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A Parigi l'apocalisse della nostra cultura

Redazione InPi¨ 16/04/2019

Altro parere Altro parere Stenio Solinas, il Giornale
Sei anni fa lo scrittore non conformista Dominique Venner scelse Notre-Dame per uccidersi con un colpo di pistola. Era il suo modo di dire addio a una «certa idea» della Francia e dell’Europa, una nazione e un continente di cui si ostinavano a rimanere in piedi i monumenti, ma si era nei secoli disseccata la linfa. Al simbolismo di quel gesto, ieri, come per un paradossale gioco di specchi, le immagini di quella cattedrale che si accartoccia sotto il fuoco restituiscono un significato esemplare: raccontano cioè il tramonto forse definitivo di ciò che a lungo fu un susseguirsi di splendide aurore, l’auto-dissolversi in un fuoco che nulla ha di purificatore, ma tutto dell’imperizia, della malagrazia, della trasformazione di un luogo di culto e di arte, in un divertimentificio di massa, gadget, business, dell’emblema stesso di una città, di una nazione. Stenio Solinas, in un fondo sul Giornale, commenta il tragico incendio che ha distrutto la Cattedrale di Notre Dame a Parigi. Sempre simbolicamente, raccontano la distanza siderale che separa la politica contemporanea, quella francese, ma in fondo quella di tutto il Vecchio Continente, da ciò che nella storia l’ha preceduta, i cortei di regni e di religioni, i capolavori della pittura e dell’ingegno, la voglia di lanciare un’idea di civiltà che oltrepassasse il tempo dell’agire umano per dilatarsi nell’eternità. Infine, e ancora simbolicamente, quelle guglie che scompaiono rimandano sì alla memoria le immagini dell’11 settembre, le Twin Towers attraversate da un proiettile di fuoco, solo che qui c’è l’aggravante, come dire, dell’incuria umana rispetto al nichilismo distruttore e omicida. Nessuno ha voluto colpire Notre-Dame, non c’è alcun nemico contro cui combattere e contro il quale dichiararsi uniti. Una parte ideale dell’Europa brucia come in una sorte di falò rituale, per stanchezza, per eccesso di sicurezza, per aver perso il proprio centro. Chi ricordi il rogo veneziano della Fenice, non può ora che augurarsi che anche nel caso di Notre-Dame si proceda con un «com’era, dov’era», l’unico modo per premiare la storia e la memoria e non correre dietro alle bizzarrie architettoniche spacciate per moderni «omaggi».
 
Claudio Cerasa, il Foglio
Una delle principali caratteristiche del governo del cambiamento, e in particolare del ministro dell’Interno Matteo Salvini, è quella di usare in modo disinvolto un arsenale politico molto particolare all’interno del quale si trovano custodite le armi di distrazione di massa. Il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, nel suo editoriale commenta la strategia politica del governo. Quando l’economia va male, quando il debito pubblico sale, quando la crescita diminuisce, quando il lavoro cala, quando la disoccupazione aumenta, quando il deficit peggiora, quando i consumi ristagnano, quando la fiducia crolla, quando le esportazioni rallentano, quando i mutui si alzano, quando i prestiti si fermano, per un politico tanto ambizioso quanto irresponsabile avere delle buone armi di distrazione è vitale per spostare l’attenzione degli elettori lontano dalla realtà. Il ministro Salvini è un maestro della distrazione di massa: da quando si trova alla guida mediatica del governo ha fatto la sua fortuna trasformando in un’emergenza costante il tema dell’immigrazione e non c’è dubbio che nei prossimi giorni trasformerà in un assist a suo favore anche la nuova indagine a suo carico (e a carico anche del premier Conte, del vicepremier Di Maio, del ministro Toninelli) per sequestro di persona riferita a un episodio risalente alla settimana compresa tra il 24 e il 30 gennaio scorso, quando, in una delle sue ripetute violazioni del diritto del mare, il ministro dell’Interno decise di non autorizzare per giorni lo sbarco di 47 migranti a bordo della nave Sea Watch 3. La novità degli ultimi giorni è che accanto all’arma di distrazione di massa dell’immigrazione la Lega ha scelto di investire mediaticamente su un’altra emergenza chiamata Roma. Salvini ha deciso di usare Virginia Raggi come un punching ball da colpire per indirizzare i colpi che per il momento non può sferrare direttamente al partito che esprime il sindaco della Capitale d’Italia e ieri mattina ha detto che non rifarebbe l’errore commesso nel 2016, quando come un Galli della Loggia qualsiasi invitò a votare per il M5s al ballottaggio di Roma. Molti osservatori hanno scelto di utilizzare la polemica con il sindaco per dimostrare che Salvini non vede l’ora di dire a Di Maio quello che oggi dice a Raggi. 
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