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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 15/04/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Di Maio: chiudere i porti misura occasionale
«Sulla Libia bisogna avere testa e lavorare con responsabilità. Quel che sta accadendo non è un gioco, non è Risiko. Le parole hanno un peso». E’ quanto afferma il vicepremier Luigi Di Maio, intervistato sul Corriere della Sera da Emanuele Buzzi. Si riferisce alle dichiarazioni di Salvini contro la Francia? «Ma no, dico solo che se non si ponderano i toni il rischio è incrementare le tensioni. E di fronte a un inasprimento sul terreno la possibilità che possano riprendere gli sbarchi verso le nostre coste c’è, non è un mistero. Quindi i primi ad essere colpiti saremmo noi, come Italia. Ripeto: ci vuole responsabilità. La Libia non può essere trattata come un tema da campagna elettorale». Teme che la Francia sulla Libia voglia adottare una linea autonoma? «La Francia è un Paese amico con cui ci parliamo schiettamente e da un Paese amico mi aspetto correttezza e coerenza, fermo restando che l’obiettivo di tutti a mio avviso deve essere quello di avviare un processo di riconciliazione nazionale che sia innanzitutto inclusivo e intra-libico. No ingerenze, ma sostegno alla pace. Non saranno ripetuti gli errori del passato. La soluzione in Libia non è l’uso della forza». Ma avete intenzione di chiudere i porti a chi scappa dalla guerra? «Chiudere un porto è una misura occasionale, risultata efficace in alcuni casi quando abbiamo dovuto scuotere l’Ue, ma è pur sempre occasionale. Di fronte a un intensificarsi della crisi non basterebbe, quindi bisogna prepararsi in modo più strutturato, a livello europeo». Cosa dirà a Salvini? Ne avete già parlato? «Certamente, ne stiamo parlando insieme al presidente Conte. Sarebbe utile, indipendentemente dagli sviluppi in Libia, se convincessero Orbán e i suoi alleati in Europa ad accettare le quote di migranti che arrivano in Italia, visto che il Sud Italia è frontiera europea. Il problema è proprio questo. Sento tanto parlare di sovranisti, ma è troppo facile fare i sovranisti con le frontiere italiane. Non ci si può lamentare dei migranti se poi si stringono accordi con le stesse forze politiche che ci voltano le spalle».
 
Maitig: l’Italia aiuti la Libia contro Haftar
«Vorrei chiedere a qualche capo di governo europeo: hanno capito chi è Haftar? Hanno capito su chi stanno puntando? Il tradimento del povero governo di Tripoli che noi rappresentiamo è un tradimento della legge internazionale, Dell’Onu che aveva qui il suo segretario generale Guterres mentre Haftar dava gli ordini di attacco. All’Italia, all’Europa, chiedo di aiutarci in ogni modo a far rispettare la legge internazionale, gli impegni assunti di fronte all’Onu. Ci aiutino a fermare la guerra». Lo afferma il vicepresidente libico Ahmed Maitig, che oggi arriva a Roma per vedere Conte, Salvini e probabilmente anche il vice-premier del Qatar, Mohammad Al Thani, intervistato da Vincenzo Nigro per Repubblica. Chi è Khalifa Haftar per voi del governo di Tripoli? «Per rispondere provo io ancora a farvi qualche domanda. Per esempio al più grande paese arabo, l’Egitto del presidente Sisi: ti fidi di quest’uomo? Ti fidi del progetto di un uomo che ha iniziato a fare un colpo di Stato contro il re libico nel ‘69, poi è stato compagno di Gheddafi, poi ha fallito una guerra in Ciad e ha tradito Gheddafi. È andato in America ed è tornato dopo 20 anni. Leader europei: potete puntare su un uomo che al culmine di un negoziato complesso come quello gestito dall’Onu in questi anni tradisce in maniera così volgare?». Al Sisi sembra fidarsi di lui. «Haftar ha fatto un colpo di Stato, ma il grave per voi europei e per chi lo appoggia è che non funzionerà. È un fallito, ma che si è mosso sulla base di promesse, di autorizzazioni, di soldi di paesi che non accettano il metodo del governo di Tripoli. Haftar vende all’Europa, al mondo, l’idea che placherà il terrorismo. E invece porterà una guerra civile di 30 anni, l’Isis per 30 anni, la devastazione per 30 anni».
 
Romani: discutiamo per impedire il fuggi fuggi in Forza Italia
«Il centrodestra con questa Lega con esiste più». Lo afferma Paolo Romani, intervistato sulla Stampa da Alessandro Di Matteo. L’altro giorno Elisabetta Gardini è uscita da FI, molti parlano di un partito Meloni-Toti. Siamo al «si salvi chi può»? «Io lo chiamo malessere. Che ci sia in molti la volontà di attendere il risultato delle Europee e poi decidere cosa fare mi pare evidente. Faccio questa intervista proprio per provare a impedire questa eventuale fuga successiva». Come pensa si possa fare? «Noi ci definiamo un partito moderato, liberale, popolare, riformista: sosteniamo lo spirito di intrapresa senza dimenticare i deboli, sappiamo conciliare civiltà nell’immigrazione e sicurezza, chiediamo investimenti nelle infrastrutture, sburocratizzazione e meno tasse e una politica estera più incisiva. Il problema è che in questo partito si è aperta una discussione, fondamentalmente, con Mara Carfagna che all’assemblea di FI ha chiesto una riflessione sulla gestione del partito subito dopo le Europee, sulla gestione delle alleanze e, soprattutto, una legittimazione dalla base per i futuri leader e per gli organismi dirigenti. Nel frattempo c’è stata la brutale intervista della Gardini, e il bombardamento quotidiano da parte di Giovanni Toti. Insomma, c’è una discussione e in FI bisogna imparare che nel partito possono convivere sensibilità diverse». Se in FI non si affronta questo dibattito c’è il rischio che il partito si frantumi? «Assolutamente sì. Noi che facciamo campagna elettorale sul territorio a volte facciamo fatica a fare le liste per le amministrative, non sembra esserci prospettiva per il dopo. L’arroganza della Lega nei nostri confronti nulla ha a che fare con una coalizione che non è più. Il centrodestra a cui eravamo abituati non esiste più e gli appelli a Salvini a rilanciare il centrodestra rischiano di rimanere inascoltati».
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