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L'azzardo che temono i moderati

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 09/10/2018

In edicola In edicola Maurizio Ferrera, Corriere della Sera
Dietro i rialzi dello spread c’è il timore dell’azzardo italiano che non riguarda solo i mercati ma anche i cosiddetti elettori moderati. Lo scrive Maurizio Ferrera in un editoriale sul Corriere della Sera. “L’aumento dello spread sui titoli di stato italiani non dipende da un complotto ma da legittime e comprensibili preoccupazioni nei confronti di ciò che sta accadendo in Italia. Per convincersene basta dare un’occhiata ai mezzi d’informazione internazionali. Le misure, i progetti, le dichiarazioni del nuovo governo giallo-verde sono considerate come primo «assaggio» di una trasformazione politica — il sovranismo al governo — che potrebbe in futuro interessare altri Paesi europei e forse la stessa Unione. Dopo la Germania e la Francia, siamo il terzo Paese per peso politico, abbiamo la seconda manifattura d’Europa, condividiamo moneta e mercato con altri 19 Paesi membri. E ci stupiamo se gli altri ci osservano e ci giudicano? I timori non provengono solo dal cosiddetto establishment, i «poteri forti». Ad essere perplessi e inquieti sono anche gli elettori moderati, quelli che si collocano fra il centro- destra e il centrosinistra e che desiderano il cambiamento ma in forme ordinate e prevedibili. E che ancora credono nel progetto europeo, anche se magari non condividono tutte le politiche Ue. Un recente rapporto del Pew Research Center segnala che questi elettori costituiscono ancora la maggioranza nei principali Paesi: Germania (68%), Francia (53%), Spagna (51%), Olanda (72%), Svezia (80%). In Italia la percentuale è al 47% e può darsi che sia recentemente diminuita. Ma stiamo in ogni modo parlando di una quota consi- stente di elettori, che molto probabilmente condividono i dubbi e i timori di tutti i moderati europei in merito allo scenario che si è aperto con la formazione del governo Di Maio-Salvini. La situazione italiana preoccupa per due motivi. Innanzitutto per gli sviluppi economici interni: debito, deficit e soprattutto i contenuti della manovra. La seconda preoccupazione riguarda l’Europa. Che cosa si propone esattamente il primo governo sovranista Ue su questo fronte? Sinora gli unici segnali sono stati di tipo esclusivamente negativo. Vista dall’esterno, l’Italia rischia di diventare un focolaio di instabilità economica e politica da cui dipende in larga parte il destino di tutto il continente. La lunga crisi ha avuto da noi dei costi sociali particolarmente elevati, il desiderio di cambiare è comprensibile. I salti nel buio sono però molto rischiosi. L’unica inquietante certezza è che non si sa dove finiremo”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Matteo Salvini sta giocando una complicata partita europea in bilico tra Le Pen e la Baviera. E’ l’analisi politica di Stefano Folli sulla Repubblica. “Fino all'anno scorso era Salvini, il neo-nazionalista, a cercare una foto con Marine Le Pen, leader riconosciuta della destra europea. Tuttavia le cose sono cambiate in fretta. Ora è la signora che si precipita a Roma per farsi ritrarre con il capo della Lega, l'uomo che - stando ai sondaggi - avrebbe raddoppiato i consensi in sei mesi: dal 17 al 34 per cento. La differenza tra i due è che Salvini governa in Italia, mentre Marine non governerà in Francia per via di un sistema elettorale concepito per tagliar fuori le ali estreme. Salvo clamorose svolte storiche, s'intende. In ogni caso oggi la partita non si gioca a Parigi o a Roma, bensì con gli occhi rivolti a Bruxelles. Si tratta dello sforzo - ormai evidente da quando è nato il governo giallo-verde - di ribaltare gli equilibri politici dell'Unione europea per affermare un'idea d'Europa diversa, benché fino a oggi abbastanza imprecisata. Il progetto politico va preso molto sul serio e non solo perché ieri Salvini e Marine Le Pen hanno avuto il loro incontro a favore di telecamere. La costellazione dei partiti cosiddetti ‘sovranisti’ è ormai estesa a quasi tutti i paesi che si apprestano a inviare i loro rappresentanti al Parlamento europeo. Nel voto di maggio non saranno in grado, tutti insieme, di essere maggioranza. Ma una notevole avanzata nel suffragio popolare e di conseguenza nei seggi è alla loro portata: il che è sufficiente per condizionare la nuova Commissione e la nuova assemblea. Se avesse ragione Paolo Savona - secondo cui la vecchia Europa «sta andando contro un iceberg» e continua a usare il pilota automatico - vorrebbe dire che le classi dirigenti e gli "establishment" su cui si sono fondati gli assetti dell'eurozona si stanno dissolvendo. In tal caso non è detto che il fronte comune da Macron a Tsipras, da tanti auspicato, costituisca la salvezza. Vedremo. Quel che è certo, anche nel campo ‘sovranista’ i problemi non mancano. Nello stesso colloquio Salvini-Le Pen non tutto torna. La scommessa di Salvini è sempre la stessa: obbligare tra qualche mese il Ppe a spostarsi a destra per sancire un asse di legislatura con i ‘sovranisti’ nel prossimo Parlamento dell'Europa (che sarà assai meno Unione). A quel punto si parlerà di quali contenuti dare all'accordo. È senza dubbio un piano temerario. Per riuscire ha bisogno di varie circostanze favorevoli. Ma di una in particolare: che i mercati, gli spread e le agenzie di "rating" non affossino l'Italia prima del voto europeo”.
 
Michele Valensise, La Stampa
L’esito del primo turno alle presidenziali brasiliane è il segno delle “novità che il Brasile reclama”. Lo scrive Michele Valensise sulla Stampa. “Uno schiaffo alla politica tradizionale. L’ex-capitano dell’esercito Jair Bolsonaro, candidato dell’estrema destra, fa il pieno di voti (46%) e sfiora la vittoria al primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile. Piovono consensi in quasi tutto il Paese, in particolare negli Stati del Sud industriale e avanzato, su un politico più che controverso per la sua retorica reazionaria e le posizioni a volte nostalgiche del regime militare. Ma vince soprattutto la voglia di cambiamento e la sfiducia verso i volti noti della politica, in un’elezione pacifica dopo l’attentato a Bolsonaro a settembre, pur se restano incognite inquietanti. La lunga crisi economica del Brasile e il rigetto della gente comune per la corruzione capillare nella politica e nelle imprese sono stati un formidabile terreno di coltura della protesta, intercettata senza scrupoli dall’ex-militare e dai suoi sponsor in crescita progressiva. al primo turno elettorale escono malconci non solo protagonisti storici come Rousseff, Sarney o Skaf, ma anche partiti alternatisi al potere negli ultimi anni a Brasilia e negli Stati della Federazione. La tendenza è generale, riguarda l’intero spettro politico, gli eredi di Ferdinando Henrique Cardoso, come quelli di Michel Temer e di Lula. Il grafico colorato che illustra le variazioni di voto tra le presidenziali del 2014 e quelle di domenica è impietoso. La grande fascia rossa dei consensi per la sinistra di quattro anni fa si restringe oggi al solo Nord- Est, roccaforte di Lula, originario del Pernambuco e ancora popolare in quelle aree poco favorite per le sue politiche sociali di successo. L’ex-presidente operaio, che vive con dignità la reclusione per la condanna per corruzione, ha fatto valere la sua popolarità, ma contro di lui e il suo delfino Fernando Haddad ha giocato il fattore «voto-contro» (rejeição), rilevante in Brasile. Più che invaghiti di Bolsonaro, molti brasiliani sono delusi dal passato. Per Bolsonaro, le cui idee in materia economica o in politica estera sono tutt’altro che chiare, potrebbero così aprirsi le porte del Planalto, con una polarizzazione del Paese e della sua società poco avvezza alle contrapposizioni frontali. In ogni caso, la domanda di rinnovamento dovrà essere tenuta in serio conto da chiunque avrà responsabilità di governo. Anche per verificare se in Brasile, e in Sud America, tra la tragedia del Venezuela e la promessa di Bolsonaro di «prosperità, libertà e famiglia, dalla parte di Dio» non vi siano opzioni migliori”. 
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