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Ravasi: noi cattolici, minoranza in Occidente

Gian Guido Vecchi, Corriere della Sera, 29 novembre

Redazione InPi¨ 30/11/2018

Gianfranco Ravasi Gianfranco Ravasi «Ricorda quella frase del Diario di Søren Kierkegaard? “La nave è in mano al cuoco di bordo. E ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta ma ciò che mangeremo domani”». Così il cardinale Gianfranco Ravasi, grande biblista nonché «ministro» della Cultura vaticano, sintetizza a Gian Guido Vecchi, che lo ha intervistato per il Corriere della Sera, lo spirito dei tempi che viviamo. «In Occidente, anche in Italia – spiega -, noi cattolici e in generale noi credenti dobbiamo essere consapevoli che siamo una minoranza. Molti ecclesiastici lo rifiutano, quando lo dici ti fermano. Vivono come se ancora fossimo in quei paesi dove la domenica mattina suonavano le campane e la gente accorreva a messa». E invece, eminenza? «Prevale l’indifferenza, l’irrilevanza del fenomeno religioso. È il problema del secolarismo, o della secolarizzazione. Non è un rigetto del sacro o del trascendente, un rifiuto aggressivo: gli atei conclamati ormai sono ben pochi. Piuttosto è una forma di apatia religiosa. Che Dio esista o meno, è lo stesso. E questo comporta la caduta di un sistema etico: i valori sono autoprodotti. Una filosofa americana, Sandra Harding, dice che il concetto di verità e di morale è come l’atto del ragno che elabora la ragnatela: la ricava da se stesso. Il ragno vicino ne fa un’altra. È l’effetto del secolarismo, che va distinto dalla secolarità». Che cos’è la secolarità? «È un valore squisitamente cristiano, a Cesare e a Dio... In altre culture abbiamo teocrazie e ierocrazie, ma non è la visione cristiana: noi non vogliamo fare di tutte le piazze piazza San Pietro. Secolarità è riconoscimento della distinzione tra fede e pólis, non della separatezza. La Chiesa ha diritto di intervenire sulle leggi non in modo diretto, ma se violassero la libertà e la dignità della persona, la solidarietà… La reazione secolarista nega anche questo». Il vescovo di Bilbao, raccontava, le diceva che i nuovi battesimi erano scesi al 38 per cento, e in Italia? «Non saprei, ma non è questo il punto. Al di là di ciò che potrebbe dire un censimento di chi si dice cristiano, in realtà cosa sono? Quali opzioni fanno? Tempo fa scrissi su Twitter una frase di Gesù, “Ero straniero e non mi avete accolto”, non le dico le reazioni! Tanti non avevano neanche capito che citavo il Vangelo, Matteo 25,43». E allora come si fa? «Ci sono due strade fondamentali. La prima è ridursi a dire il minimo assoluto, religioso e morale. Riconoscere la tendenza al soggettivismo e concedere quasi tutto, come fanno molte chiese protestanti: meglio il minimo che il vuoto. Non sono d’accordo. La presenza dei credenti, anche se minima, dev’essere un urlo, non un sussurro». La seconda strada? «Sì: conservare il nucleo, il kèrygma della fede, le grandi parole ultime: il Decalogo, il Discorso della Montagna, la verità, la vita e la morte… Fare come San Paolo nell’Areopago di Atene, pur sapendo che è possibile anche il fallimento. La sconfitta e il rifiuto sono parte della dinamica dell’annuncio». Il Vangelo «sine glossa»? «Sì. Ma per far capire la forza, la radicalità evangelica delle Beatitudini, non basta limitarsi a leggerle: devo spiegare in un linguaggio che le attualizzi. San Paolo lo aveva capito, ha preso il nucleo cristiano, il kèrygma, e lo ha trascritto in un linguaggio che non era più quello giudaico di Gesù: il greco di San Paolo era l’inglese, il digitale di allora». Un esempio oggi? «Guardi Papa Francesco. Ci sono tre elementi che usa spontaneamente. Uno è la paratassi, la frase breve. Se vuoi farti capire, poi, devi ricorrere al simbolo come fa Gesù, le parabole, il racconto: le periferie, l’odore delle pecore... Infine, in un mondo dominato dal virtuale, ritornare al corpo, alla presenza: il tema della misericordia per declinare la categoria di amore». Ha avuto successo tra i conservatori «L’opzione Benedetto» di Rod Dreher, che suggerisce di ritirarsi come nei monasteri medievali… «Siamo in un periodo per certi versi drammatico, è scoraggiante, lo capisco. Ma chiudersi in un’oasi protetta non è cristiano, non è monastico e non è benedettino. “Quello che ascoltate all’orecchio, voi annunciatelo dalle terrazze”. Il monachesimo ha salvato ed elaborato la cultura classica, gestito l’economia, costruito città». E le chiese dismesse? «Una chiesa deve continuare ad essere non solo sacra, ma santa, cioè frequentata. Sante sono le persone. Nell’Antico Testamento il Tempio è ’ohel mo’ed, la “tenda dell’incontro”: con Dio ma anche tra gli uomini. Se non è più santo, se non ha gente, un tempio può essere desacralizzato ma non dissacrato: farne una pizzeria è blasfemo. Va bene un museo, per dire, o un luogo di incontro su temi e valori anche laici».
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