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Il 'no' Ue a Parigi e Berlino

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 06/02/2019

In edicola In edicola Mario Monti, Corriere della Sera
Lo stop dell’Antitrust Ue alla fusione tra la francese Alstom e la tedesca Siemens per la creazione di un colosso nel settore ferroviario e i significati per l’Italia. Ne parla Mario Monti sul Corriere della Sera. “In un momento in cui si parla molto di Europa, spesso con un fervore polemico che eccede di gran lunga la conoscenza dei fatti, la decisione di ieri aiuta a capire molte cose: vi sono precise ragioni se in alcuni campi la Ue funziona e in altri no; i «burocrati di Bruxelles» sono governanti che esercitano il mandato conferito loro dagli Stati membri; contro le loro decisioni si può fare ricorso alla Corte di giustizia della Ue; non è vero che la Commissione assecondi i «poteri forti» o si pieghi alla «legge del più forte», critica spesso fatta da chi non è capace di sostenere le proprie posizioni con argomenti solidi e predilige l’insulto; se mai la Commissione e la Corte, facendo valere il diritto comunitario, di fatto proteggono tutti dagli eventuali tentativi dei più forti o dei più grandi di abusare del loro potere, come certo avverrebbe se sparisse la Ue. Non c’è dubbio che la politica della concorrenza sia uno di quei pochi campi in cui la Ue funziona. Si può essere d’accordo o meno sulle singole decisioni. Ma è una politica nella quale si decide, entro termini prestabiliti. Le decisioni vengono applicate. Esse sono rispettate anche da imprese non europee, incluse le più grandi multinazionali americane. Germania e Francia, pur con governi un po’ appannati, sono considerati da tutti i due Paesi più forti in Europa. Si può immaginare qualcuno in Europa capace di scagliare sui «burocrati di Bruxelles», per di più a fine mandato, una potenza di fuoco come quella di un kombinat politico-industriale Berlino-Parigi-Siemens-Alstom? Non credo. Eppure la commissaria Vestager e la Commissione hanno detto «no». Non ci vengano a raccontare, in Italia, che Bruxelles è sistematicamente asservita agli interessi tedeschi e francesi. Dall’Italia, Paese grande e importante, ma non davvero «forte» quanto a sistema economico e apparato amministrativo, una Commissione solida e rispettata dovrebbe essere vista come potenziale alleata, nella maggioranza dei casi. Cerchiamo di capire come rappresentare al meglio in quella sede i legittimi interessi italiani. Parlo degli interessi del Paese. Se invece vengono prima non gli italiani, ma coloro che in questo momento governano gli italiani, allora può essere che convenga coprire di insulti la Commissione e l’Europa, perché questo soddisfa il rancore degli italiani e sposta l’attenzione dalle responsabilità nostrane”.
 
Luigi La Spina, La Stampa
L’eventuale no alla Tav rischia di isolare l’Italia dal sistema degli scambi commerciali. Lo scrive Luigi La Spina in un editoriale sulla Stampa. “Bisogna dare atto al ministro Toninelli di essere riuscito, con la sua frase«Chi se ne frega di andare a Lione», a rappresentare perfettamente il problema più preoccupante: l’incomprensione del problema. Mentre si susseguono le previsioni negative sulla crescita dell’Italia nel prossimo anno, l’ultima, la peggiore, ieri, quella dell’Unione europea, i rappresentanti del Movimento 5 Stelle, il partito finora più forte al governo, rischiano di far pagare al nostro Paese un prezzo insostenibile per i loro «no» ai principali progetti di sviluppo della nostra economia, la Tav e la ricerca di nuove fonti energetiche. L’avvio di una fase di ormai annunciata recessione in Italia non consente più di prolungare il balletto dei numeri contrapposti sui costi-benefici della Tav, in attesa che le elezioni di maggio chiariscano le reali proporzioni dei consensi tra i due contraenti del patto governativo, mascherandosi dietro presunti verdetti «tecnici» che non possono dirimere una scelta strettamente politico-economica. Ecco perché cercare di tenere in vita un contratto di governo tra le cui clausole non può essere prevista una intesa tra opposte visioni sulla questione fondamentale a cui l’Italia si trova di fronte nei prossimi anni, cioè il suo ruolo nel futuro del mondo, comporta un pericolo gravissimo, quello di una sostanziale emarginazione dai principali flussi di sviluppo commerciale, industriale e tecnologico sui quali si reggerà la competizione per l’egemonia economica e politica nei prossimi decenni. A questo punto la partita è molto chiara. Da una parte, incombono scelte fondamentali per il nostro Paese che non possono essere prese attraverso piccoli compromessi di potere. Dall’altra, c’è la volontà di non rompere un’alleanza governativa che potrebbe non trovare maggioranze alternative in questa legislatura e, quindi, essere fortemente condivisa da una folla di parlamentari in allarme per il rischio di non essere più rieletti alla Camera o al Senato. È soprattutto su Salvini che, in questo momento, pesa una grande responsabilità, quella che tutto il mondo produttivo, specialmente quello al Nord del Paese, valuterà con grande attenzione”.
 
Francesco Manacorda, la Repubblica
C’è un’Italia che fa paura al mondo. Ed è quella a guida penta-leghista che se ne infischia dei rischi di politiche economiche azzardate e dei richiami delle autorità internazionali. Lo scrive Francesco Manacorda sulla Repubblica. “Italia contro il resto del mondo è una partita che ormai non si gioca solo in politica estera, ma anche nel campo dell’economia. E il resto del mondo, come ha spiegato ieri con chiarezza il Fondo monetario internazionale, ci teme. Non per la nostra potenza — come forse farebbe piace- re credere al governo — ma, al contrario, per la forza travolgente della nostra debolezza. Quando il Fondo scrive che un eventuale contagio dei rischi italiani sarebbe «globale e significativo» non fa che dare corpo a un timore che da mesi agita gli investitori a ogni latitudine: se i nostri titoli di Stato, che oggi sono solo un gradino sopra il livello dei junk bond, dovessero fare anche quell’ultimo e fatale passo verso il basso, gli effetti sarebbero purtroppo prevedibili. Molti di quelli che hanno in mano i nostri Btp si troverebbero costretti a venderli, spesso per regole che non gli permettono di investire in titoli troppo rischiosi e — teme il Fondo — si potrebbe innescare una ‘fuga dal rischio’ che colpirebbe altri Paesi con alto debito. La risposta di Di Maio e Salvini a questi e altri rilievi del Fmi — ad esempio su reddito di cittadinanza e ‘quota 100’ — è stata ovviamente sprezzante. Nella guerra del governo alla realtà e a chiunque glie- la ricordi, ieri è diventata protagonista suo malgrado anche la Commissione europea: oggi Bruxelles renderà ufficiale una previsione di crescita nel 2019 che per l’Italia è solo dello 0,2%, ossia esattamente un quinto di quell’1% che ancora troneggia nei documenti ufficiali, a partire dalla legge di bilancio. Anche qui repliche sarcastiche di esponenti del governo su una Ue che non azzecca mai una previsione e sfoggio di ottimismo d’ordinanza. Lo scontro del governo non è solo fuori dai confini italiani. All’armata dei ‘disfattisti’, poco convinti della strada presa, appartengono anche molti industriali, che magari hanno anche votato con convinzione la nuova maggioranza. Da Washington alla Brianza, da Bruxelles alla Puglia, avranno tutti torto? Dalla partita contro il resto del mondo al finire assediati dalla realtà nel fortino delle ideologie il passo è davvero breve”. 
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