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Gopinath: se i dazi toccheranno l'auto ripresa a rischio

Gianluca Di Donfrancesco, Il Sole 24 Ore, 11 aprile

Redazione InPi¨ 12/04/2019

Gita Gopinath Gita Gopinath Prima donna a rivestire una delle più importanti cariche al mondo in campo economico, il capoeconomista dell’Fmi, Gita Gopinath (47 anni, nata in India), è tra le altre cose un’esperta di tassi di cambio, commercio, crisi finanziarie internazionali e debito. Prima di rispondere alla chiamata del Fondo guidato da Christine Lagarde, insegnava ad Harvard, dove è arrivata nel 2005. Gianluca Di Donfrancesco l’ha intervistata a tutto campo per il Sole 24 Ore. Nello staff report di febbraio sull’Italia, l’Fmi aveva avvisato dei rischi che ora si stanno materializzando. Qual è la sua valutazione della situazione economica italiana? Una recessione prolungata è davvero esclusa? «L’Italia era in recessione nella seconda metà del 2018. Ci aspettiamo che questa debolezza continui nel 2019, quando stimiamo una crescita dello 0,1%. Ci aspettiamo una ripresa allo 0,9% nel 2020. I problemi principali restano i tuttora elevati spread su oneri finanziari di enti pubblici e banche. Con l’alto livello del debito e data la debole crescita reale e nominale del Pil, ogni ulteriore incremento del deficit pubblico aumenterà in modo significativo il rapporto debito/Pil. Quindi è importante un consolidamento e più certezza nelle politiche di biancio, perché questo migliorerebbe la fiducia e aumenterebbe gli investimenti». Tra rischi politici in aumento e tensioni commerciali, la crescita globale sta rallentando, come l’Fmi aveva previsto. Che succede se rischi e tensioni non si spengono? «È uno dei grandi rischi che segnaliamo. La nostra stima di crescita del Pil mondiale al 3,3% per il 2019 riflette l’inasprimento delle tensioni commerciali nel 2018. Abbiamo visto miglioramenti tra Usa e Cina, ma continuiamo a essere molto preoccupati per una escalation, soprattutto se si diffondesse ad altri settori, come l’auto, dove molti più Paesi e parti delle catene di produzione globali sarebbero coinvolti. Questo penalizzerebbe il commercio direttamente, ma anche attraverso il deterioramento della fiducia di consumatori e imprese. È uno dei fattori che può rendere più problematica la ripresa nel 2020». Guerre commerciali e guerre delle valute: le polemiche sul commercio scorretto vanno mano nella mano con quelle sui tassi di cambio. Ma quanto pesano davvero i cambi sul commercio? «Tra i fattori che influiscono sugli squilibri tra Paesi, interventi indebiti sui tassi di cambio giocano qualche ruolo. Anche le politiche macroeconomiche, comunque, influiscono, per esempio le differenti politiche di bilancio dei Paesi. Attualmente, gli squilibri sono concentrati nelle economie avanzate: gli Usa hanno un grande deficit, l’Eurozona un grande surplus. E questo riflette molto più la diversa posizione fiscale Usa rispetto alla Germania piuttosto che interventi sui tassi di cambio». Tra Cina e Usa la vera battaglia è per la supremazia tecnologica. Da un punto di vista strettamente economico, cosa significherebbe per la Cina rinunciare allo sforzo di diventare una superpotenza nella tecnologia? «Tutti i Paesi devono investire nelle nuove tecnologie. Cina inclusa. È così che la crescita è avvenuta storicamente. È difficile pensare a uno scenario in cui un Paese semplicemente smette di investire in tecnologia. Chiaramente ci sono preoccupazioni sulla correttezza della competizione, tensioni geopolitiche. Questioni che vanno risolte. Quando diciamo che questo è un momento delicato per l’economia globale, speriamo che questi problemi siano affrontati con molta cautela, tenendo in conto le conseguenze negative di decisioni drastiche come l’uso dei dazi. La Cina è uno dei Paesi sistemicamente importanti per la crescita globale. Prevediamo un rallentamento man mano che si sposta da una crescita ad alta velocità basata sugli investimenti a una più sostenibile, basata sui consumi. Ci aspettiamo che questo accada gradualmente. Ogni tensione sul fronte commerciale o geopolitico altererebbe questa narrativa del rallentamento soft. E sarebbe molto negativo per la crescita globale». La politica e le opinioni pubbliche si stanno spostando verso il nazionalismo come rigetto della globalizzazione. Cosa non ha funzionato? «Le persone stanno reagendo al fatto che se lavoravano in certi settori come il manifatturiero Usa, hanno visto i loro posti andarsene e gli stipendi cadere. In tutto il mondo, ci sono comunità che sono state danneggiate. Ma voglio chiarire che questo dipende anche dall’automazione. Quando pensiamo alle soluzioni, dobbiamo pensare non solo a come gestire la globalizzazione e ad assicurarci che i suoi benefici siano distribuiti in modo equo, ma anche alle conseguenze dell’automazione. Un altro punto chiave è che commercio e nuove tecnologie sono quasi sempre giochi con vincitori e vinti. Il che significa che le soluzioni devono arrivare dalle politiche domestiche: più redistribuzione, più spesa sociale in salute, istruzione e riqualificazione. Questo deve avvenire e credo che sia una delle aree che in passato non hanno funzionato. Ora ne vediamo le conseguenze». Come si gestisce lo spiazzamento dei posti di lavoro? «Tradizionalmente abbiamo pensato prima in termini di ri-formazione e riqualificazione e poi a fornire assistenza finanziaria, perché nel breve periodo le persone penalizzate potrebbero pensare a spostarsi in aree geografiche e settori dove ci sono più posti di lavoro. Una cosa che abbiamo appreso è che gran parte delle persone non sono molto mobili e non vogliono abbandonare le regioni dove lavorano e vivono. Credo quindi che un’altra soluzione debba essere risollevare le comunità più colpite, portando nuovi tipi di imprese, nuove tipi di industrie in quelle aree». Cosa pensa del reddito universale? «In termini rigorosi, il reddito universale va a ogni persona di un Paese. È molto costoso. I Paesi stanno provando piuttosto a fare più reddito di base, cercando di focalizzarsi sulle famiglie a più basso reddito. Certo è positivo concentrarsi più sui trasferimenti in denaro piuttosto che su sussidi. È più efficiente, oltre ad avere effetti redistributivi. Il rischio è che spesso quando si fornisce una fonte addizionale di spesa sociale, non si riesce a eliminare l’altra. E questo può essere costoso». Le pressioni politiche sulle Banche centrali crescono un po’ ovunque. Non è un rischio aggiuntivo per la crescita globale e la stabilità? «Abbiamo sempre sostenuto l’indipendenza delle Banche centrali. Date le lezioni della storia, questa indipendenza va mantenuta. Se ci fosse una fortissima pressione su questi istituti, sarebbe certo un rischio».
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