Versione stampabile Riduci dimensione testo Aumenta dimensione testo

Oggi hanno detto

Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 04/12/2018

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Armando Siri, i centri per l’impiego non sono pronti ci vuole l’Inps
«Io credo sia indispensabile restare sul merito e sui contenuti. Perché fino ad ora la manovra è stata giudicata troppo sui saldi e troppo poco sui contenuti». Lo sottolinea, Armando Siri, che oltre a essere il sottosegretario ai Trasporti è anche uno dei consiglieri economici più ascoltati di Matteo Salvini, in una intervista con Marco Cremonesi sul Corriere della Sera. L’Europa, però, una sterzata sui saldi se l’attende. A che cosa state lavorando? «I saldi possono essere rimodulati soprattutto se riusciamo a recuperare risorse dalla spesa improduttiva, ed è quello che stiamo facendo. Meno facile è basare la rimodulazione sui provvedimenti pilastro della manovra. In ogni caso, spetterà al premier Giuseppe Conte formulare la sintesi dialettica con l’Europa». Però, si discute molto del ridurre le platee degli interessati sia alla riforma delle pensioni che al reddito di cittadinanza. «Non c’è alcuna rimodulazione su quota 100. Quello che posso dire è: quota 100 si fa e troveremo la formula migliore per rispondere sia alle tante persone in legittima attesa di andare in pensione che alle esigenze di finanza publica». E sul reddito di cittadinanza? «Io mi sento di insistere sulla mia proposta che ho visto ben accolta sia dal mondo dell’impresa che dalla politica. E cioé, destinare le risorse ai beneficiari tramite la formazione aziendale. Aggiungo che in attesa della riforma dei centri per l’impiego si potrebbe coinvolgere l’Inps per incrociare beneficiari e imprese che si offrono di erogare la formazione. I centri per l’impiego al momento non sono pronti mentre l’Inps già oggi eroga il Reddito di inclusione (Rei), ha le liste degli aventi diritto». Eppure, gli industriali ieri sono stati severi. Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha detto che la manovra «non ha nulla di crescita». «Io mi chiedo che cosa sarebbe successo se non avessimo messo a disposizione 13 miliardi per chiudere con la clausola di salvaguardia e non aumentare l’Iva. Quale sarebbe oggi il quadro?». Ce lo dica lei... «Credo che le imprese e il commercio si sarebbero trovate di fronte un vero scoglio alla crescita».
 
Donatella Versace, credo nel Made in Italy continueremo a produrre qui
«La moda potrebbe essere un polo di attrazione per i giovani che cercano un futuro nel nostro Paese. La Versace creerà tanti nuovi posti di lavoro, noi produciamo tutto qui, comprese le T-shirt. Il Made in Italy è un valore importantissimo che dà prospettive di crescita enormi. Apriremo due aziende per gli accessori, come scarpe e borse, e un centinaio di negozi nel giro di un anno e mezzo». Sprizza energia da tutti i pori Donatella Versace – in una intervista con Antonella Amapane su La Stampa -, orgogliosa e soddisfatta del grande passo che ha fatto vendendo la Versace al gruppo Michael Kors, che dal 1° gennaio si chiamerà Capri Holdings, un nuovo polo del lusso che comprende anche i brand Michael Kors e Jimmy Choo. «Il cambiamento è di quelli radicali. Versace è un grande marchio iconico con una storia unica, conosciuta in tutto il mondo. Ma per restare tale anche quando io non ci sarò più aveva bisogno di investimenti. Negli ultimi due anni le cose andavano bene, non ci pensavo proprio a rivoluzionare tutto, poi mi hanno avvicinato varie persone di questi gruppi, finché è arrivato John Idol (ceo della Capri Holdings)». E che cosa l’ha convinta? «Lui mi disse: “Voglio fare un gruppo del lusso ma non ho aziende di lusso, saresti tu con Versace il brand di prestigio, non mi interessa nessun altro, sei d’accordo?”. Ma come è stata accolta la decisone in azienda? «All’inizio male perché giravano troppi pettegolezzi. Così, con Idol abbiamo organizzato una mega riunione al Cinema Odeon, anche con chi lavora in fabbrica a Novara. E abbiamo spiegato bene che tutto sarebbe cambiato in meglio. I giornali hanno scritto che Michael Kors ci aveva comprati, ma Kors, che ammiro tantissimo, non c’entra nulla, è una delle tre aziende del gruppo. Gruppo che non è americano, anche se è quotato a Wall Street. La Capri Holdings ha il suo headquarter a Londra e sede nelle British Virgin Island. Il nostro ceo interno resta l’inglese Jonathan Akeroyd. E un po’ capetto - della Versace, Jimmy Choo e Michael Kors -. lo sono pure io, perché con mia figlia Allegra e mio fratello Santo ho reinvestito nella Holdings, siamo tra i primi sei investitori».
 
Mauro Ferrari, non siamo strumenti nelle mani della politica
Perché è importante che la politica stia alla larga da medicina e scienza? «Perché le malattie, quando colpiscono, non guardano la tessera elettorale. Medicina e scienza vanno condotte nell’interesse della collettività. Non di un partito». Lo dice Mauro Ferrari, una laurea in matematica a Padova e una in ingegneria a Berkeley, a Houston dirige il Methodist Research Institute e l’Institute of Academic Medicine e in Italia dal 2015 membro del Comitato di selezione dei presidenti degli enti di ricerca, in una intervista con Elena Dusi su Repubblica. Lei è l’unico dei cinque membri del Comitato a non essersi dimesso. Perché? «Sono completamente d’accordo con i miei colleghi, nel merito. Ma resto fedele al vecchio motto dei militari: si muore sul pezzo. Se lo riterranno opportuno, mi cacceranno». Ai suoi colleghi del Consiglio Superiore di Sanità è appena accaduto. «In questo l’Italia è diversa dagli Stati Uniti. Lavoro da decenni negli Usa, ho gestito programmi federali con budget molto importanti. Dirigo uno dei principali istituti di ricerca medica degli Usa, con oltre duemila addetti, e sono vicepresidente di uno dei principali ospedali, con 25mila dipendenti. Nessuno qui mi ha mai chiesto come la penso politicamente». In Italia sì? «Diciamo che in Italia la situazione politica conta, nel fare scienza. In passato questa disciplina era considerata un santuario, da tenere al riparo dai partiti. Ora non più, e ritengo che la responsabilità sia della destra come della sinistra. D’altra parte la situazione sta peggiorando anche negli Stati Uniti». Le dimissioni dei suoi colleghi sono un segnale grave. «Ripeto: condivido il loro disagio, sottoscrivo le parole della loro lettera e ribadisco che così le cose non vanno affatto bene: la scienza deve essere al servizio esclusivo del paese. Semplicemente, io trovo che le dimissioni non siano lo strumento giusto. Bisogna proseguire con spirito di servizio anche quando la strada si fa impervia».
 
Altre sull'argomento
Oggi hanno detto
Oggi hanno detto
Interviste da non perdere
Oggi hanno detto
Oggi hanno detto
Interviste da non perdere
Oggi hanno detto
Oggi hanno detto
Interviste da non perdere
 Ponti: Per noi la Tav va fatta ma decisione spetta a politici
Ponti: Per noi la Tav va fatta ma decisione spetta a politici
Marco Imarisio, Corriere della Sera, 11 gennaio
Pubblica un commento
Per inserire un nuovo commento: Scrivi il commento e premi sul pulsante "INVIA".
Dopo l'approvazione, il messaggio sarà reso visibile all'interno del sito.