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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 10/01/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Mincione: mai incontrato Conte
«Non ho mai incontrato Conte, non lo conosco, non gli ho mai dato un incarico, lo ha fatto uno dei miei collaboratori. Mentre il professor Guido Alpa era per il dossier Carige la persona più giusta per lavorare con noi, visto che era stato consigliere della banca, da cui si era dimesso denunciando tante cose sbagliate». Lo afferma, intervistato sul Corriere della Sera da Fabrizio Massaro, Raffaele Mincione, il finanziere per il quale si sospetta il conflitto di interesse del primo ministro Conte nel caso Carige. Lei si è dimesso si è dimesso dal consiglio dell’istituto il 22 dicembre dopo il «no» all’aumento di capitale da parte del primo socio, la famiglia Malacalza. «A settembre dicemmo che non era intelligente sostituire il management, che la banca era in una situazione molto fragile, che bisognava andare a una fusione in tempi brevi e che invece tutto quello che stava mettendo in piedi Malacalza avrebbe potuto causare quello che poi è successo». Carige va nazionalizzata? «Siccome c’è ancora tanto valore in Carige, spero e sono convinto che nelle prossime settimane arrivi qualcuno che faccia una proposta che aiuti il governo a non dover entrare in questa partita. Sono convinto che debba essere una banca italiana, che possa essere interessata anche geograficamente». Che rapporti ha con Conte? Lei ha chiesto proprio all’avvocato Conte, a maggio, un parere su Retelit, una società che stava scalando. «Primo: l’operazione che il governo ha portato avanti non ha fatto altro che azzerare, di fatto, l’equity di tutti. Allora io mi chiedo: come può il mio presunto amico avermi aiutato azzerandomi i soldi? Secondo: noi abbiamo chiesto sul tema Retelit un parere a uno studio legale, che purtroppo aveva scritto un’opinione che non andava nella nostra direzione. Quindi ci ha suggerito il nome di un avvocato che aveva la nostra stessa scuola di pensiero. Era quello di Conte, che non era ancora nessuno ma che dopo il parere è diventato premier».
 
Bombassei: la frenata della Germania è un campanello d’allarme
«Se la Germania entrasse in recessione per l’Italia sarebbe un serio problema, un ulteriore grave elemento di negatività: buona parte del Pil tedesco viene da settori che coinvolgono la nostra manifattura». E’ l’allarme lanciato da Alberto Bombassei, presidente della Brembo, intervistato sulla Stampa da Francesco Spini in merito al brusco calo della produzione industriale in Germania. A che cosa è dovuto dal suo punto di vista? «Stiamo assistendo a una frenata globale dell’economia, che coinvolge il Vecchio Continente, finito in mezzo alla guerra commerciale tra Usa e Cina». C’entrano anche gli scandali sulle emissioni che hanno interessato l’industria automobilistica? «Negli ultimi mesi del 2018 non abbiamo assistito a gravi riduzioni della produzione del settore. Per il 2019 però le nostre attese sono molto più prudenti». Anche senza una recessione conclamata, cosa comporta tale situazione per l’Italia? «È un campanello d’allarme. La componentistica dell’auto, per esempio, è prodotta in Italia per una percentuale importante. Spesso erroneamente si ritiene che l’industria tedesca cerchi da noi la convenienza, il basso costo. Niente di più sbagliato: vengono qui a cercare la qualità. La recessione tedesca ci coinvolgerebbe appieno». Il governo tedesco però avrebbe già un piano per scongiurare il peggio: aumentare gli investimenti pubblici e abbassare le tasse: cosa ne pensa? «Usano la regola del buon senso. Spero che qualcuno in Italia legga di questo tipo di reazione e ne tragga spunti». La politica economica del governo non la convince, anche alla luce dei nuovi rischi all’orizzonte? «Qui stanno facendo l’opposto. La promessa riduzione delle tasse non c’è stata, la pressione fiscale al contrario è leggermente aumentata. Gli investimenti pubblici farebbero da traino a quelli privati che stentano a decollare, ma come si vede sul punto non ci si decide».
 
Fraccaro: sì al quorum nei referendum
Per arrivare all’accordo che introduce il quorum approvativo del 25% per i referendum propositivo e abrogativo il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro si è “spogliato delle sue convinzioni personali”. Lo fa sapere lo stesso ministro, intervistato sul Fatto Quotidiano da Paola Zanca. L’intesa arriva con il via libera in commissione ad un emendamento Pd e dopo il niet della Lega alla proposta M5S. Le è costato rinunciare a quello che avevate scritto nel contratto di governo? «La gioia di poter introdurre uno strumento di partecipazione diretta in Costituzione supera anche il fatto di dover rinunciare alle proprie convinzioni personali. Abbiamo seguito due direttrici: riforme puntuali, uniformi, come prevede l’art. 138 della Carta. E che non fossero appannaggio della sola maggioranza». Anche Salvini era contrario. E c'è chi vi accusa di aver scambiato il voto sul referendum con quello sulla legittima difesa, cara al ministro dell'Interno. «È offensivo pensare che il governo, e quindi anche il sottoscritto, si metta a barattare sulle riforme costituzionali. Il confronto è uscito dal dibattito tra ministri ed è stato rimesso al Parlamento, con esiti peraltro positivi». Un compromesso? «Noi da sempre riteniamo che il quorum zero sia il modo per discutere nel merito dei referendum. In commissione però molte forze politiche hanno sollevato una possibile criticità: che una stretta minoranza decida per la maggioranza». Un rischio di cui vi siete resi conto anche voi? «No, non condividiamo questa impostazione. Ma eravamo convinti che bisognasse trovare un accordo. E se n’è trovato uno efficace».
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