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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 10/04/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Tajani: Lega non può stare al ricatto del M5S
la Lega non può sottostare al ricatto dei Cinquestelle, se lo fa allora è complice. Non usa mezzi termini Antonio Tajani, presidente del Parlamento Ue e vicepresidente di Forza Italia, intervistato da Paola Di Caro per il Corriere della Sera. «Se vogliono essere coerenti, devono ricordare che il patto sottoscritto con noi e votato dai cittadini è più importante di quello siglato con Di Maio: sottostare al ricatto del M5S li fa diventare complici». Ma che il governo prevedesse un compromesso tra le esigenze di 5 Stelle e Lega lo sapevate dall’inizio. «E il problema sta proprio qui. Quando ti ritrovi con una crescita negativa, come sarà già quest’anno, non puoi più perderti in rivoli. Non si può essere liberali e statalisti, per le grandi opere e contro, contemporaneamente». Con quali risorse si può dare lo choc economico? «Bisogna concentrarle su misure che aiutino la crescita. Oltre ad abbassare le tasse, serve mettere assieme un pacchetto finanziario importante, e lo si può fare unendo i fondi europei per il Sud non utilizzati, i fondi pensione di alcune istituzioni pubbliche, serve l’intervento della Cassa depositi e prestiti, della Bei come delle banche private. Un capitale importante che andrebbe utilizzato subito per creare infrastrutture infraregionali, comprese quelle digitali. Non c’è solo la Tav, sono tante le opere che servono al Paese e che darebbero lavoro a una nuova manodopera, e quindi capacità di spesa per le famiglie, e quindi introiti per lo Stato». Per farlo lei crede che la Lega, dopo le Europee, rompa con M5S e si unisca a voi? «Io mi aspetto che si faccia il bene dell’Italia, non dei partiti. E si può fare solo con una politica economica condivisa, con una visione strategica unica, che questo governo non può avere perché le forze che lo compongono hanno obiettivi, elettorati, convinzioni troppo diverse».
 
Giovannini: Misure fiscali solo elettorali, non aiuteranno la crescita
«Con questo Documento di economia e finanza si stanno ripetendo gli stessi errori del passato», dice l’ex ministro ed ex presidente dell’Istat Enrico Giovannini. «È accaduto con i tagli fiscali voluti prima dal governo Berlusconi e poi con gli ottanta euro di Renzi: tutte operazioni dal sicuro ritorno elettorale, ma dall’impatto modesto sull’economia». Lo afferma l’ex presidente dell’Istat, Enrico Giovannini intervistato da Alessandro Barbera per La Stampa. Sta dicendo che un forte taglio fiscale – ad esempio una tassa piatta fino a un certo livello di reddito - non porterebbe benefici all’economia? E perché? «Perché c’è parecchia incertezza, fra le famiglie e le imprese. E non è solo un problema legato al rallentamento globale o della Germania. Il Paese non capisce dove lo stia portando la politica. La propensione al risparmio delle famiglie oggi è ai minimi storici: ci sono buone probabilità che un taglio fiscale come quello prospettato, invece dei consumi e della domanda interna, si tramuti in nuovi risparmi». E come si supera l’incertezza? «Ad esempio attivando gli investimenti. Nella legge di bilancio era prevista l’istituzione di una cabina di regia che avrebbe dovuto aiutare a superare le difficoltà progettuali e burocratiche. Che fine ha fatto?». Eppure le famiglie italiane, soprattutto quelle con redditi medi e medio-bassi, pagano molte più tasse delle famiglie francesi o tedesche. Non è ora di affrontare il problema? «Il sistema fiscale non regge più, è frutto di interventi contraddittori che lo hanno reso indecifrabile e a tratti ingiunto. Un ripensamento è indispensabile. Le faccio un esempio: concediamo ogni anno alle imprese 31 miliardi di sussidi, 16 dei quali danneggiano l’ambiente, 15 che lo aiutano. È insensato. Dove sono finite le promesse dei Cinque Stelle di rivedere questo sistema? Qual è la direzione di marcia dei prossimi vent’anni? Su tutto questo il governo ha le idee poco chiare».
 
 
Bishaga: Sappiamo chi protegge quel bandito di Haftar
in Libai sappiamo chi in Europa e nel Golfo protegge quel bandito di Haftar. Lo afferma Fathi Bishaga, ministro dell’Interno nel governo di Tripoli e di fatto il responsabile della sicurezza, visto che Serraj è ministro della Difesa ad interim, intervistato da Vincenzo Nigro per la Repubblica. Era l’uomo del dialogo con l’Est, lavorava alla riunificazione, anche della polizia e delle forze armate. Fino a quando Haftar ha attaccato. «Adesso non è accettabile altro che un ritorno completo alle loro postazioni. E forse non basterà». Nel suo ufficio, a 6 giorni dall’inizio dell’offensiva di Haftar verso Tripoli, parla con rabbia, ma con calma. «Prima di questa offensiva di Haftar l’attenzione di tutti noi era rivolta soltanto alla Conferenza Nazionale organizzata dall’Onu: eravamo contenti finalmente di lavorare agli ultimi passaggi politici che mancavano ai nostri accordi. Tutti credevano che la Libia sarebbe tornata unita, le istituzioni sarebbero state riunificate. Siamo stati colti completamente di sorpresa dalle forze che Haftar ha mandato contro di noi fino a Gharyan». Possibile che non abbiate avuto alcun preavviso su questo colpo di mano? «Le dico di no. All’improvviso ci siamo trovati di fronte a un carro armato: un carro armato che ti vuole uccidere. Cosa potevamo fare? Ci siamo messi a lavorare duro, ho parlato immediatamente ai media, ho tenuto alto il morale dei nostri militari e del popolo di Tripoli. Ho cercato di evitare che la popolazione venisse imprigionata dal panico. Ho chiesto di prendere le armi, di mobilitarci per difenderci nella capitale. Noi siamo lenti, perché eravamo in pace. Quando “Bunian al Marsus” è finita (la coalizione militare che ha sconfitto l’Isis a Sirte nel 2016,  ndr) i soldati sono stati smobilitati, avevano restituito le armi, erano tornati ai loro lavori, ai loro impegni. Abbiamo dovuto appellarci alla gente, perché tornassero a combattere, abbiamo chiesto combattenti ad altre città da Zawyia, da Zintan, da Misurata. Adesso siamo pronti: combatteremo, ci difenderemo, sconfiggeremo questi ribelli». Cosa pensa di Haftar, come pensava di vincere e di conquistare Tripoli? «Aveva informazioni sbagliate, si era fatto un’idea sbagliata, ha piani sbagliati: credeva di poter entrare facilmente nella capitale, di finire tutto in qualche giorno e di diventare il nuovo dittatore capace di controllare tutta la Libia. Voleva mettere la comunità internazionale e il popolo libico di fronte a un nuovo fatto compiuto. Ma non gli permetteremo di prendere il controllo militare di Tripoli. È un dramma per la Libia, ci sarà ancora dolore e sofferenza. Ma dobbiamo farlo, contro una nuova dittatura». Lei accusa un paese arabo di avergli dato via libera. Chi? «Noi sappiamo chi, sappiamo chi lo ha approvato in Europa o altrove. A qualche nazione del Golfo non piace una Libia stabilizzata, uno stato produttore petrolifero che ritrova forza e stabilità. Metteremo la comunità internazionale per davvero davanti ai fatti compiuti. Haftar è un fuorilegge che ha violato gli accordi con il mondo, ha pugnalato alle spalle l’Onu. E voi cosa fate? Invitate tutti e due a limitare l’uso delle armi?». Si riferisce al governo italiano? «Abbiamo visto che avete mantenuto il vostro ospedale a Misurata, l’Italia ci è vicina con responsabilità, devo ringraziare il governo e in generale l’Italia che aiuta il popolo libico e collabora con lealtà».
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