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L'America senza centro

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 13/03/2019

In edicola In edicola Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Alle prossime presidenziali americane, negli Stati Uniti potrebbe presentarsi una situazione pericolosa con un confronto tra due estremi, destra e sinistra, e la pesante assenza del centro. Un situazione, scrive Angelo Panebianco in un editoriale sul Corriere della Sera, potenzialmente pericolosa per gli Usa e per l’Occidente. “Se c’è una corrente  che, mentre nuotiamo, ci spinge al largo possiamo cavarcela  soltanto se riusciamo a contrastarla vigorosamente. Se in una democrazia giungono al governo un leader o una forza estremista, si mette inevitabilmente in moto una dinamica ben conosciuta: l’opposizione viene sospinta, dall’estremismo del governo, verso posizioni estreme. In questo caso, delle due l’una: o l’opposizione riesce a contrastare la corrente che la imprigiona e la trascina in quella direzione oppure essa è spacciata. Alle elezioni successive non ci sarà partita: il governo uscente vincerà a man bassa. Tutti, ovviamente, in America e fuori, sono consapevoli del fatto che la prossima nomination del Partito democratico — la scelta del candidato che sfiderà Donald Trump nelle future elezioni presidenziali — potrebbe avere ripercussioni in tutto il mondo. Non tutti però sono altrettanto consapevoli di una circostanza: a seconda che quella scelta sia di un tipo o di un altro, avrà forse ancora un senso, domani, parlare di «Occidente» oppure questa parola servirà soltanto ad evocare un’epoca irrimediabilmente passata, e un aggregato (politico, economico, mili- tare, culturale) definitivamente tramontato, dissolto. Se la scelta dei democratici cadrà, come è possibile, su un candidato troppo radicale, troppo spostato a sinistra, Donald Trump avrà gioco facile: molto probabilmente «si mangerà» in un boccone il grosso degli elettori più centristi, verrà riconfermato presidente con facilità. E potrà perseverare in una politica che sta destabilizzando l’intero mondo occidentale. C’è, proprio in America, un  precedente. Nel 1972 il Partito democratico cadde in mano a militanti estremisti (sul clima politico del Paese incombeva la guerra del Vietnam) e diede la nomination a un candidato troppo spostato a sinistra, George McGovern. Per conseguenza, il presidente uscente, Richard Nixon, stravinse le elezioni. In questo momento, nel Partito democratico, i radicali sono molto forti. La loro forza è alimentata dalla presenza di Donald Trump alla Casa Bianca. Se il Partito democratico non avrà la capacità di resistere alla spinta in atto, finirà per scegliere un candidato troppo a sinistra, uno che proporrà agli americani progetti socialisti: lotta alla ricchezza, uguaglianza sociale, eccetera. Il tutto forse anche condito — a quanto pare — con qualche spruzzatina di antisemitismo. Quante chance di vittoria potrebbe avere contro Trump un candidato del genere? Zero, ovviamente attenzione: non è che se i democratici resisteranno alla corrente che li spinge al largo, se sceglieranno un candidato centrista, capace di articolare una credibile proposta di governo, capace di parlare al grosso degli americani, ciò, automaticamente, comporterà la sconfitta di Trump e la vittoria democratica. La scelta di un candidato centrista è solo una condizione necessaria, non è una condizione sufficiente per conseguire la vittoria. Una seconda vittoria di Donald Trump, un presidente che non crede nel sistema di alleanze voluto dagli Stati Uniti alla fine della Seconda guerra mondiale, sarebbe un definitivo «liberi tutti» (o, secondo alcuni, più realisticamente, un «si salvi chi può»)”.
 
Alberto Mingardi, La Stampa
Sulle infrastrutture in Italia si sta giocando una pericolosa guerra di posizione tra Lega e M5S le cui conseguenze ricadono sull’intero sistema Paese. “Lo scrive Alberto Mingardi sulla Stampa. "Secondo gli analisti politici sulle infrastrutture si sta consumando una sorta di  guerra di posizione. Ieri Siri, volto della corrente più «sviluppista» della Lega, ha parlato della necessità di un «commissario alle infrastrutture». Commissari, comitati, gruppi di studio, cabine di regia: sono tutte parole che in politica adombrano una ristrutturazione delle responsabilità, un tentativo più o meno felpato di circoscrivere gli spazi di manovra di chi, altrimenti, avrebbe le responsabilità rilevanti in quell’ambito.  Forte dei consensi nei sondaggi, dunque, la Lega vorrebbe costruire una specie di cordone sanitario attorno a Toninelli, intestandosi in modo sempre più chiaro la battaglia «modernizzatrice» per le infrastrutture.  Non sarà una strada in discesa. Anche i Cinque Stelle non staccano gli occhi dalle rilevazioni demoscopiche: a differenza di Salvini, loro di voti ne stanno perdendo, anche per i molti compromessi dai quali pare uscire rafforzato solo l’alleato leghista. E’ normale che non possano cedere, su alcune battaglie-simbolo: come la stessa Tav.  In questo scenario, le possibilità sono due. La prima è che entrambi i partiti stiano preparandosi un canovaccio da usare per chiudere l’esperienza della loro alleanza alla prima occasione. Se non cambiano le prospettive  di crescita, è probabile che chiunque sia al governo sia chiamato a una manovra bis lacrime e sangue. Le manovre lacrime e sangue difficilmente consentono di vincere le elezioni e l’impressione  è che sia Salvini sia Di Maio cercheranno di essere il più lontano possibile da Palazzo Chigi, quando il loro avventurismo fiscale varrà agli italiani un ulteriore aumento delle imposte. La seconda possibilità è che stiano facendo ammuina, si spostano da prua a poppa e da poppa a prua, inscenando un dissenso profondo a vantaggio delle telecamere, così che i gruppi d’interesse che sostengono gli uni e gli altri possano rimanere, tutto sommato, soddisfatti dei propri campioni.   In un caso e nell’altro, a rimetterci è il Paese. La prima cosa che inquieta gli osservatori è l’incertezza. Nel dubbio, meglio frenare. Frenare sui nuovi progetti, aspettare giorni migliori.  Sin dai suoi primi passi il governo giallo-verde è parso indifferente rispetto a misure che possano aumentare la velocità di crociera della nostra economia: iniziative come il cosiddetto «decreto dignità» hanno fatto esattamente il contrario. La spericolata battaglia con la Commissione europea sulla legge di bilancio, terminata con una ritirata strategica, ha peggiorato il rischio-Paese. Il combinato disposto di reddito di cittadinanza e quota 100 trasmette l’impressione di un’Italia introflessa e rinunciataria, che non considera seriamente la possibilità di tornare a crescere".
 
Alessandro Sallusti, il Giornale
Il progetto della nuova via della seta non piace a molti, in primis gli Usa, per le sue possibili ricadute politiche e di sicurezza. Oltre a questo c’è anche un problema economico potenziale per il Made in Italy. Ne scrive Alessandro Sallusti sul Giornale che titola con un gioco di parole “Repubblica populista cinese”. “Ci mancava solo  Marco Polo a complicare la vita già surreale di questo  governo e, quindi, dell’Italia intera. Già, perché otto secoli dopo le imprese in Oriente del viaggiatore veneziano si torna a parlare e a dividersi sulla «Via della seta» che nel Trecento portò l’Occidente a conoscere e fare affari con la Cina – mondo fino allora praticamente a noi sconosciuto - e che ora i cinesi vorrebbero ripercorrere all’incontrario. Per «invaderci» - oltre che con cineserie varie e prodotti più o meno contraffatti, o fuori legge secondo i nostri standard - anche con il business pesante, quello che conta e che moltiplica davvero soldi e potere (come già avvenuto in Africa).  Entrati nel salotto buono italiano attraverso il calcio (Inter e Milan), i cinesi ci hanno messo un attimo a capire che qui c’è molto da fare. E che con la loro velocità d’azione (da quelle parti politica e affari sono un tutt’uno) e disponibilità praticamente illimitata di soldi potremmo essere un facile terreno di conquista. Si parla dell’Italia, ma in realtà nel mirino ci sarebbe l’Europa intera, divisa e quindi debole come non mai.  Secondo alcuni osservatori noi, stante la particolare e traballante situazione politica ed economica, siamo stati scelti come luogo di sbarco sul continente, una spiaggia più facile di altre su cui attrezzare la testa di ponte. Per questo l’imminente arrivo in Italia del presidente cinese Xi Jinping per firmare i primi trattati (riguardano accordi commerciali sui porti di Trieste e Genova) è visto come fumo negli occhi dall’amministrazione Trump e con grande preoccupazione dai governi dei partner europei.  Come se non bastasse, anche il nostro di governo – tanto per cambiare – sulla questione è diviso. All’entusiasmo di Di Maio fa da contraltare la freddezza, se non lo scetticismo, di Salvini. Spalancare le porte ai cinesi contro la volontà di Paesi soci e alleati è cosa assai pericolosa che potrebbe isolare l’Italia più di quanto già non lo sia. I cinesi sono un popolo amico, ma la Cina è una controparte dell’Occidente sia dal punto di vista economico che militare (parliamo di una superpotenza con un enorme arsenale nucleare). Il comunismo in versione capitalista ha prodotto efficienza per loro, ma resta cosa ben diversa – a partire dal concetto di diritti umani fino alle alleanze geopolitiche – da ciò che noi siamo.  Passi che questo governo giochi sulla Tav, ma prima di consegnare le chiavi di casa ai cinesi ci andrei cauto. In questo caso sì ci vorrebbe una bella analisi costi-benefici, magari non affidata al Toninelli di turno o a qualche «esperto» pescato chissà dove”. 
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