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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 11/03/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Toninelli: sulla Tav troveremo una sintesi con la Lega
L’accordo dell’ultimo minuto sui bandi Telt ha evitato la crisi di governo e ora il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, intervistato sul Fatto Quotidiano da Luca De Carolis, assicura che sulla Tav M5S e Lega troveranno un’intesa definitiva: “Faremo sintesi, non possiamo cadere per un buco che vogliono fare in una montagna”. Di Maio ha parlato di “grande successo” ma l’intesa per il rinvio dei bandi pare più che altro un’acrobazia semantica. Avete fatto quanto Telt vi suggeriva già mesi fa, in due lettere. «Quanto accaduto in queste ore è il frutto del lavoro di mesi. Io ricordo che le manifestazioni di interesse per il Tav dovevano partire già a metà settembre. E tra i tanti episodi cito una riunione del 3 dicembre scorso con la ministra dei Trasporti francese Borne. Erano le 2 del mattino, quando firmammo la lettera da inviare alla Telt, in cui spiegavamo che non si poteva partire con i lavori perché bisognava attendere l’esito dell’analisi costi benefici». Però nella risposta a Conte di due giorni fa, la società italo-francese scrive “confermiamo”: cioè farà quanto aveva proposto a dicembre. «C’è una novità importante nell’ultima lettera di Telt, perché precisa che negli inviti alle imprese a presentare candidature verrà inserita la facoltà per la stazione appaltante, cioè per la stessa società, “di non dare seguito in ogni momento alla procedura, senza che ciò generi oneri per la stazione stessa né per i due Stati”, Italia e Francia. Quindi al nostro Paese non costerebbe nulla». È la clausola di dissolvenza, già prevista dalla legislazione francese. «Ma nel testo c’è un passaggio in più, rilevante. Nella legge francese è previsto che l’interruzione della procedura debba essere motivata in base a ragioni o fatti di interesse pubblico generale. Invece in base a questa lettera lo stop all’iter non dovrà essere in alcun modo motivato».
 
Di Stefano: Belt and Road non è un’iniziativa politica
La firma del Memorandum tra Italia e Cina sulla nuova Via della Seta, chiamata dai cinesi Belt and Road, prevista il 20 marzo a Roma, non è un’iniziativa politica. Lo afferma il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano (M5S), intervistato sulla Stampa da Francesca Paci.  firma del Memorandum». Di Maio ripete che il Memorandum non è politico e serve solo all’export. Ma se non è vincolante, era necessario? «Le partite sono due, separate: c’è il Memorandum e c’è il capitolo telco, ovvero ZTE e Huawei. Anche gli americani le leggono con lenti diverse. Il memorandum non è vincolante, significa che non ha il rango di accordo internazionale ma traccia una collaborazione sulle infrastrutture del Belt and Road. E giacché il 90% di questo accordo riguarda le infrastrutture, le nostre aziende, leader nel settore, possono avere grande voce in capitolo. Poi c’è l’export e la possibilità per l’Italia di accedere a mercati finora difficili. Altra cosa sono le telecomunicazioni, dove l’attenzione americana ed europea è alta perché ci sono in ballo le infrastrutture strategiche e i rischi sulla sicurezza sono inter-connessi, anche in ambito Nato. Questa partita è aperta e non c’entra niente con il Memorandum». Eppure Washington lascia intendere che il Memorandum sia una forma di riconoscimento politico di Pechino. «Non è così. L’obiettivo cinese è la partita bilaterale economica con l’Italia, un Paese importante. Pechino ha imposto il suo Memorandum nel sud est asiatico ma l’Italia ha un peso tale che le consente di contrattare diversamente». Trattando in modo bilaterale con Roma, la Cina non gioca a indebolire l’Europa? «I cinesi sono pragmatici. Gli interessa espandere il loro mercato che cresce molto più di quanto possa vendere. Pechino non chiede relazioni politiche particolari, fa affari».
 
Grillo: sui vaccini sì all’obbligo per il morbillo
Per il morbillo ci vorrà l’obbligo anche quando sarà superato il decreto Lorenzin. Lo afferma la ministra della Salute Giulia Grillo in un’intervista a Michele Bocci di Repubblica. Le pressioni di Salvini e una doppia proroga, prima e dopo l’estate, per presentare i documenti di vaccinazione. Perché ora non ha concesso un nuovo rinvio? «La prima proroga l’aveva fatta il precedente governo perché non aveva attivato l’anagrafe nazionale. Noi abbiamo prorogato ancora perché eravamo appena arrivati e restavano le stesse criticità burocratiche. Ora tutti hanno avuto il tempo per mettersi in pari». Quanti bambini rischiano oggi di restare fuori da scuola? «I dati precisi arriveranno nei prossimi giorni. Non saranno grandi numeri, come hanno dimostrato i controlli a campione dei Nas sulle autocertificazioni. I genitori sono molto più responsabili di quanto spesso si racconta. Quelli che non vogliono vaccinare sono una esigua minoranza». Nel 2017 e poi nel 2018 le coperture sono aumentate. La legge Lorenzin ha funzionato? «È stata una misura emergenziale, nata dalla necessità di colmare un gap di coperture creatosi in diversi anni precedenti e da quella di rispondere all’epidemia di morbillo. I dati sono migliorati per i nuovi nati, ma il dl Lorenzin non può incidere sui giovani adulti vulnerabili, quelli fuori dall’età scolastica. Questa è la critica principale a quella legge». Come sarà la nuova legge, attesa nei prossimi mesi? «Non un atto di urgenza ma una normativa-quadro basata sui dati epidemiologici del Piano nazionale di prevenzione vaccinale. Usare l’obbligo è un fatto politico, non scientifico. Bisogna agire in base alle condizioni epidemiologiche». Se fosse in vigore la nuova legge come ci si comporterebbe con il morbillo? «C’è un’epidemia in atto. E quindi sul morbillo bisogna tenere misure obbligatorie».
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