Versione stampabile Riduci dimensione testo Aumenta dimensione testo

Sciogliere i nodi del Sud

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 05/12/2018

In edicola In edicola Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Quando si parla di crescita il tema del Mezzogiorno è imprescindibile. Ne parla Angelo Panebianco nell’editoriale del Corriere della Sera. “Sono molti quelli che continuano a fissare il dito anziché alzare lo sguardo alla luna. Sono gli afflitti da politicismo acuto, quelli che credono che tutto si riduca a ciò che, ogni giorno, fanno e dicono Salvini, Di Maio, Conte, Grillo, Martina, Berlusconi, eccetera. Che cosa indicano gli equilibri politici nati dalle elezioni del 4 marzo scorso? Che cosa suggeriscono i tira e molla su reddito di cittadinanza, pensioni, grandi opere? Che cosa lascia intendere la decrescita economica in atto? Tutto ciò fa pensare, a parere di chi scrive, che la divisione, il divario fra il Nord e il Sud del Paese — un problema per troppo tempo rimosso — ci stia ora esplodendo in faccia. Fin quando durerà il governo giallo-verde le tensioni saranno tenute sotto controllo grazie alle normali (normalissime) lotte per la spartizione delle risorse all’interno della coalizione di maggioranza. Ma quando il governo cadrà, quando quel Sud che ha votato massicciamente 5 Stelle alle ultime elezioni, non si sentirà più rappresentato nelle posizioni di comando, allora sarà difficile trovare un punto di mediazione fra le parti di Italia che chiedono più crescita, più sviluppo e le parti che, con rassegnazione, chiedono solo ridistribuzione delle risorse esistenti. È vero: i sondaggi indicano la Lega come potenziale, irresistibile, partito pigliatutto (a scapito dei 5 Stelle ma anche di ciò che resta di Forza Italia) pure al Sud ma mi permetto di restare un po’ scettico. La ragione di fondo che induce al pessimismo è che, di sicuro, non sarà la politica nazionale (in nessuna delle sue componenti) che, autonomamente, potrà fare qualcosa di buono per il Sud. È solo dalla società meridionale che un giorno potrebbe partire un movimento capace di rimettere in moto lo sviluppo (sia pure con tutta l’attenzione del caso alle specificità della società meridionale) e di prendere finalmente le distanze da una interpretazione rancorosa del passato e del presente tuttora dominante la quale genera irresponsabilità: quella che nega i vizi della società meridionale nascondendoli dietro al risentimento e alla pretesa di «risarcimenti» da un Nord a cui si attribuisce ogni colpa per i mali del Sud. Senza un movimento di tal fatta che sorga spontaneamente (ma del quale oggi non c’è traccia) è impossibile che la classe politica nazionale sia in grado di proporre e fare scelte politiche intelligenti per il Mezzogiorno”.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
Ezio Mauro , su Repubblica, si sofferma sulle manifestazioni che sabato prossimo i due partiti di governo hanno organizzato in due piazze diverse. “Prendendosi un giorno di libera uscita, sabato i due partiti di maggioranza lasciano i palazzi del governo e vanno in piazza. Di lotta e di governo, dunque, come si diceva una volta, ma con qualche differenza in più, notevole. La tentazione della folla c’è sempre stata, sotto tutte le latitudini, e qualunque — o quasi — fosse il colore delle  maggioranze  che  governavano  il Paese, perché è una lusinga insopprimibile del potere, una scorciatoia, una rassicurazione. Soprattutto nei momenti di debolezza, di confusione e di appannamento identitario, con l’incertezza che ne deriva. Convocando la prova di forza si cerca in realtà un rilancio, o almeno una riconferma, uno specchio, qualcosa che trasformi il legittimo consenso dei vincitori — che in democrazia è sempre per definizione parziale e temporaneo — in una totalità e in una fissità. Questo avviene trasfigurando i propri seguaci in popolo (tutto oggi viene fatto in nome e per conto del popolo) come se gli altri cittadini non lo fossero e non avessero il diritto di essere ugualmente ascoltati e comunque rappresentati, quasi esistesse un popolo eletto, selezionato magari tra i follower, e pronto a trasformarsi in folla plaudente. Questa tendenza è ricorrente. C’è dunque un appello permanente alla  ribellione-emancipazione  di  un’inter-classe diffusa e sparpagliata, che non ha coscienza collettiva ma ha un’acuta sensibilità individuale: il popolo del risentimento e del rancore, quello che pensa che non gli sia stata data un’occasione, o che gli sia stato tolto qualcosa, gli sia stato fatto un torto, riducendolo a spettatore del successo altrui, alla confisca delle decisioni fuori da ogni vero meccanismo di controllo, alla gestione separata di tutto quel sapere che scorre soltanto nel circuito di privilegio dei garantiti, come una valuta di riserva di cui non si conosce il valore di cambio tra la gente comune. Come testimoniano l’ansia periodica di tornare in piazza, gli interessi distanti delle due manifestazioni, le basi sociali divaricate e difficilmente componibili. Anzi, irriducibili. Salvo che su poche cose essenziali: la ferocia nei confronti dei migranti, la privatizzazione della sicurezza, l’attacco permanente ai giornali, la polemica con  l’Europa,  l’atteggiamento  gregario contemporaneamente verso Trump e verso Putin, purché mettano in crisi la Ue e l’idea di Occidente, il bisogno perpetuo di costituirsi dei nemici e di additarli ai fedeli, dandoli in pasto al proprio ‘popolo’, come fa Salvini citando i suoi critici ad anti-testimonial della campagna per la manifestazione leghista di sabato. Sono i caratteri tipici di una politica di destra, anzi di neodestra, magari rivoluzionaria, sicuramente illiberale”.
 
Massimiliano Panarari, La Stampa
La manifestazione delle associazioni di lunedì scorso a Torino segna “la genesi della riscossa della società civile”. E’ quanto scrive Massimiliano Panarari sulla Stampa. “L’Italia è assurta a vero e proprio laboratorio dei neopopulismi postmoderni. E, in questo incubatore nazionale di formazioni politiche che stravedono per il paradigma della cosiddetta democrazia illiberale, Torino si sta qualificando come la start-up di un modello molto diverso, che rivitalizza gli istituti della democrazia rappresentativa. Ovvero, per rifarci alla titolazione delle Ogr, come un’«officina» di innovazione sociale e politica. Oltre che un fronte di battaglia, tanto da scatenare un durissimo attacco del vicepremier Salvini a Confindustria e da indurre il ministro Toninelli a giocare sull’ambiguità di un congelamento solo annunciato degli appalti per l’avvio della Torino-Lione allo scopo di lanciare un segnale al grillismo oltranzista. di farlo proprio alla vigilia dell’incontro tra gli imprenditori della città e la delegazione pentastellata di governo. Il capoluogo sabaudo, con una giunta 5 Stelle marcatamente influenzata dai movimenti No Tav, sta generando una serie di percorsi alternativi rispetto al nuovo pensiero unico populista, a partire dalla piazza Castello del 10 novembre scorso animata dalle «donne dell’Onda» e da quei settori della società civile che hanno accolto l’appello a rigettare l’ideologia decrescista e immobilista. E la strategia della delegittimazione linguistica, volta a liquidare queste ultime come «madamine», e la sala delle Ogr come una riunione di «poteri forti», non intacca di un millimetro la novità profonda a cui stiamo assistendo – a sua volta praticamente «rivoluzionaria» nel Paese dei neopopulisti arrivati a Palazzo Chigi con la promessa di una rivoluzione. Quella di un «partito del Pil», raccoltosi intorno alla piattaforma per lo sviluppo del «manifesto delle imprese» presentato alle Ogr, che è autenticamente trasversale; e, dunque, non corrisponde alla formula in stile Prima Repubblica del «partito della borghesia», ma assomiglia decisamente di più a un «patto dei produttori». Come pure la novità radicale dei corpi intermedi che, nell’età della disintermediazione e della retorica dell’orizzontalizzazione, puntano a colmare un vuoto e a incidere direttamente sull’agenda di governo. È quello che si potrebbe ribattezzare come il «contratto di Torino», costruitosi tra attori sociali e individuali differenti intorno all’idea della crescita socioeconomica come prospettiva di futuro, e che costituisce l’antitesi esatta di molti dei pilastri del «contratto per il governo del cambiamento» legastellato. Nel quale il rancore, la paura del domani, un’attesa di protezione che assume, sotto molti profili, le sembianze di una domanda di assistenzialismo e statalismo e la frustrazione espresse da tanti nostri concittadini che si sentono monadi isolate e abbandonate - il frutto avvelenato della tanto strombazzata disintermediazione neo-populista - appaiono agli antipodi della cittadinanza attiva e del capitale civico e sociale presenti nel rinnovato dinamismo degli agenti intermedi e delle organizzazioni imprenditoriali”. 
Altre sull'argomento
Rischi di recessione e sogni di boom
Rischi di recessione e sogni di boom
Di Maio prevede una crescita basata sulle autostrade digitali, ma la ...
Altro parere
Altro parere
Il timer del carnevale populista
Giustizia spettacolo a Ciampino
Giustizia spettacolo a Ciampino
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Contundente
Pubblica un commento
Per inserire un nuovo commento: Scrivi il commento e premi sul pulsante "INVIA".
Dopo l'approvazione, il messaggio sarà reso visibile all'interno del sito.