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Il circo che umilia Londra

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 14/03/2019

Il circo che umilia Londra Il circo che umilia Londra Beppe Severgnini, Corriere della Sera
Carolyn Fairbairn, la direttrice generale della Cbi, la Confindustria britannica, ha usato una parola nuova per definire la battaglia parlamentare intorno a Brexit: «Un circo». Ha dimenticato una cosa: al circo ci si diverte, e spesso si ride. In Gran Bretagna non ride più nessuno, e sta emergendo un atteggiamento finora sconosciuto: l’autocommiserazione. Beppe Severgnini, in un commento sul Corriere della Sera, si sofferma sul nodo Brexit. Passato lo stupore, superata la rabbia, sono rimaste la preoccupazione e la ricerca di umana comprensione. Che l’Unione Europea sembra disposta a concedere: ma solo quella. In questa vicenda tragicomica - banche che traslocano silenziosamente, mercato immobiliare in stallo, supermercati che accumulano scorte - ieri s’è infilato, tuttavia, un timido raggio di buon senso: il Parlamento ha votato, in maggioranza, contro l’ipotesi di lasciare la Ue senza un accordo (no deal). È una buona notizia: se il 29 marzo il Regno Unito uscisse bruscamente dall’Unione si fermerebbero le linee di produzione, gli ospedali avrebbero difficoltà di approvvigionamento, porti e aeroporti scivolerebbero nel caos. I Brexiteers più estremisti minimizzano e parlano di «difficoltà passeggere». È una bugia, peraltro non la prima. Un’uscita senza accordo sarebbe catastrofica. Un’umiliazione che il Regno Unito non merita. Cosa succede, a questo punto? Oggi è previsto un altro voto parlamentare, dall’esito quasi scontato. Il quesito stavolta sarà: la House of Commons — dopo aver bocciato (due volte) l’accordo di Theresa May e aver rifiutato il no deal — è favorevole a chiedere all’Unione Europea una proroga oltre il 29 marzo? La risposta della Ue, si presume, sarà positiva. A quel punto si aprono, teoricamente, sei possibilità: (1) un’uscita senza accordo, sempre possibile (2) un terzo voto sull’accordo Uk/Ue già bocciato due volte dal Parlamento (3) nuovi negoziati con l’Unione Europea (4) un nuovo referendum (5) nuove elezioni (6) niente Brexit, il Regno Unito resta nell’Unione Europea. La soluzione elettorale appare, a questo punto, la più logica.
 
Lucio Caracciolo, la Repubblica
L’Italia è finita senza accorgersene nel mezzo del ring dove Stati Uniti e Cina si sfidano per il titolo mondiale dei supermassimi. Esposta ai colpi degli uni e degli altri, sopra e sotto la cintura. Lucio Caracciolo, in un fondo su Repubblica, commenta i rapporti tra Italia e Cina e i prossimi accordi che verranno firmati. La Cina usa il brillante marchio delle nuove vie della seta per costruire una controglobalizzazione a 360 gradi. La Belt and Road Initiative (Bri), nome ufficiale della strategia, consta di almeno tre volani. Primo. Infrastrutturare le rotte marittime e terrestri fra Cina-Asia, Africa ed Europa investendo su porti, retroporti, ferrovie, telecomunicazioni, vie della seta digitali. Secondo. Penetrare nei sistemi politico-istituzionali dei Paesi coinvolti seguendo il principio di minor resistenza: si individuano i “ventri molli”, li si infiltra e di lì ci si espande. Terzo. Costruire basi militari lungo le rotte interessate. Gli Stati Uniti non accetteranno mai di cedere spontaneamente la corona mondiale. Per questo sono in modalità prebellica contro la Cina (e la Russia). Washington considera la Bri minaccia vitale – dopo averla a lungo sottovalutata – ed è pronta a colpire con rappresaglie sproporzionate chiunque apra troppo la porta a Pechino. Nella partita delle vie della seta, ingaggiata dai governi Renzi e Gentiloni e accelerata da Conte, l’Italia era e resta a caccia di soldi. L’Italia ha urgente necessità di un centro strategico nazionale. Abbiamo tutto il diritto, anzi il dovere, di attrarre investimenti esteri per rinsanguare un’economia in stallo. In particolare, agganciare Genova e Trieste alle nuove vie della seta e alle infrastrutture paneuropee in progetto è un’ovvia priorità. Ricostruire le tecnostrutture in disarmo delle nostre istituzioni pubbliche. Ovvero i luoghi della continuità strategica, dove si raccolgono e gestiscono informazioni ed esperienze indipendentemente dal colore politico di chi governa. Il tempo dell’improvvisazione è scaduto.
 
Marco Zatterin, La Stampa
È lo stesso errore di venticinque anni fa. Allora, nell’intorno del 1994, mentre la globalizzazione riscriveva i meccanismi dell’economia planetaria, alcuni governi (nel Nord Europa, ad esempio) investirono per mettere i cittadini in condizione di affrontare a testa alta il nuovo mondo che si apriva. Altri, come l’Italia, presero invece a indebitarsi per blindare le vite delle famiglie, come se questo potesse proteggerle davvero. I risultati sono evidenti. Lo scrive Marco Zatterin, in un approfondimento su La Stampa sulla situazione economica dell’Italia. Nei paesi dove si insegnava a procacciarsi il pane quotidiano i tempi sono stati meno duri rispetto a quelli in cui dei prìncipi per nulla lungimiranti hanno imboccato uomini e donne senza tener conto che non poteva durare. I nodi vengono al pettine e non da qualche mese. In Italia oltre cinque milioni di individui vivono in povertà assoluta e la tendenza è crescente. Ora scopriamo che lungo la penisola un uomo (e una donna) su tre rischia l’indigenza, mentre uno su due deve penare parecchio per pagare il conto del medico e uno su cinque non sa se riuscirà a concedersi un’istruzione di qualità. L’Italia, già pilastro della costruzione europeista, s’è trasformata in laboratorio euroscettico e sovranista. Forte del sostanzioso consenso raccolto nelle urne il 4 marzo 2018, il litigioso governo gialloverde ha ritenuto che il premio elettorale consentisse di gestire il Paese come un’entità autonoma e indipendente da ogni schema e influenza esterni. Ci siamo impoveriti e, per forza, abbiamo spento le speranze. Bisogna ripensare la struttura delle politiche economiche. O soccombere. La formula esatta ripensa il bilancio e impone di liberare risorse in modo virtuoso per risuscitare le aspettative positive. Agisce su Salute, Fisco e Istruzione come acceleratori di buone aspettative. Quando la fiducia viene meno, l’avvenire corre ogni rischio. E questo è il punto in cui si trova l’Italia. Proprio qui. Proprio ora.
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