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La mossa del cavillo

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 11/03/2019

La mossa del cavillo La mossa del cavillo Sandro Rogari, Quotidiano Nazionale
Sul Quotidiano Nazionale Sandro Rogari commenta l’escamotage trovato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte sui bandi per la Tav. “Nel gioco degli scacchi il cavallo può saltare i pezzi, amici o avversari, muovendosi a «L», avanzando o indietreggiando a piacere. Il cavillo di Conte ne ha tratto ispirazione. Ha indietreggiato (per accontentare i 5S) e si è spostato di lato per lasciar passare il treno in corsa (per accontentare la Lega e non subire un danno immediato di 300 mln). Tutto procede come previsto. I bandi partono, ma non si chiamano bandi. Si chiamano «avis de marchés». Poi verrà il tempo dei capitolati, ma rigorosamente dopo le elezioni europee e potrà scattare la clausola fatidica della dissolvenza. Ossia della rinuncia da parte d’Italia e Francia. Anche questo era già previsto, ma riguarda solo le condizioni contrattuali con le ditte in gara, non il progetto complessivo e i motivi debbono essere gravissimi. La mossa del cavillo salva, dunque, per ora, capra e cavoli, cioè la tenuta del governo. Semplicemente rinvia, senza bloccare. Le altre due soluzioni, molto trasparenti e molto chiare negli esiti, verifica parlamentare o referendum popolare, sono state accantonate. La prima era stata fatta propria da Salvini ma rigettata da Conte. Il premier ha visto profilarsi la crisi di governo perché per i 5 Stelle sarebbe stata la sconfitta certa. Ma anche il rinvio a referendum è rigettato da 5Stelle, che pure inneggiano alla democrazia diretta (quando conviene). Il risultato sarebbe stato comunque chiaro. Ma poiché non si vuole essere chiari verso la volontà maggioritaria degli italiani si gioca con cavilli e rinvii. Per soddisfare il capriccio di un movimento che, proiettato al governo del paese privo di cultura e capacità politica, assume intransigenti posizioni di principio a danno dell’interesse nazionale”.
 
Michele Ainis, Repubblica
“All’arsenale di nuovi referendum progettati dal governo se ne sta aggiungendo un altro: il referendum impossibile”. Lo scrive su Repubblica Michele Ainis a proposito della richiesta, che arriva da più parti, di una consultazione popolare sulla Tav. “Domanda: quale referendum? E come? E con che procedura? Dettagli – sottolinea Ainis - che i nostri politici non ci hanno mai illustrato. Siccome si tratta d’annullare un impegno sottoscritto con la Francia, siccome l’impegno sta nero su bianco in due leggi dello Stato, la via maestra consisterebbe nel referendum abrogativo, disciplinato dall’art. 75 della Costituzione. Peccato che quell’articolo escluda espressamente le leggi d’autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali,e che le due leggi in questione ratifichino i nostri accordi con la Francia. Sicché, niente da fare. Rimane allora la soluzione d’un referendum consultivo su base nazionale. Problema: la Costituzione italiana non ne fa parola. Ovviamente la parola si può sempre aggiungere, ma con legge costituzionale, con quattro delibere di Camera e Senato a intervallo d’almeno tre mesi, con maggioranza qualificata: campa cavallo. E se invece il referendum consultivo sulla Tav fosse introdotto da una legge ordinaria? No, e per una doppia ragione. Perché questo strumento ha dignità costituzionale, come dimostrano i lavori dell’Assemblea costituente. E perché nell’unico precedente venne scomodata, guarda caso, una legge costituzionale per indirlo. E se invece il referendum consultivo si tenesse su scala regionale? Bizzarro escamotage, che si scontra con il rilievo nazionale delle grandi opere. E che contrasta, soprattutto, con la Costituzione. Giacché quest’ultima (art.123) ammette i referendum locali, però “su leggi e provvedimenti amministrativi della Regione”, mentre qui sono in ballo atti normativi dello Stato. E d’altra parte la Consulta ha già escluso l’ipotesi in questione. La via d’uscita? Trovarla spetta agli eletti, non agli elettori. Sempre che non si perdano nei labirinti del Palazzo”.
 
Gianni Riotta, La Stampa
Sulla Stampa Gianni Riotta commenta la sciagura aerea di Addis Abeba, che ha fatto 157 morti di cui otto italiani. «Che brutto Paese è diventata l’Italia»: quante volte – scrive Riotta - avete sentito mormorare questo amaro giudizio e, magari con rammarico, vi siete trovati d’accordo? Leggendo sul giornale di un violento episodio di razzismo, un disgustoso insulto antisemita in Parlamento, la gazzarra petulante dei talk show che diffondono disprezzo e nichilismo. E quante volte lo sconforto per questa mesta decadenza vi ha resi pessimisti, certi che giorni peggiori ci attendano? Poi apprendiamo, con dolore, della sciagura aerea in Etiopia e scorriamo con apprensione la lista dei passeggeri connazionali: nessuno di loro viaggiava per diletto, per una vacanza da cine panettone, per affari. Come Fleba, il marinaio della poesia «La morte per acqua» di T.S. Eliot, avevano «dimenticato profitti e perdite». Spendevano la vita, da volontari o professionisti, perché nel nostro mondo diviso e nel nostro tempo caotico, la giustizia prevalesse sul sopruso, l’umanità sulla crudeltà, la bontà sul male. La tv li ignorava da vivi, troppo «noiose», «buoniste» come dicono i cinici di moda, «sentimentali», le loro storie. Meglio un reality dello sghignazzo, la polemicuzza cinica dove l’autorevole commentatore flirta in diretta con la soubrette sguaiata, meglio la commedia squallida di ogni giorno. Morendo in Africa, senza fanfare, senza squilli di tromba, senza enfasi, come hanno vissuto, i nostri connazionali ci offrono un’ultima, nobile, lezione. La loro Italia, l’Italia di tanti milioni di noi, ignorati dalle luci della ribalta ma non per questo meno formidabili, è la migliore e, a tempo debito, prevarrà su gradassi, rodomonti, bugiardi. Per questo possiamo chiamare senza imbarazzo eroi i caduti del Boeing 737, dar loro l’encomio che meritavano in vita e pregare perché la memoria dei loro sentimenti resista”.
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