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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 28/03/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Moavero, Brexit ricorda che l’Europa è come l’aria
L’Europa e la Cina. L’Italia e la Brexit. Il cambiamento e le elezioni. La Francia e i litigi. L’isolamento e la diplomazia. Più Europa o meno Europa. Il direttore del Foglio, Claudio Cerasa rivolge queste domande al ministro degli esteri, Enzo Moavero nel corso di un colloquio nel quale il ministro spiega che “ragionare in termini di più Europa o meno Europa non inquadra bene la situazione. L’Europa di oggi ha bisogno di un grande tagliando perché si sono cumulate numerose questioni irrisolte che scontentano i cittadini. Io credo il nostro governo, come quasi tutti i governi degli Stati Ue consideri indispensabili rilevanti riforme negli assetti di funzionamento dell’Unione”. Gli stati che hanno accettato di firmare il memorandum sulla via della Seta (Bri) con la Cina sono tutti paesi che oltre a non far parte del G7 si trovano geograficamente più rivolti verso l’est che verso l’ovest. E’ solo un caso, che l’Italia abbia messo un piede in questo campo da gioco, rompendo l’unità del G7? “La risposta banale viene dalla geografia e dalla storia. La Cina è all’Est dell’Europa ed è normale che i paesi dell’Europa più prossimi all’oriente guardino anche alla Cina. Non facevano così gli Stati della penisola italiana prima della scoperta dell’America? Inoltre, l’Italia tra le grandi economie europee soffre di un divario negativo nell’interscambio con la Cina. Il memorandum offre una cornice di potenziale intensificazione dei rapporti con la Cina, come è nella vocazione antica e recente del nostro paese. Tutto questo, naturalmente, va coniugato con la rigorosa tutela della nostra sicurezza nazionale”. A proposito di isolamento: cosa insegna la Brexit ai teorici delle soluzioni semplici ai problemi molto complessi? “Brexit insegna molto. Le grandi complessità dimostrano che gli anni della Gran Bretagna nell’Ue non sono passati invano. Si è compresa appieno l’interdipendenza che si crea tra i paesi membri dell’Unione, quali che essi siano. L’Ue diventa come l’aria: c’è, è necessaria, anche se non la vediamo”.
 
Angeloni, fra l’Italia e la Ue ora serve un grande accordo
Ignazio Angeloni è stato ai vertici della ricerca della Banca centrale europea dal 1998 ed è fra i pochissimi che nel 2014 hanno avviato la vigilanza dell’Eurotower sulle banche europee. Venerdì il suo compito si è esaurito e lui si prepara a un incarico a Harvard. Per la prima volta, è libero di dire, in un’intervista con Federico Fubini sul Corriere della Sera, la sua sul ruolo dell’Italia in Europa. L’economia va male. Colpa delle guerre commerciali, dalla frenata europea o dell’Italia stessa? «La tempistica del rallentamento, iniziato già nella seconda metà dell’anno scorso, e il peso della frenata della domanda, legata a un calo della fiducia, fanno pensare che hanno giocato i fattori italiani. Poi sicuramente si sono fatte sentire entrambe le componenti, interna e estera». Se l’Italia cresce sempre un punto meno dell’Europa, non è normale essere fermi se l’Europa cresce all’1%? «Un ingrediente della recessione è legato a carenze strutturali che frenano la crescita rispetto agli andamenti europei. Ma preoccupa che l’Italia abbia rallentato prima e di più. Servirebbero riforme che eliminassero quello zoccolo dell’1% fra noi e l’Europa». Il debito e il deficit stanno salendo: l’Italia dovrà affrontare una forte correzione del bilancio? «Il 2019 è andato, ormai si ragiona sul 2020. È lì che bisogna stare attenti a non uscire dai vincoli. Dobbiamo trovare un accordo positivo e produttivo con l’Europa». L’Europa chiede riforme, il governo sostegno ai redditi e agli investimenti. Un compromesso è possibile? «Dobbiamo azzerare gli orologi e raggiungere un grande accordo. Se l’Italia si presentasse con un piano credibile di investimenti e riforme, credo ci sarebbe disponibilità a prenderlo in considerazione». Cos’è un piano credibile? «Il sostegno alla domanda dev’essere qualificato, con investimenti e non con spesa corrente. Italia e anche Germania hanno entrambe bisogno di investimenti. Se l’Italia si proponesse con un piano serio, anche sulla base di un aiuto europeo sottoposto a un vaglio, l’Europa non si volterebbe dall’altra parte. Ma tutto resta bloccato perché si ha la sensazione che l’Italia sia un Paese che non collabora».
 
Bonomi, via reddito 80 euro e quota 100 e tagliamo le tasse ai lavoratori
«Serve una cura shock. Subito, non dopo le Europee perché giugno rischia di essere troppo tardi». Carlo Bonomi, presidente degli industriali milanesi, in un’intervista con Roberto Rho su Repubblica, ha una lista di recriminazioni per ciò che si sarebbe potuto fare e non si è fatto - «Non mi piace dire: noi lo avevamo previsto, ma lo avevamo previsto» - e anche una proposta per rianimare l’economia nazionale, liberarla dalle zavorre che la inchiodano alla crescita zero: «Azzeriamo le misure che non producono crescita: 80 euro, reddito di cittadinanza, quota 100. Di quei soldi usiamo una quota per contrastare la povertà, una per gli investimenti pubblici e mettiamo tutto il resto a supporto di un taglio drastico del cuneo fiscale, tutto a vantaggio dei lavoratori con redditi tra 0 e 35mila euro, cioè la fascia sociale che ha sofferto di più negli ultimi anni». Sicuro che i suoi colleghi saranno d’accordo? «Penso proprio di sì. La mossa avrebbe una forte valenza sociale e un alto valore economico: restituire potere d’acquisto a chi lo ha perso vuol dire creare le condizioni per una migliore propensione ai consumi, condizione necessaria per muovere la domanda interna». Difficile che il governo rinunci alle bandiere quota 100 e reddito di cittadinanza, non crede? «Sono due misure pensate con l’unico obiettivo del dividendo elettorale. Noi imprenditori abbiamo avvistato il rischio recessione già a fine estate e l’abbiamo ripetuto allo sfinimento. Ma il governo ha speso i suoi primi dieci mesi in una infinita campagna elettorale. Ora che la recessione è certificata bisogna muoversi». Pare che il governo abbia altri programmi, rispetto alla terapia shock che lei propone. Ci sono in cottura un decreto-crescita e lo sbloccacantieri. «Non basta la parola “crescita” nel titolo per smuovere il Pil. Lo sbloccacantieri mi pare che sblocchi solo le piccole opere… Ma il problema sono le grandi connessioni». Ancora la Tav? Ormai è chiaro: prima dell’estate non si decide. «Le infrastrutture sono indispensabili per colmare il gap italiano nella logistica. Contestarle è ridicolo».
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