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Il carbone di Lenin

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 10/10/2018

Il carbone di Lenin Il carbone di Lenin Federico Fubini, Corriere della Sera
Federico Fubini sul Corriere della Sera parte da una considerazione fatta nel 1920 da Lenin, secondo il quale l’Italia non avrebbe potuto fare la rivoluzione perché, non avendo carbone, si sarebbe trovata tagliata fuori dagli scambi con le altre potenze dell’epoca e incapace di sostenersi da sola. In sostanza, il pericolo di restare senza materie prime avrebbe impedito all’Italia di sovvertire l’ordine economico esistente, per quanto detestabile esso fosse. “Inutile dire – argomenta Fubini - che il carbone di un secolo più tardi sono i flussi finanziari internazionali, senza i quali l’Italia corre una versione moderna dei rischi descritti da Lenin. Ed è un’ironia che il rivoluzionario più fanatico della storia dovesse ricordare agli italiani lo stesso principio di realtà che oggi è l’Unione europea a rappresentare: quali che siano gli orientamenti della massa dei disoccupati e di coloro che si sentono defraudati del futuro, non c’è alternativa. Gli elettori possono votare chi vogliono e su Facebook può diventare virale qualunque troll. Ma alla fine un Paese senza carbone dovrà comunque fare più o meno ciò che serve perché il resto del mondo se ne fidi abbastanza da non isolarlo, soffocandolo. Ci è passata la Grecia, dove la rivolta politica di Alexis Tsipras è finita con il blocco dei conti bancari e la capitolazione alle richieste europee. Non è chiaro se ci passerà l’Italia, dove la rivoluzione equivale a un «reddito di cittadinanza» per l’8% degli abitanti oggi in povertà assoluta e al progetto di vivere per trent’anni con una pensione piena”.
 
Alberto Mingardi, La Stampa
Davvero conviene ai «sovranisti» europeizzare la lotta politica? E’ la domanda che si pone Alberto Mingardi sulla Stampa. “Di Maio e Salvini traguardano il rinnovo dell’Europarlamento come un momento decisivo, intrecciano alleanze, imbastiscono la narrazione di una competizione sul futuro dell’Europa. Il problema - sostiene Mingardi - è che nello stesso tempo il loro obiettivo è conquistare la libertà di spendere soldi degli altri, il che presuppone che gli altri stiano al gioco. I nazionalisti attaccano l’Ue perché essa sarebbe un cartello di classi dirigenti prive di autentica legittimazione popolare, quindi l’obiettivo dovrebbe essere quello di sfilarsi al più presto. Ma per poter scegliere eventualmente di far da soli, bisogna essere in condizione di non dipendere dalla beneficenza altrui. La politica economica del governo Lega-M5s si appoggia invece all’idea che gli altri Stati europei non solo tollereranno, ma in qualche modo finanzieranno le promesse elettorali dei due partiti”. Secondo Mingardi, “chi ci governa scommette che l’Italia sia «too big to fail»: avendo il crac costi troppo elevati per tutti, gli altri saranno chiamati a farsene carico. Ma con quali strumenti? L’accesso al fondo salva-Stati richiede l’adesione a un programma di risanamento, o quanto meno l’impegno a rispettare le regole europee. Il contrario di quanto il governo promette ai suoi elettori”. Oppure “il programma Omt della Bce (che prevede l’acquisto di titoli di un Paese in difficoltà) potrebbe essere usato a vantaggio delle istituzioni finanziarie colpite dal crac italiano, ma in quei Paesi che adempiono alle regole Ue. Ecco perché potremmo rimanere col cerino in mano. Delle due l’una: ci si può preparare a sfidare l’Europa, o si possono sfidare i mercati. Il primo passo verso la vittoria, per qualsiasi «capitano», è spesso scegliere bene i propri nemici”.
 
Fabio Tamburini, Il Sole 24 Ore
Il direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, torna a chiedere al governo di nominare immediatamente il presidente della Consob. “Repetita iuvant. Martedì 2 ottobre – ricorda Tamburini - abbiamo denunciato il fatto che in un momento delicato della vita politica del Paese e con i mercati che oscillano clamorosamente la Consob, l’organismo di vigilanza, è senza presidente. Mario Nava si è dimesso dall’incarico il 13 settembre scorso, dopo che Lega e il M5s, i due partiti di Governo, sono intervenuti con estrema decisione rendendo evidente la fine del mandato fiduciario. C’erano le premesse per la nomina immediata del successore. Così però non è stato. E la commissione resta senza guida durante lo scontro sulla manovra che si presta a scatenare speculazioni di ogni genere. I mercati sono sull’ottovolante ed è naturale che ci sia chi coglie l’attimo per trarne vantaggi. Meno naturale è che la nomina del presidente della Consob resti un oggetto dei desideri. Nel frattempo si affastellano le candidature all’incarico, comprese quelle dei commissari attuali, a partire dal presidente facente funzione, Anna Genovese, il cui voto attualmente vale doppio in una commissione composta soltanto da quattro componenti contro i cinque previsti. Peccato, perché il vice premier Luigi Di Maio lo aveva promesso un minuto dopo l’addio di Nava. «Faremo molto presto», disse, aggiungendo che sarebbe stato nominato «un servitore dello Stato e non della finanza internazionale». Restiamo in attesa e, francamente, speriamo di non aspettare ancora troppo tempo”.
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