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Altro parere

Un invito a evitare altri guai

Redazione InPi¨ 14/09/2018

Altro parere Altro parere Stefano Lepri, La Stampa
L’abilità di Mario Draghi è di riuscire a dire cose estremamente incisive senza uscire dai limiti imposti alla Bce dai trattati europei. Ossia anche, per dirla all’italiana, senza fare politica. Così è stato anche questa volta, con grande dominio del linguaggio. Il suo messaggio all’Italia è un invito a non mettersi nei guai perché resterebbe isolata. Stefano Lepri commenta su La Stampa l’intervento del Presidente della Bce, Mario Draghi dopo la riunione del Consiglio direttivo della banca centrale. In Germania l’attuale presidente della Bce – ricorda Lepri - è di continuo accusato (dalla stampa populista e dalla lobby bancaria, soprattutto) di essere troppo tenero verso il suo Paese di origine. Il primo ammonimento di Draghi è che i paroloni fanno danno. Ossia anche se alla fine prevarranno le posizioni responsabili del presidente del Consiglio, del ministro dell’Economia e del ministro degli Esteri, le impennate retoriche di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini lasciano un costo aggiuntivo a carico degli italiani di cui occorrerà tempo per liberarsi. Si tratta appunto dello «spread», il maggior interesse necessario a piazzare i titoli di Stato italiani. Un danno è già compiuto. Anche se gli obiettivi saranno quelli proposti da Giovanni Tria, è probabile che lo «spread» non rientri nella normalità finché la manovra non sarà trasformata in legge dal Parlamento, ossia in dicembre. Ma a ben guardare le parole più significative del presidente della Bce sono altre. Se «non c’è contagio», ovvero i mercati considerano l’Italia un caso a sé nella zona euro, è vano sperare che in caso di contrasto con le autorità europee altri Paesi deboli premano per aiutarla temendo ripercussioni su di sé. Più deficit pubblico in Italia implicherebbe maggior costo del denaro per tutti. Forse il governo populista «abbaia molto e morde poco» (titolo del Financial Times), tuttavia le spacconate hanno già reso più debole l’Italia. A chi governando con il deficit vorrebbe tornare agli Anni 80, Mario Draghi può ricordare come finì: era direttore generale del Tesoro nell’ottobre 1992, quando per qualche giorno prima dell’asta Bot temette di non poter pagare gli stipendi agli statali il 27.
 
Francesco Riccardi, Avvenire
La legge di bilancio che si va delineando in questi giorni sarà la partita decisiva non solo per il "governo del cambiamento", che su questa si gioca buona parte del rapporto di fiducia con i propri elettori, ma per tutto il Paese che, in caso di fallimento, rischia oltre a turbolenze sui titoli pubblici soprattutto di vedere sfumare i benefici della ripresa economica che abbiamo appena "assaggiato" negli ultimi anni. Lo scrive Francesco Riccardi, in un editoriale su Avvenire, sottolineando che la prossima manovra sia positiva, utile e quanto più possibile equa è dunque interesse di tutti. Ecco allora tre modesti "consigli per gli acquisti" o meglio per "la spesa”. Il primo "consiglio" riguarda il fisco. Il progetto di Flat tax, al di là dei presunti effetti propulsivi sui consumi e lo sviluppo, sconta il difetto sostanziale di avvantaggiare in maniera notevole i redditi più alti rispetto a quelli medi e bassi, che rischiano anzi di essere penalizzati per il gioco delle detrazioni che dovrebbero essere cancellate. Anziché limare in maniera indiscriminata la prima aliquota una soluzione migliore sarebbe avviare quella che potremmo chiamare la "Family flat tax". Incrementando e differenziando in maniera significativa la no tax area (la porzione di reddito per la quale non si pagano imposte) in base al numero dei figli e dei familiari a carico. La seconda promessa che il governo vorrebbe onorare è quella sulle pensioni. Meglio "tenere alti" i tetti e se le condizioni lo permetteranno limare progressivamente in futuro. Infine, ma non ultimo, il Reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle. Per arrivare a meta, però, la squadra guidata dal vicepremier Luigi Di Maio deve saper costruire a partire dalla porzione di campo già conquistata dal precedente governo con il Reddito di inclusione. Due miliardi di euro di posta aggiuntiva nella manovra sarebbero perciò sufficienti a raggiungere tutti i nuclei in condizioni di bisogno e con 4 o meglio 5 miliardi si arriverebbe a raddoppiare anche l’importo previsto finora.
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