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La roulette russa del bilancio

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 12/04/2019

 La roulette russa del bilancio La roulette russa del bilancio Francesco Bei, La Stampa
Come una maschera doppia, di quelle che portano i figuranti di certe fiere di paese, il Def approvato dal governo ha una faccia che mostra un sorriso e il retro un ghigno. Francesco Bei, in un’analisi su La Stampa, si sofferma sulla politica economica del governo. Il sorriso è quello rassicurante del ministro Tria, che è sceso dall’ottovolante dei precedenti documenti di previsione (1,5% di crescita, poi 1%) per atterrare su un più realistico 0,2%. Ma finalmente un’operazione verità è stata fatta. Il problema è che questa si accompagna a una scommessa politicamente pesantissima, un vero e proprio azzardo morale, che costituisce l’altra faccia – verrebbe da dire quella vera – del Documento di programmazione. Come ha scritto su questo giornale il professor Carlo Cottarelli, per il prossimo anno il deficit è fissato al 2,1 per cento, ma «questa previsione ipotizza l’aumento dell’Iva o misure compensative di uguale importo. Senza queste il deficit salirebbe al 3,3-3,4 per cento e il debito aumenterebbe ulteriormente rispetto al Pil». Nell’intervista pubblicata ieri dal nostro giornale, il presidente del Consiglio non le specifica affatto. O meglio, lo fa ma restando in una vaghezza molto preoccupante. Una «oculata spending review» e una «revisione delle tax expenditures», oltre al «contrasto all’evasione». Tre miniere ampiamente esplorate per anni dai precedenti governi di ogni colore, senza che nessuno riuscisse a trovarvi filoni aurei da scavare. Zero, il nulla. Anche perché dietro il tecnicismo delle tax expenditures c’è una parola politicamente scomoda: tagli. Tagli alle famiglie, alle imprese o a entrambe. Tagliare le tax expenditures è un altro modo per dire che si alzano le tasse per alcune categorie finora beneficiate. Se il quadro è questo e lo stesso Tria ammette che le coperture per evitare l’aumento dell’Iva dovranno essere di «notevole entità», la logica impone una sola conclusione possibile: Di Maio e Salvini hanno deciso a tavolino e in gran segreto di sfondare i parametri europei. Una roulette russa pericolosissima, che non tiene conto del proiettile nascosto in canna, quello dei mercati.
 
Francesco Giavazzi, Corriere della Sera
La decisione del Consiglio europeo di spostare al 31 ottobre, ma non oltre, la scadenza per un’eventuale uscita del Regno Unito dall’Unione europea è stata fortemente voluta da Emmanuel Macron. Francesco Giavazzi, sulle pagine del Corriere della Sera, commenta la proroga alla Brexit. Il presidente francese infatti non vuole che il primo ministro britannico, di un Paese che fra pochi mesi potrebbe essere fuori dall’Unione, partecipi alla scelta di chi guiderà l’Europa dopo le elezioni di maggio, e cioè il presidente della Commissione, il presidente del Consiglio europeo e l’Alto commissario per la politica estera e della sicurezza, posizione oggi ricoperta da Federica Mogherini. È quindi possibile che queste scelte avvengano non prima dell’autunno, quando sarà scaduto l’ultimatum al Regno Unito e si saprà con certezza se è dentro o fuori dall’Europa. Attorno a novembre, una volta designato, il successore di Jean-Claude Juncker avvierà le consultazioni per la scelta dei commissari. È quindi improbabile che la nuova Commissione inizi a lavorare prima di Natale. Ciò significa che le leggi di bilancio che i Paesi dell’Ue devono inviare a Bruxelles entro il 15 ottobre saranno valutate dalla Commissione oggi in carica. Ma c’e’ un’altra conseguenza dell’accordo raggiunto sul rinvio a ottobre di un’eventuale Brexit: la scelta del nuovo presidente della Banca centrale europea non avverrà simultaneamente alla scelta dei presidenti di Commissione e Consiglio. Il mandato di Mario Draghi scade il 31 ottobre e chi gli succederà verrà scelto, come è tradizione, prima dell’estate. Sarà quindi una scelta basata sulla competenza tecnica, mentre è improbabile che Francia e Germania rischino, mandando a Francoforte un loro candidato, di precludersi le posizioni politiche che verranno decise a novembre. Continueremo ad avere quindi una Bce tecnica ed indipendente.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Nelle crisi internazionali che coinvolgono l’Italia una tradizione di solito prevede che in Parlamento si riduca la conflittualità tra la maggioranza e le opposizioni fino a lasciar emergere un certo grado di solidarietà nazionale. La regola non è ferrea e ha avuto le sue eccezioni, ma è servita a indicare la maturità politica del sistema. A quanto pare, la Libia al momento non rientra in questa cornice. Stefano Folli, in un fondo su Repubblica, analizza la posizione del governo in merito alla crisi in Libia. Non solo non si registrano slanci verso un minimo di unità nazionale, ma le frizioni sono persino cresciute negli ultimi giorni tra il governo giallo-verde e il centrosinistra. Manca un mese e mezzo alle elezioni europee e non stupisce che una crisi tanto drammatica entri nella campagna elettorale. Se dovesse aggravarsi, diventerà una carta di riserva nelle mani del nazionalismo leghista contro la Francia, tanto più che il “no” del governo macroniano a una mozione di censura europea a carico del generale Haftar ha riacceso tutti i sospetti sul gioco - o doppio gioco - francese. Intanto è evidente che gli avvenimenti intorno a Tripoli e le loro ricadute paralizzano l’Unione. La linea del governo è nota: frenare e se possibile disinnescare la guerra guerreggiata, imporre una tregua e favorire una soluzione politica, un negoziato volto a stabilizzare il paese senza umiliare nessuno dei due contendenti, Serraj e Haftar: senza dimenticare che il primo è il prescelto delle Nazioni Unite. È una linea che lascia spazio e anzi incoraggia un’iniziativa diplomatica italiana, ma al tempo stesso ne mette in luce l’insufficienza e i limiti se non riesce ad allargarsi cercando un raccordo con altri mediatori. Si torna di fatto al ruolo della Francia. Quando si dice che l’Italia dovrebbe muoversi d’intesa con l’Unione (vedi Gentiloni) s’intende in sostanza con Parigi. Ma il rebus libico è proprio qui. C’è l’isolamento italiano, certo, i litigi sulla Tav e le gaffe di Di Maio con i “gilet gialli”. Ma ci sono anche interessi divergenti che l’Italia di oggi ha difficoltà a comporre in assenza di un sostegno internazionale più forte.
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