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Ma i veri simboli non possono morire

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 16/04/2019

Ma i veri simboli non possono morire Ma i veri simboli non possono morire Aldo Cazzullo, Corriere della Sera
Quelli che ardono in tv e sugli smartphone sono legni e metalli; non è Notre Dame. Possono crollare pietre che saranno ricostruite; non può morire un simbolo, una fede, una nazione. Aldo Cazzullo, in un editoriale sul Corriere della Sera, commenta il tragico incendio che ha distrutto la Cattedrale di Notre Dame a Parigi. Quando un popolo non sa più chi è, quando un Paese non conosce più la propria missione nella storia, quando una nazione antica, forse vecchia, dubita del proprio ruolo nel mondo – scrive Cazzullo -, anche una tragedia può servire a scuoterla. Quando Victor Hugo scrisse Notre-Dame de Paris, la Cattedrale non era forse ridotta molto meglio di come la lasceranno le fiamme divampate ieri tra le lacrime dei fedeli e lo sgomento dei turisti. I rivoluzionari l’avevano devastata e vagheggiavano di farne il tempio della Dea Ragione, o una cava di pietra. A ricostruire Notre Dame, prima ancora dell’architetto neogotico Viollet-le-Duc, fu un romanzo. Hugo non era animato da spirito religioso. Era un romantico che aveva intuito una cosa sfuggita nell’impeto rivoluzionario: Notre Dame era la Francia. Un popolo è il proprio passato; quindi la cattedrale dedicata alla Madonna rappresentava l’identità nazionale meglio ancora di Giovanna d’Arco o della Gioconda, già allora esposta al Louvre. L’incendio di ieri segna il culmine di una crisi dell’identità francese. Il rogo è scoppiato a causa dell’incuria, e al di là dell’abnegazione dei pompieri i soccorsi sono apparsi fin da subito inadeguati. Pure Macron è stato colto di sorpresa: stava preparando un intervento politico in televisione, ha capito che non poteva parlare d’altro, ma ha tardato a precipitarsi sul posto. Stanotte i francesi piangono Notre Dame. Però la ricostruiranno. Servirà un altro grande architetto. Serviranno muratori pazienti, venuti da diversi Paesi del mondo. Serviranno le donazioni e le preghiere dei fedeli. Ma Notre Dame è un monumento alla fede e alla speranza. Possono bruciare le cose dell’uomo; ma quello che ci portiamo dentro è immune al fuoco come la salamandra, simbolo di Francesco I, non a caso il re che nella disgrazia commento: «Tutto è perduto, fuorché l’onore».
 
Roberto Esposito, la Repubblica
Al netto delle sgradevoli vicende giudiziarie in Umbria, l’obiettivo dichiarato del Pd alle elezioni europee è di raggiungere il 20% dei voti e, se possibile, superare i 5 Stelle in calo. Di più, al momento, non può fare. Primum vivere…è il motto con cui è stato eletto Zingaretti. D’accordo. Ma poi? Roberto Esposito, in un fondo su Repubblica, analizza la situazione del Pd in vista delle elezioni europee. Come è stato detto su queste pagine, non basta galleggiare. Ridursi a una sopravvivenza senza prospettive. Tenere in vita il partito in attesa degli eventi. O del declino naturale degli avversari. Per puntare in tempi non biblici al governo del Paese – scrive Esposito -, occorre mettere mano a una seria politica delle alleanze. Ma quali? Quella con i 5 Stelle, possibile sulla carta e caldeggiata da tanti, per ora è assai problematica. Non solo per una distanza di programmi e d’impostazione che tocca l’idea stessa di democrazia. Ma anche, e soprattutto, perché, come ha scritto ieri Scalfari, i 5 Stelle non hanno né intenzione né convenienza a tale alleanza. Dovrebbero ritrattare disinvoltamente tutto quanto hanno detto per anni del Pd e, probabilmente, congedare Di Maio. L’unica prospettiva per allargare il campo del centrosinistra è quella di cominciare a costruirlo, identificando innanzitutto le sue parti – centro e sinistra, convergenti, ma distinte. Alle europee andranno insieme. Non mi pare la via migliore, perché comprimere l’intero schieramento alternativo alla destra in un unico blocco, da Calenda a Speranza, non so quanto funzioni. Ma ormai la scelta è fatta e bisogna sperare che regga. Dopo le europee, però, occorre riprendere a fare politica. Mettendo in campo una strategia adeguata alla difficoltà della fase. Come del resto fa il centrodestra, che procede non con due, ma con tre, gambe separate. Il “campo”, se deve “aprirsi”, come sostiene Zingaretti, non va compresso, ma articolato nelle sue componenti naturali. E poi, possibilmente, riunito in un’alleanza.
 
Ugo Magri, La Stampa
La magistratura è tornata nel mirino della politica. Oggi la sua indipendenza viene minacciata come e, forse, più che ai tempi di Mani Pulite e delle mille inchieste contro Silvio Berlusconi. Lo scrive Ugo Magri, in un approfondimento su La Stampa, sottolineando che le toghe sono maggiormente a rischio perché il tentativo di soggiogarle non viene da leader inquisiti, preoccupati soltanto di sfuggire a una giusta pena, ma è condotto da personalità di governo che si proclamano interpreti dello spirito di vendetta e, metaforicamente, reclamano la forca. Tanto Luigi Maio quanto Matteo Salvini si sono scagliati a turno contro verdetti da loro giudicati troppo miti o non abbastanza esemplari. Hanno definito «vergognose» certe decisioni, surfando l’onda dello sdegno contro i colpevoli e innescando una gogna mediatica nei confronti dei magistrati «buonisti». I quali una volta dovevano guardarsi dagli imputati, che manovravano le leve del potere nel tentativo di delegittimarli; adesso vengono egualmente strattonati dai potenti, però a nome delle vittime e per calcoli di natura elettorale. Un tempo pm e giudici passavano per inquisitori a tutto disposti pur di mandare i potenti al gabbio; ora devono proteggersi dal fuoco amico, cioè dall’accusa di anteporre le garanzie della Costituzione alle punizioni esemplari che il popolo reclama. In entrambi i casi, non viene tollerato che il giudice decida in base alla legge, con scrupolo e magari con qualche tormento interiore causato dalle sfaccettature in cui si cela la verità. Il capo dello Stato esorta la magistratura a rimanere concentrata sul proprio compito senza lasciarsi intimidire dal populismo giudiziario che vorrebbe sempre la pena massima. In questo clima di attenuata civiltà giuridica, è difficile dissentire dal presidente Anm: una separazione delle carriere tra pm e giudici metterebbe la magistratura ancor più sotto schiaffo. Col paradosso che ai garantisti, quelli veri, oggi converrebbe ripensare quella loro antica battaglia, e schierarsi in difesa delle odiate toghe. Chi l’avrebbe mai detto.
 
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