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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 15/03/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Geraci: frainteso il contenuto dell'intesa con la Cina
«Firmeremo se tutto sarà al cento per cento chiaro». Lo afferma, a proposito del memorandum d'intesa fra Italia e Cina sulla nuova Via della seta, il sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci, espressione della Lega, intervistato su Repubblica da Rosaria Amato. Comunqe, aggiunge, si tratta di «un accordo quadro, non vincolante». Il suo partito, la Lega, si sta opponendo all’accordo. E’ per questo che la firma è a rischio? «Noi vogliamo far sì che quest'intesa non contenga nulla che possa danneggiare gli interessi del Paese o che metta a rischio la sicurezza nazionale». Però la visita di Xi Jinping in Italia è legata proprio alla firma di questo memorandum. Non rischiamo un incidente diplomatico se non si dovesse arrivare a una conclusione? «Vedremo, vedremo. Noi certo avevamo cercato di far coincidere i due eventi anche per una questione di praticità. Le ultime verifiche riguardano comunque proprio i dettagli». Conferma che il 5G è saltato dall’accordo? «Non c’era mai stato». Mentre solleva ancora problemi la parte dell’accordo relativa ad alcuni porti italiani. «Mel Mou non c’è nessun riferimento a specifici asset, società o altro, i cinesi non possono comprare nei nostri porti. Ci possono essere invece per l’ampliamento della capacità di alcuni porti, investimenti greenfield nei quali altri Paesi europei hanno ampiamente goduto: il Regno Unito ha ricevuto 15 miliardi, la Germania 6, la Francia 5, noi meno di un miliardo, fanalino di coda». L’Italia è il primo Paese del G7 a firmare un memorandum sulla Via della Seta. E’ per questo che gli Stati Uniti sono in allarme? «Forse se n'è frainteso il contenuto. E comunque il fatto che sia generico non significa che non curiamo ogni singola frase, l’Italia è vigile sui propri interessi nazionali».
 
Landini: più diritti ai lavoratori
«A tutte le persone che lavorano debbono essere garantiti diritti. Non c’è solo il salario, ci sono anche altri istituti come ad esempio le ferie o la malattia. La strada migliore è dare validità erga omnes ai contratti nazionali». Lo afferma il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, intervistato sul Corriere della Sera da Lorenzo Salvia, commentando la proposta M5S sul salario minimo. Confindustria dice che 9 euro l’ora sarebbero troppi. «Il problema nel nostro Paese è che i salari sono troppo bassi. Il loro valore reale deve aumentare». E come si fa? «Bisogna che i contratti nazionali tornino a far crescere i salari. Ma serve anche un intervento fiscale: è necessario ridurre il peso delle tasse sul lavoro dipendente e sui pensionati». La flat tax andrebbe bene? «No, bisogna rispettare il principio della progressività previsto dalla Costituzione. Sia per i redditi, sia per la ricchezza nel suo complesso». Allora sta parlando della patrimoniale? «Non mi impicco alla singola parola. L’importante è andare a prendere i soldi dove ci sono per rilanciare gli investimenti e per creare lavoro». Il reddito di cittadinanza è un disincentivo a cercare lavoro? «Combattere la povertà è una scelta positiva, è sul come che abbiamo le nostre perplessità. Ad esempio vengono penalizzati i migranti, le famiglie numerose. E, soprattutto, non basta dare un lavoro a una persona per farla uscire dalla povertà. E’ questa la drammatica novità dei nostri tempi». Ma cosa si aspetta sul lavoro da questo governo? «Vorrei ricordare che il M5S aveva nel programma elettorale il ritorno dell’articolo 18. Un confronto potrebbe affrontare il tema di come si costruisce un nuovo statuto dei diritti, che dia tutele anche a quelli che non ce l’hanno, come i rider e i tanti altri sfruttati».
 
Duque: intervento militare in Venezuela non è la soluzione
Un intervento armato in Venezuela «non è la soluzione». Lo afferma il presidente colombiano Ivan Duque, sostenitore del leader dell’opposizione Juan Guaidò, intervistato sul Sole 24 Ore da Roberto Da Rin. Presidente Duque, di fronte all’eventualità di un ulteriore aggravamento della situazione in Venezuela, la Colombia ha un piano d’emergenza? «La Colombia ha mostrato al mondo di essere capace di fronteggiare un’ondata migratoria di enormi proporzioni, 1,1 milioni di venezuelani in meno di due anni. Siamo stati capaci di offrire fraternità, normalizzazione, regolarizzazione ai migranti. Ciò non significa che la situazione non possa aggravarsi ancora. Per questo dobbiamo affrontare la causa: la dittatura terribile che sta vivendo il Venezuela». Quali soluzioni immagina? «Un intervento su due livelli: dobbiamo prevedere un Piano multilaterale e al tempo stesso, a livello regionale, un piano con i Paesi più interessati al commercio regionale per cercare di venire incontro alle necessità dei venezuelani». Si è evocata l’ipotesi di un Piano Marshall? Che ne pensa? «A me sembra necessario. Ne abbiamo parlato nell’ultima riunione del Gruppo di Lima. L’idea potrebbe essere di riattivare i settori che sono stati duramente colpiti dalla dittatura e dal deterioramento in atto, sociale ed economico». Intervento militare. La sua opinione? «Non credo che la soluzione sia un intervento militare, credo che l’alleanza diplomatica abbia già sortito risultati significativi, come il riconoscimento dell’Assemblea nazionale del presidente Guaidò. La comunità internazionale dovrà essere ancora più attiva nel persuadere e motivare alcuni membri dell’Esercito del Venezuela. Affinché i militari prendano la decisione di collocarsi dal lato giusto della storia».
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