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Altro parere

Lista (inevasa) della spesa

Redazione InPi¨ 10/04/2019

Altro parere Altro parere Maurizio Patriciello, Avvenire
All’indomani dell’ennesimo omicidio di camorra, Maurizio Patriciello su Avvenire ricorda gli impegni mancati del governo usando l’immagine di una “lista (inevasa) della spesa". “Le vere vittime della camorra, come quelle di tutte le mafie, non si contano. Le statistiche prendono in considerazione solo i numeri dei morti e dei feriti nel corpo. Le ferite dell’animo restano fuori dal conteggio, eppure sono quelle che sanguinano di più, quelle che avranno le peggiori conseguenze nel corso della vita. Rimanere coinvolti in un agguato di camorra è lacerante per chiunque. Difficile anche da raccontare. Ti senti in trappola, prigioniero. Come paralizzato, non sai se è meglio scappare, correre a perdifiato, o rimanere immobile, aspettando che la follia omicida passi. Attimi interminabili, in cui il sangue affluisce al cervello alla velocità della luce, ti fa venire le vertigini, ti fa battere il cuore all’impazzata. Un solo pensiero avverti con chiarezza: il bambino, occorre mettere in salvo il bambino che stavi accompagnando a scuola. Quasi certamente si è trattato di un regolamento di conti, la solita guerra tra bande. Liti per la spartizione del territorio. Insieme ai due però, c’era il figlio di Pasquale, un bambino di quattro anni appena. Stava andando a scuola, come i suoi coetanei. Felice di essere accompagnato dal babbo e dal nonno. Un bambino troppo piccolo per avere la forza di guardare negli occhi la ferocia umana. O, per meglio dire, disumana. Una ferocia che non si fa problema di sparare all’ingresso di una scuola, davanti al sagrato di una chiesa, tra mamme e scolaretti pazzi di terrore. Il nonno è morto, il babbo è ferito, lui, il bambino, è rimasto illeso, è scritto sulle carte. Purtroppo ‘illeso’ non è. Prima di uccidere il nonno, di ferire il papà, quei colpi di pistola gli hanno trapassato l’anima. Una lacerazione che non rimarginerà facilmente. Don Modesto è il giovane parroco di questa periferia napoletana. Nel mese di novembre, insieme ad altri confratelli, fu ricevuto in prefettura, dal ministro Matteo Salvini, in visita alla città di Napoli. Fu bello sapere che il ministro dell’Interno aveva ascoltato i parroci e aveva accolto le loro richieste. Di quell’incontro, poi, non si seppe più niente. Intervistato, sempre ieri, per quest’ultimo fatto di sangue, don Modesto, preciso e cordiale come sempre, ha rivelato che alle loro richieste Salvini, lasciandoli con l’amaro in bocca, aveva risposto: «L’elenco della spesa...». Quasi a dire che le proposte di questi uomini coraggiosi e buoni, che conoscono il territorio, i suoi abitanti, i loro problemi erano state elencate come si fa con la lista della spesa. In modo, cioè, concreto, individuando i problemi e indicando soluzioni fattibili. L’elenco della spesa, in genere, lo fanno le mamme. A volte, si tratta di un vero capolavoro di economia domestica. Sempre con i piedi per terra, infatti, riescono a far fronte, con poche risorse, ai tanti bisogni della famiglia. Quella lista della spesa naturalmente è rimasta inevasa, come una richiesta fastidiosa e petulante, come i problemi che attanagliano queste periferie abbandonate a sé stesse nonostante la fatica generosa delle forze dell’ordine. Periferie povere e degradate dove le diverse bande della camorra e della malavita si danno appuntamento, si incontrano, si scontrano, si fanno guerra”.
 
 
Giulio Meotti, il Foglio
Sul Foglio, Giulio Meotti ‘sferza’ i media occidentali che criticano la democraziona in Israele (dove è in corso lo spoglio delle schede delle elezioni per il nuovo premier) e rifiutano di guardare alla situazione politica dell’area mediorientale. “Lo spot virale in Israele ha avuto il volto della destrorsa Ayelet Shaked, uscente ministro della Giustizia. Si spruzza un profumo dal nome “Fascism”, mentre una voce femminile sussurra ‘riforma della giustizia’ e ‘separazione dei poteri’. E conclude: ‘Profumo di democrazia’. Grande scandalo fra i sinceri democratici occidentali che strillano sulla “crisi della democrazia israeliana”. Intanto si perdevano la notizia dell’anno: mentre Israele votava, come fa da 71 anni, negli stessi giorni i palestinesi di Ramallah entravano nel 15esimo anno di satrapia del caro leader Abu Mazen senza elezioni (la sua presidenza è ufficialmente spirata nel 2009) e a Gaza gli ascari di Hamas finivano di reprimere le più grandi (e uniche) proteste popolari in dodici anni di dittatura islamista nella Striscia (niente elezioni anche lì). Ma si sa, come diceva Marco Pannella, ‘un palestinese diventa uomo solo se ha la fortuna di incontrare una pallottola israeliana’. L’unico membro della Lega araba che Freedom House ha considerato “democrazia” per anni sono le isole Comore, ottocentomila persone al largo delle coste africane. E in Israele, che doveva scegliere fra Bibi Netanyahu e Benny Gantz, tornavano alle urne come fanno da 71 anni gli arabi israeliani, il venti per cento della popolazione, con le loro liste e candidati. Israele è l’unico paese in medio oriente dove le donne arabe hanno sempre potuto votare e gli arabi votano ininterrottamente da sempre. La Knesset a Gerusalemme è l’unico Parlamento mediorientale dove i politici arabi possono alzarsi durante una seduta, accusare il proprio paese di fascismo e tornare la sera a casa con le proprie gambe. Non solo, ma la Corte suprema israeliana ha bandito un solo estremista politico in queste elezioni, l’israeliano kahanista Michael Ben-Ari e non uno degli arabo-israeliani che h24 attaccano il proprio paese. E va da sé che i palestinesi nell’area, da quelli che compongono il settanta per cento della popolazione della Giordania a quelli stipati nei campi profughi di Damasco sotto i bombardamenti ‘sbagliati’ per far sintonizzare le antenne dell’opinione pubblica occidentale, osservavano con una certa invidia i propri fratelli arabo-israeliani recarsi ai seggi di Nazareth, Umm el Fahm e Haifa. Israele ha appena votato con un premier sotto inchiesta per corruzione, mentre Abu Mazen e Hamas elevavano la corruzione a sistema di potere nel silenzio assenso della comunità internazionale. Secondo Muhammad Rashid, consigliere economico di Yasser Arafat, Abu Mazen ha una ricchezza personale di cento milioni di dollari, da buon erede di Arafat, che aveva accumulato 1,3 miliardi. Non da meno il capo di Hamas Khaled Meshaal, che ha due miliardi nei conti nel Golfo. ‘Dal 1948, a noi arabi è stato insegnato che tutto ciò che dobbiamo fare è liberarci dello stato ebraico, e tutto il resto andrà bene’, ha scritto su Israel Hayom il giornalista giordano-palestinese Mudar Zahran. E’ l’articolo più onesto mai scritto da un intellettuale arabo". 
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