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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 09/01/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Patuelli, mossa giusta. Ci vuole prevenzione
«Il decreto su Carige va nella giusta direzione. Aspettiamo il testo del decreto per analizzarlo in ogni aspetto. Ed è bene anche che il nuovo presidente della Vigilanza Bce, l’indipendente e autorevole Andrea Enria, abbia posto in essere in pochi giorni una importante iniziativa di prevenzione». Antonio Patuelli, in un’intervista con Fabrizio Massaro sul Corriere della Sera, parla da presidente dell’Abi e da numero uno della Cassa di Ravenna, che pro-quota ha partecipato al finanziamento d’urgenza per l’istituto ligure da 320 milioni. «Mi auguro sia l’ultima crisi bancaria di questa storica decennale fase. Ma stia attento: non esiste un sistema bancario, quello è un retaggio del dirigismo. Oggi siamo in concorrenza, le banche sono imprese. Io parlo di “mondo bancario”». Parliamo di mondo bancario. Ci sono ancora rischi? «La vigilanza indica una via di risanamento assolutamente intrapresa. I numeri sono eloquenti, a dicembre i dati di Bankitalia e Abi davano ridotte a meno di 40 miliardi di euro le sofferenze nette. Che sono quelle vere, perché quelle lorde indicano i crediti in origine, senza accantonamenti e coperture. Ma quello dei numeri è il risanamento complessivo, non dei singoli». Quindi il governo ha fatto bene a intervenire su Carige, che ha ancora troppi npl (crediti deteriorati)? «Non partecipo al dibattito politico, a noi interessano le soluzioni ai problemi». Il dl è una soluzione? «Previene un problema, ed è coerente con l’iniziativa assunta dalla Vigilanza Bce e le indicazioni di Bruxelles. È bene prevenire per non avere i costi della repressione. Ho apprezzato le parole del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia: la questione bancaria, e la salvaguardia dei risparmiatori, non riguarda i banchieri, ma il Paese, perché le banche sono punti di collegamento che immettono flussi di liquidità nell’economia». Quattro anni di interventi nelle banche non hanno evitato le crisi: le regole di Vigilanza Unica vanno riviste? «Sono sempre stato a favore della revisione e sono sempre stato contro le grida manzoniane».
 
Boeri, l’Inps non va commissariata
Fra pensioni, sussidi e affini l’Istituto nazionale di previdenza sociale gestisce più di un terzo del bilancio pubblico. Il mandato di Tito Boeri è in scadenza in un momento delicatissimo: fra reddito di cittadinanza e controriforma delle pensioni «c’è da gestire una mole di lavoro impressionante». Lega e Cinque Stelle le hanno dato il benservito. Non è così? «Ormai ci sono abituato – sottolinea il Presidente dell’Inps in un’intervista con Alessandro Barbera su La Stampa -. Un giorno mi attaccano, l’altro pure. Per questo dovrebbero avere da tempo individuato un sostituto. Anzi, faccio un appello al governo perché faccia in fretta: prima lo nominano, più tempo avrò per un serio passaggio di consegne». Lo ammetta, ogni tanto anche lei è andato sopra le righe. Ogni tanto anche lei si sarà detto “avrei dovuto mordermi la lingua”. O no? «Errori nella vita ne abbiamo fatti tutti. È vero, ho un linguaggio diretto. Non mi piace parlare per mezze frasi, non è nel mio stile». Allora le chiedo il massimo della schiettezza anche oggi: il suo collega Alberto Brambilla dice che partire ad aprile con il reddito di cittadinanza è “una follia”. Se la sente di sottoscrivere questo giudizio? «No. Io ero e sono favorevole ad una misura di sostegno alla povertà, e ho apprezzato il fatto che le ultime bozze si sono avvicinate ad una estensione del reddito di inclusione in vigore. Ma è vero che nel testo ci sono diverse incongruenze». Ad esempio? «La misura spiazza il lavoro al Sud. Un single con reddito zero può aspirare a 9.360 euro all’anno: sa quanti sono i lavoratori dipendenti al Sud che hanno redditi da lavoro inferiori a quella somma? Il 43 per cento. Ciò significa che quasi un giovane su due da quelle parti potrà essere messo di fronte a due alternative entrambe allettanti: smettere di lavorare o essere pagato in nero per ottenere comunque il sussidio». La Lega sostiene che l’attuale testo penalizza le famiglie. «Si, è così. Penalizza le famiglie numerose dove sono concentrati i poveri». Cosa pensa della controriforma delle pensioni? «Dobbiamo ancora fare le ultime valutazioni sul decreto, ma il rischio di non rispettare il tetto di spesa c’è».
 
Gori, sul reddito sarà caos se non si coinvolgono anche i Comuni
«Il primo aprile rischiamo il caos». Ne è convinto Cristiano Gori, docente di politica sociale all’università di Trento e responsabile scientifico dell’Alleanza contro la povertà, la rete di terzo settore, associazioni e sindacati ispiratrice del Rei attuale, il reddito di inclusione per i poveri, intervistato da Valentina Conte su Repubblica. Perché il caos? Cosa non la convince del RdC, il Reddito di cittadinanza? «È un’importante opportunità per la lotta alla povertà in Italia. Una misura così la attendiamo dai primi anni ‘80. Ma si potrà fare domanda solo alle Poste, ai Caf e online: modalità che da sole non reggono. Si è deciso di non coinvolgere i Comuni ai quali oggi si rivolge la maggior parte dei beneficiari del Rei. Come mai? Il RdC sarà richiesto da alcuni milioni di utenti in più del Rei. Se non si recupera il ruolo dei Comuni, la confusione sarà inevitabile». Uno strumento duale, per il contrasto alla povertà ma anche alla disoccupazione, può funzionare? «Spero che nella discussione parlamentare si recuperi la multidimensionalità della povertà. Il decreto è estremamente concentrato sul reinserimento dei lavoratori che però è solo un aspetto del problema, certo non l’unico. Ci sono risvolti di salute, psicologici, abitativi, relazionali oltre che economici e familiari da considerare. Eppure il decreto sembra mettere in secondo piano i soggetti decisivi per lavorare su questi aspetti: associazioni, scuole, terzo settore. Sembrano marginalizzati, quasi residuali». Per scansare l’accusa di assistenzialismo, ora la misura guarda poco al sociale? «È un falso contrasto. Non ci dovrebbe essere contrapposizione tra i due aspetti. Però è vero che si guarda troppo poco alle altre dimensioni della povertà». Cosa succede a chi è in Naspi perché disoccupato, ma fuori dal RdC perché privo dei requisiti? Viene tagliato fuori dalle politiche attive? «La nuova strategia mi sembra rivolta ai poveri, non a chi ha perso il lavoro da poco. Ma un raccordo tra RdC e Naspi non c’è, ma è necessario».
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