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Un anno bellissimo

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 20/02/2019

Un anno bellissimo Un anno bellissimo Carlo Verdelli, la Repubblica
Secondo una previsione temeraria del presidente del Consiglio, l’avvocato Giuseppe Conte, il 2019 sarà un anno bellissimo. La speranza di tutti è che abbia ragione. L’evidenza di questi primi cinquanta giorni direbbe il contrario. Lo scrive il nuovo direttore di Repubblica, Carlo Verdelli nel suo editoriale ricordando che siamo entrati ufficialmente in recessione. Le previsioni di crescita del nostro Pil sono franate allo 0,2 per cento, il gradino più basso d’Europa. La produzione industriale è balzata all’indietro del 5,5 per cento. Si è scoperto che l’agognato reddito di cittadinanza non arriverà a destinazione per un milione e mezzo di lavoratori poveri: sei su dieci degli aventi diritto, più della metà. Le uniche cose che salgono, e non pare di buon auspicio, sono il livello dell’insofferenza verso chi rema contro, dal Quirinale al Vaticano, e il volume delle minacce contro i nemici, dovunque si annidino. Bankitalia e Consob? «I vertici andrebbero azzerati» è l’opzione zero di Matteo Salvini. Azzerati. Come gli sbarchi dei migranti. È come se la natura di tanti italiani si stesse rapidamente trasformando, incattivendosi. Insieme a molti diritti su cui si fonda la nostra comunità, stanno saltando i valori che quei diritti sottendono e sostengono. Stavamo seduti sopra un vulcano di rabbia e rancore, e non ce ne eravamo accorti. Se abbiamo forti dubbi su un 2019 bellissimo, abbiamo una certezza sul 2018: è stato un anno incredibile, l’eruzione di un’Italia delusa, spaventata, e anche un po’ spaventosa. È passato un anno, anche se sembra molto di più: 4 marzo 2018, un voto che cambia connotati e anima a un Paese, che da lì ha cominciato freneticamente a scollarsi, a disunirsi, a isolarsi da quell’idea di Europa che aveva contribuito a edificare, per inseguire pericolose alleanze con Paesi e concezioni del mondo lontani anni luce dai pilastri ideali della nostra Costituzione. Un anno durante il quale la sinistra ha assistito attonita al proprio disfacimento. Il 2019 non sarà un anno bellissimo per l’Italia, ma faremo di tutto perché non diventi bruttissimo.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
Sebbene scontato, dopo il risultato della consultazione della base pentastellata sulla piattaforma Rousseau, il voto (16 a 6) della giunta del Senato, che ha negato l’autorizzazione a procedere contro Salvini per il caso Diciotti, ha chiuso una vicenda che pesava come un macigno sulla strada del governo. Marcello Sorgi, sulle pagine de La Stampa, ritorna sui nodi dell’intesa Lega-M5s sottolineando che il voto sul caso Diciotti ha aperto una nuova fase nei rapporti tra i due partiti della maggioranza giallo-verde. E in particolare tra i due vicepremier, visti muoversi in questi giorni di pari passo sul terreno accidentato del processo intentato dal Tribunale dei ministri di Catania contro il ministro dell’Interno, come se fossero uniti da un legame di vita e di morte, che senza difficoltà hanno lasciato emergere all’esterno, giorno dopo giorno. Un patto a cui è legata, va da sé, la sopravvivenza dell’esecutivo, anche se non è detto che Salvini, nel caso in cui l’autorizzazione a procedere fosse stata concessa, avrebbe aperto subito la crisi. Eppure un’intesa squilibrata, dato che con ogni evidenza conviene soprattutto al leader leghista, e molto meno al capo politico pentastellato, ma rivelatasi tuttavia in grado di reggere a qualsiasi imprevisto, come il risultato delle elezioni d’Abruzzo, lusinghiero per la Lega e deludente per i 5 Stelle, o come la spaccatura (59 a 41) che la consultazione di lunedì sera ha aperto dentro il Movimento. La crisi di governo, con la quasi certa fine della legislatura e la difficile campagna elettorale che ne sarebbe seguita, avrebbero probabilmente coinciso con una nuova sconfitta per i 5 Stelle e con la fine della leadership del capo politico. Ecco perché Di Maio ha deciso di evitare il processo a Salvini, pagare quel che doveva e scegliere per sé il «primum vivere», anche se ancora non sa bene cosa può riservargli il futuro.
 
Federico Fubini, Corriere della Sera
I dati economici non rappresentano mai tutta la realtà, sono giusto una sintesi espressa in un numero. Non vanno idolatrati come fossero l’unica legge, ma non li si può ignorare. A maggior ragione quando sono come quelli di ieri, perché raccontano due storie diverse. Federico Fubini, in un fondo sul Corriere della Sera, analizza la situazione economica europea. La prima è che l’Italia non solo è in recessione, ma quest’ultima sarà più seria e lunga di quanto qualcuno avesse immaginato fin qui. La seconda storia che inizia a prendere corpo – scrive Fubini - è invece che anche l’area euro rischia di fermarsi, almeno per qualche mese: la ripresa europea è partita in ritardo rispetto agli Stati Uniti, ma paradossalmente si sta esaurendo prima. Com’è inevitabile, le vicissitudini dell’Italia e dell’Europa si sovrappongono. Il Paese sarebbe più in salute se lo fosse l’area euro, e viceversa. Ma i dati sulla frenata della crescita del credito alle imprese diffusi ieri dalle banche confermano ciò che l’Istat e la Banca d’Italia segnalano da tempo. Questa recessione italiana nasce dall’«incertezza», eufemismo per dire che le sbandate sul bilancio nel 2018, quindi la tensione sui mercati, hanno frenato gli investimenti delle imprese. Questa paralisi degli investimenti nuoce all’economia, quindi a cascata sulla finanza pubblica e sul costo del debito. La fiducia nell’area euro è in calo costante da un anno, solo adesso con una piccola luce in fondo al tunnel. Quel che conta non è la congiuntura ma la miopia che sta diventando evidente nella strategia europea di questi anni. Nella massima sintesi essa è spesso una brutta copia di quella della nazione guida: come la Germania tutti i Paesi dell’euro (va detto, meno la Francia) hanno cercato di creare crescita e lavoro quasi solo tramite l’export, i surplus commerciali e quindi sfruttando la voglia di spendere del resto del mondo. Diventa evidente l’incoerenza logica di questa strategia a guida tedesca: aver puntato tutto sull’export ha delocalizzato il benessere degli europei nelle mani di politici di altri Paesi con valori e problemi diversi dai nostri. E ora quelli non ci aiutano più.
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