dovuto controllarmi per non pronunciare a voce alta il più famoso verso di Baudelaire: «Paris change! mais rien dans ma mélancolie N’a bougé!» («Parigi cambia! ma niente è cambiato nella mia malinconia!»). Resta da stabilire il genere di cambiamento prodotto da questa catastrofe. Così, di primo acchito, è di conforto sapere che la distruzione non è opera premeditata di una vile mano terrorista, che non ha causato vittime, che si è accanita soprattutto sulle parti non originali della cattedrale. Ma torniamo ai cambiamenti. Cosa dice di nuovo quella cattedrale antica, ma a suo modo così contemporanea, mitica, ma a suo modo così quotidiana, che brucia senza motivo in una bella serata di primavera di fronte allo sguardo attonito di tanti parigini e di non meno numerosi turisti? Ci dice, qualora non ce ne fossimo accorti, che in questo primo scorcio di millennio la sorte sembra aver preso di mira Parigi e i suoi scorbutici cittadini con una carica di violenza e distruzione impressionanti: attentati, atti vandalici, blocchi stradali troppo simili a coprifuochi, nulla è stato risparmiato a Parigi negli ultimi dieci anni. Anni fa Walter Benjamin definì Parigi la capitale del XIX secolo, una formula adeguata a descrivere il magistero di una città che andava ben oltre il mero dato geografico e politico. Per Benjamin, Parigi era la capitale di un’epoca irripetibile dello spirito umano: l’epoca, per l’appunto, di Baudelaire e Hugo. Be’, a costo di apparire impertinente, vorrei dire che la formula di Benjamin, sebbene così efficace, mi sembra fin troppo riduttiva. Mi viene da pensare che siano tutte egualmente reali, sebbene ciascuna così singolarmente fantastica. Julien Green pensava che la mappa di Parigi avesse la forma di un cervello umano. E che forse per questo potevi capirla solo da lontano o guardandola dall’alto. Ma soprattutto pensava (un vero profeta) che «era la città che attira la collera, la città sempre in pericolo, perché dinanzi alle tentazioni di tutte le possibili grandezze non ha mai saputo fare il grande rifiuto che l’avrebbe protetta dal suo destino. Le sue basiliche e le sue torri danno in modo indefinibile l’impressione di tenere testa a qualcuno, e nel modo stesso in cui sono poste su quella piana tempestosa vi è qualcosa di pertinace, superbo e indomito». Niente rende bene l’immagine di Notre-Dame in fiamme come queste parole di Green. Dio solo sa se vorrei possedere la sua eloquenza per descrivere cos’è Parigi per me. Di certo è la capitale spirituale di un mondo più vasto della Francia, dell’Europa e di qualsiasi altra cosa la mia mente sia in grado di concepire”.
 
Ezio Mauro, la Repubbblica
Notre Dame, capofila delle cattedrali gotiche in Europa, incarna l’anima religiosa ed umanistica dell’Europa. Ezio Mauro su Repubblica, insiste sulla simbologia incarnata dalla chiesa parigina andata distrutta dal rogo di lunedì sera.  “Il fuoco distrugge, e come in un versetto biblico il fuoco riconsacra. Portata a Chartres da Carlo Magno, che se ne era impadronito a Bisanzio, la “tunica di Maria” uscirà eccezionalmente in processione nel 1194, attraversando la città piegata in ginocchio davanti alla reliquia: ma proprio mentre la processione che seguiva la sacra teca stava rientrando dentro la grande basilica, dal fondo della navata vennero avanti il fumo e le fiamme alte fino al soffitto, distruggendo in gran misura la cattedrale. Solo la tunica della Vergine rimase intatta, pretendendo venerazione e riparazione. i vollero 25 anni di lavoro, ma nel 1220 la nuova chiesa fu riconsacrata, e la fermezza della fede prevalse sulla potenza del fuoco. Lo spettacolo delle cattedrali nate nell’Europa tra il 1050 e il 1400 segna l’anima del nostro continente e lascia l’impronta del gotico sul carattere religioso, civile, culturale dei Paesi occidentali. La fede, naturalmente: la pianta delle basiliche ha la forma della croce latina, e tutta la costruzione, gli ornamenti, i timpani, le volte e le forme — ma persino i numeri e i simboli nascosti dietro le proporzioni geometriche — formano un gigantesco alfabeto del messaggio cristiano rivolto al consumo popolare, per ammonire, convertire, confermare e infine salvare, legando in quelle navate il visibile con l’invisibile, la città umana e la Gerusalemme celeste. Non solo l’arte nel Medioevo è ancella della religione, ma anche la scienza edilizia, la tecnica della costruzione. Nelle bozze di progetto per la cattedrale domina il disegno di un cerchio inscritto in un quadrato e circoscritto a un triangolo, ricordando che Dio è il cerchio infinito di nessun luogo e dell’Eterno. E negli stessi schizzi compare spesso la raffigurazione di una mano, “la mano di Dio” che guida la costruzione, la benedice nei lavori, e la protegge nei secoli. Ma insieme col divino, c’è nelle cattedrali tutta l’audacia dell’umanità, la modernità di proiettare le ambizioni oltre la misura fino a quel momento sperimentata, con basiliche più vaste della comunità di fedeli a cui si riferiscono. La cattedrale diventava spazio pubblico, centro culturale, polo di aggregazione, funzionando da punto di riferimento obbligatorio e insieme naturale, e soprattutto da elemento identitario per quel soggetto sociale, culturale e politico — la città — che si stava finalmente affacciando dietro le guglie e le torri campanarie dove si scandivano l’ora delle funzioni, l’appuntamento per le riunioni, e naturalmente il tempo che passava. La modernità dell’Italia dei Comuni comincia dunque qui, dove si raduna e si riproduce la fede. Con i mostri che afferrano le guglie, si lanciano sui pinnacoli, pendono nelle curve delle nicchie come esorcismo religioso e profano insieme. Perché anche le cattedrali, che pure uniscono terra e cielo, hanno un sottosuolo, una zona d’ombra dove bisogna sconfiggere l’Oscuro sempre in agguato”.
 
Luigi Paganetto, La Stampa
La necessaria rifondazione del welfare state passa per una riqualificazione del lavoro. Lo scrive l’economista Luigi Paganetto sulla Stampa. “A proposito di globalizzazione molto si parla di «perdenti» e «vincitori». Sono vincitori i Paesi emergenti, a cominciare da Cina e India, che hanno avuto, tra il 1990 e il 2017, uno sviluppo economico di gran lunga più rapido di quello delle economie avanzate e visto crescere il loro peso sul prodotto mondiale dal 40% al 60%. I Paesi avanzati hanno molto beneficiato della globalizzazione, sia della sua prima fase, alla fine dell’800, sia della seconda fase, dopo le due guerre mondiali, che ha visto crescere la quota del loro GDP dal 20% del 1820 a più del 50% nel 1988. I perdenti sono i Paesi che non hanno mai tratto beneficio da questo fenomeno. E perdenti sono tutti coloro che si sono trovati, nell’una o nell’altra delle aree di appartenenza, ad affrontare i costi connessi con l’imponente riorganizzazione industriale sollecitata dal cambiamento tecnologico che si è accompagnata alla globalizzazione. Essa si è manifestata con uno straordinario aumento delle interconnessioni delle economie e una forte frammentazione dei processi produttivi che porta a ottenere il prodotto finito attraverso una catena produttiva internazionale. In questo nuovo scenario che succede del lavoro nei Paesi avanzati? Intanto, sta diminuendo il peso dell’occupazione nel manifatturiero mentre cresce quello dei servizi. Ciò che è meno noto è che le promesse di aumento della produttività collegate all’adozione delle nuove tecnologie, Ict, intelligenza artificiale e robotica non si sono ad ora interamente realizzate. Il tema riguarda molto da vicino l’Europa perché, assieme al problema delle crescenti disuguaglianze, ha preso via via importanza la questione della divaricazione degli andamenti di occupazione e salari per le differenti fasce di qualificazione professionale, la cosiddetta «polarizzazione degli skill». Ciò che desta preoccupazione è che si sta verificando una decrescita dell’occupazione e una stagnazione dei salari nella fascia intermedia di qualificazione professionale degli occupati. La polarizzazione degli skill e dei salari è una realtà dei molti Paesi ad alto reddito che hanno conosciuto un forte aumento del- le importazioni dai Paesi emergenti, in particolare dalla Cina. Ma non è vero che essa dipenda solamente da questa circostanza. La perdita di posti di lavoro e di reddito, dovu- ta alla concorrenza di importazioni fortemente competitive è solo un aspetto del fenomeno. Quello più rilevante è legato al cambiamento tecnologico e ai processi di riorganizzazione produttiva, che creano, nella transizione verso nuovi assetti, problemi e forte disagio ai lavoratori e alle loro famiglie. Non si tratta soltanto di affrontare la questione della disoccupazione tecnologica, pure importante. Ma di preoccuparsi dell’evoluzione della domanda per qualifiche professionali e delle sue conseguenze”. 
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