Versione stampabile Riduci dimensione testo Aumenta dimensione testo

Altro parere

Mai offendere i poveri

Redazione InPi¨ 09/10/2018

Altro parere Altro parere Luigino Bruni, Avvenire
Nel dibattito sul reddito di cittadinanza e più in generale su povertà e disuguaglianze c’è un rischio che non si dovrebbe correre mai: quello di offendere i poveri. Lo scrive Luigino Bruni su Avvenire. "La teoria della povertà di Amartya Sen si basa su un assioma fondamentale, una sorta di pietra angolare del suo edificio scientifico: la povertà è l’impossibilità che ha una persona di poter svolgere la vita che amerebbe vivere. La povertà è dunque una carestia di libertà effettiva, perché la mancanza di quelle che lui chiama capabilities (capacità di fare e di essere) diventa un ostacolo spesso insuperabile per fare la vita che vorremmo fare. E una delle capacità fondamentali consiste, per Sen, nel poter uscire in pubblico senza vergognarsi (di sé e dei giocattoli dei propri bambini). Una delle idee economico-sociali più rivoluzionarie e umanistiche dell’ultimo secolo. Il primo messaggio, serio e preoccupante, di questa visione competente della povertà riguarda la difficoltà di aumentare le libertà con il denaro. Alcuni, in genere la maggior parte, di questi ostacoli sono infatti conseguenza della mancanza non di reddito, ma di capabilities, che sono una sorta di bene capitale (stock), una assenza che si è creata negli anni, spesso già dall’infanzia. È l’assenza di capitali che genera anche la mancanza di reddito, che è solo un effetto. Questi beni capitali sono istruzione, salute, famiglia, comunità, talenti lavorativi, reti sociali, che per essere ‘curati’ richiederebbero interventi strutturali, in ‘conto capitale’, e quindi molto tempo, volontà politica e un coinvolgimento serio della società civile. Se quindi le persone non useranno il reddito che giungerà dal Governo per rafforzare o creare alcuni di questi capitali, quei soldi non ridurranno la povertà, perché le persone resteranno povere con un po’ di consumi in più. E il primo bene capitale da cui una persona può ricominciare si chiama ancora con un antico, bellissimo, nome: lavoro. Ma c’è anche un secondo messaggio. Se questi 780 euro (al massimo) non diventeranno anche una maggiore libertà di comprare libri, giornali, di fare festa, un viaggio, di comprare un giocattolo bello per un bambino, un braccialetto più carino per la fidanzata, una cena esagerata con gli amici più cari per dire che finalmente stiamo cambiando vita, e che abbiamo ricominciato a sperare..., quei redditi non ridurranno nessuna povertà, o ne ridurranno gli aspetti meno importanti. Tutti sappiamo, o dovremmo sapere, che per la stessa natura ‘capitale’ di molte forme di povertà, il rischio che i soldi del reddito di cittadinanza finiscano in luoghi sbagliati è molto alto; e per questa ragione dobbiamo fare di tutto per eliminare e ridurre alcuni di questi luoghi sbagliati (in primis l’azzardo, dove il governo ha ben iniziato e deve andare fino in fondo togliendo le slot machine dai bar e tabacchi, e riducendo drasticamente i gratta-e-vinci che ormai si trovano ovunque). Ma se è vero che la povertà è mancanza di libertà, allora non offendiamo la libertà con liste di ‘beni primari’ scritte a tavolino, o con controllori che dovrebbero dirci se un libro o un giocattolo sono troppo costosi perché un ‘povero’ se li possa permettere. Il primo ‘reddito’ di cui i molti poveri del nostro Paese hanno bisogno è un segnale di fiducia e di dignità. Di sentirsi dire che sono poveri ma prima sono persone adulte, e possono decidere, anche loro, se è più primario un vestito o un regalo per chi amano”.
 
Mattia Feltri, La Stampa
Le difficoltà dell’opposizione in Italia è il riflesso di una povertà non solo di idee ma anche culturale. Ne scrive Mattia Feltri nel suo Buongiorno sulla Stampa. “Come siamo messi? Bene, molto bene. Silvio Berlusconi è andato a festeggiare il compleanno di Vladimir Putin e ha fatto la battuta: «Il Mar nero non è nero, ma azzurro». In compenso il centrodestra non è più azzurro ma tendente al nero: dalla rivoluzione liberale si passa alla democrazia illiberale. Come siamo messi? Alla grande. Il centrosinistra compatto chiede le dimissioni di Matteo Salvini perché ha fatto sue la parole ostili al sindaco di Riace di un sospetto prestanome della ’ndrangheta. Sarà un successo pari alla richiesta di dimissioni avanzata a Borghi, Casalino, Appendino, Raggi, Toninelli, Crimi, Foa e a un altro paio di dozzine di capibastone al governo. Nel frattempo, con incursioni individuali, il Pd brucia d’indignazione con Di Maio per l’uso di una Jacuzzi in Cina (si dimetta!) e col premier Conte per un concorso universitario un po’ opaco (si dimetta!). Insomma, l’opposizione ha i suoi orizzonti. Come siamo messi? Una meraviglia, e andrà sempre meglio. Dario Corallo (di cui colpevolmente si ignorava l’esistenza) è un trentenne membro della segreteria dei giovani democratici e già collaborato- re di Maurizio Martina. Ora s’è pentito e si candida alla guida del partito contro «i dirigenti e i loro lacchè». Serve «un azzeramento... basta con la cooptazione clientelare... basta con i notabili delle tessere... basta con questo spettacolo ridicolo di dirigenti fallimentari... uniamoci per un partito diverso da questa topaia». I casi sono due, o Beppe Grillo è il nuovo stratega occulto del Pd o la celebre egemonia culturale è passata di mano”.
Altre sull'argomento
Salvini e Di Maio non modificano la manovra
Salvini e Di Maio non modificano la manovra
La lettera a Bruxelles senza aperture in extremis
Altro parere
Altro parere
Torino e la bandiera che manca
Contundente
Contundente
Pensione
Il dilemma di Salvini o di Di Maio?
Il dilemma di Salvini o di Di Maio?
Il leader leghista pu˛ dormire sonni tranquilli
Pubblica un commento
Per inserire un nuovo commento: Scrivi il commento e premi sul pulsante "INVIA".
Dopo l'approvazione, il messaggio sarà reso visibile all'interno del sito.