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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 13/09/2018

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Sargentini: Voto storico a favore dello stato di diritto
Quella su Orbàn è «è stata una votazione storica a favore dello stato di diritto». Judith Sargentini, olandese europarlamentare verde, portabandiera dell’azione contro il premier ungherese ribadisce il suo pensiero intervistato da Alberto D’Argenio per la Repubblica e ricorda che «il governo di Orbán ha minato i valori europei attaccando l’indipendenza dei media, dei giudici e del mondo accademico. E le persone vicine al potere, i loro amici e familiari si sono arricchiti a spese di ungheresi ed europei». Ora che cosa succederà? «Il risultato del voto è stato comunicato al Consiglio e vorrei essere invitata al summit dei capi di Stato e di governo quanto prima per presentare il mio report. Spero avvenga presto. Mi conforta che Sebastian Kurz, presidente di turno del Consiglio, abbia detto di sostenere i deputati che avrebbero votato per l’articolo 7». Che tempi ci sono perché i governi si muovano? «È impossibile che il Consiglio sia chiamato a votare sull’attivazione dell’articolo 7 già a ottobre perché deve fare un’indagine propria. Spero però che non siano lenti come con la Polonia. Auspico che il dossier sia trattato prima delle Europee per far capire che il dibattito sullo stato di diritto e la democrazia coinvolge anche i leader. Sarebbe un bel segnale». Orbán la accusa di processare il popolo ungherese. «Sono felice che l’Ungheria sia nell’Unione e voglio che torni una democrazia vera che rispetta lo stato di diritto e i valori fondamentali. Gli ungheresi meritano di meglio. Visto che il governo non cambierà le sue leggi, è necessario che il Consiglio intervenga». Per coerenza il Ppe dovrebbe espellere Orbàn? «Questo non sta a me dirlo».
 
Toti: M5S ha piano confuso e centralista sulla Liguria
Il decreto sulla Liguria che il governo ha dato per imminente non piace al Governatore, Giovanni Toti. E in un’intervista a Marco Immarisio per il Corriere della Sera spiega perché: «Mi sembra una presa in giro. I nostri uffici tecnici hanno lavorato per fornire materiale utile al decreto. Il risultato finale, se davvero sarà questo, mi sembra molto diverso dal risultato che tutti, a cominciare dal governo, vogliamo raggiungere». Il decreto non è comunque un passo in avanti? «A me sembra un modo per restare fermi. Sulla ricostruzione non c’è nulla che diradi la nebbia in cui ci troviamo. Non ci sono aiuti, indicazioni o disposizioni particolari. Non fa neanche danni, ma solo perché non c’è niente». E di quel che c’è, cosa non le piace? «Nel merito, mi sembra francamente un insieme molto confuso. Ma sono certo che nelle prossime ore potrà esse- re raffinato. Non è prevista alcuna intesa sul nome del commissario, né sulle modalità per la ricostruzione». Non sono stati già previsti 30 milioni di stanziamento immediato? «A oggi non si è ancora visto un centesimo. Per ora ci stiamo pensando noi, Regione e Comune». La sua presenza rappresenta un ostacolo? «Spero piuttosto di essere considerato una risorsa, visto che mi hanno eletto i cittadini liguri. Parliamoci chiaro: nessuno aspira ad avere un ruolo in questa tragedia, perché è una cosa che richiede molto impegno e dolore. Ma è toccata a noi. E su questi temi il governo deve dialogare con gli enti locali. Lo dice la Costituzione. Questo è un principio della democrazia. Che a qualcuno risulta ostico». A chi in particolare? «Spero che nessuno immagini di usare questo decreto per un commissariamento a 5 Stelle della Regione Liguria».
 
Minniti: Senza un vero leader la sinistra non ha futuro
«Altro che programma. L’opposizione dev’essere incarnata da un leader». Lo riferisce Marco Minniti in un’intervista di Goffredo De Marchis per la Repubblica, nella quale chiarisce che tale leader non può e non vuole essere lui. La sua è l’analisi di un politico «che non ha nemmeno un fedelissimo in Parlamento», che non muove truppe, che non ha correnti. Alle Feste dell’Unità in giro per l’Italia si è guadagnato molti applausi dai militanti. Forse hanno riconosciuto in lui il protagonista di un’azione di contrasto agli sbarchi diversa da quello del successore al Viminale, Matteo Salvini. E l’immigrazione è stato certamente il tema forte di agosto. Quindi il gradimento potrebbe essere legato a una congiuntura. Lui non lo nega. «È probabile sia cosi». Tutto nasce da un discorso sul capo politico. «Salvini — dice Minniti — con le sue idee perverse lo è. Dico di più: è il capo politico di un partito leninista. Nel suo mondo non si leva mai una voce contraria, non esiste il dissenso». Ma anche la sinistra, a suo modo, non può sfuggire a questa regola che è del mondo di oggi e anche di ieri. «La connessione sentimentale con il popolo la può realizzare solo un leader. Serve a ben poco discutere del programma, distinguersi sullo 0,2 del deficit, proporre un aumento del reddito di inclusione per ribattere al reddito di cittadinanza». Se serve, comunque non è fondamentale. «Perché il programma non crea la connessione con la gente. Quella la può creare soltanto una persona, un capo». Quando gli chiedi se allora potrebbe correre per le primarie, risponde: «Non ci penso nemmeno». Alla domanda su chi voterà al congresso ribatte: «Quando si farà vedrò i candidati. Sarò molto attento a cogliere le varie sensibilità. Io non ho corrente, non posso dire “devo sentire i miei” perché i miei non esistono. Decido da solo». Il Pd e la sinistra in generale però hanno bisogno di un leader. Questa è la sua certezza. Sembra di capire che occorra al fondo l’uomo solo al comando anche se adesso, dopo la stagione renziana e le sconfitte, va di moda dire: basta con il capitano solitario. 
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