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Un primo segnale

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 12/09/2018

In edicola In edicola Massimo Franco, Corriere della Sera
Il Corriere della Sera, con Massimo Franco commenta il voto del Parlamento Ue che condanna la politica anti immigrati del premier ungherese Orbàn e il voto sul diritto d’autore definendoli “un primo segnale”. “Il voto col quale ieri è stato dato l’altolà al premier ungherese Viktor Orbán sui diritti umani e ai «poteri forti» di Internet sul copyright, proviene dal Parlamento europeo eletto dai popoli del Vecchio continente. Mostra un’Unione finora sulla difensiva, decisa a riprendere voce e a rivendicare i propri valori contro la violazione dello Stato di diritto. E segna, di fatto, l’inizio della campagna per le Europee del maggio prossimo, con una sfida ferma all’estremismo nazionalista e alla nebulosa populista. Era necessaria una maggioranza di due terzi dei deputati, e è stata raggiunta. Movimento Cinque Stelle e Lega hanno assunto posizioni opposte. A favore di Orbán il partito di Matteo Salvini, con la stampella subalterna di Forza Italia che pure in passato ha sempre rivendicato un’identità politica liberale; con la maggioranza vincente, invece, il movimento di Luigi Di Maio. Ma i due contraenti del governo italiano si sono ritrovati in tema di copyright, al contrario di FI. Entrambi hanno difeso le multinazionali digitali contro la decisione del Parla- mento europeo di proteggere su Internet il diritto d’autore; e insieme sono stati battuti. Si tratta di uno scontro non solo simbolico. Nella durezza e nella compattezza della reazione europea si indovina in primo luogo un istinto di sopravvivenza delle forze tradizionali. Viene smentita e archiviata quella «strategia dell’addomesticamento» emersa ultimamente soprattutto nel Ppe per arginare l’ascesa dei partiti «sovranisti». Sotto questo aspetto, l’ostracismo nei confronti di Orbán è un messaggio inequivocabile mandato anche ad alcuni popolari europei, e non solo, per prevenire simili tentazioni. Le ricadute italiane andranno misurate nel tempo. Per la strategia di una Lega in ascesa sull’ala della lotta ai migranti, può essere un colpo. Il voto tende a isolare il partito di Salvini che ha appena abbracciato Orbán e ha ricevuto gli applausi inquietanti di Steve Bannon, l’ex consigliere trumpiano che teorizza la disgregazione europea e la chiusura dei confini nazionali. Ma l’esito di ieri conferma anche l’identità irrisolta dei Cinque Stelle. Essere contro la Lega su Orbán, e con Salvini sul copyright, fotografa alla perfezione una contraddizione cronica che si riverbera sull’esecutivo del premier Giuseppe Conte”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Il botta e risposta indiretto tra il presidente Mattarella e il vicepremier Salvini sul rispetto delle leggi è il tema dell’editoriale di Stefano Folli su Repubblica. “Il richiamo di Sergio Mattarella alla Costituzione, cui tutti devono deferire, non è il primo passo di uno scontro istituzionale. Certo, chiunque ha inteso che le parole del presidente della Repubblica erano rivolte a Salvini. Ma non è nell’interesse di nessuno che sia varcata la soglia che separa il monito — come si dice in questi casi — dall’apertura di un conflitto devastante. Non è questo che vuole il capo dello Stato, non a caso attento a calibrare con scrupolo ogni parola. E a ben vedere non è nemmeno nell’interesse del frenetico ministro. Il quale non può non sapere che il suo consenso pubblico, ormai imponente, ha pur sempre un tallone d’Achille. Ed è il rischio di generare instabilità e incertezza presso un elettorato, che vuole sicurezza e un freno agli immigrati, ma apprezza poco tutto ciò che minaccia il lavoro, la produzione e il mercato. Salvini si muove sempre sul crinale. Attacca i magistrati, rinfaccia loro di “non essere eletti”, lascia intendere che le inchieste che lo riguardano a proposito della nave Diciotti sono parte di un’operazione politica, ironizza, appende l’avviso di garanzia sulla parete dell’ufficio... insomma si comporta come nessun ministro dell’Interno ha fatto in tempi recenti. Il meno che poteva attendersi è che Mattarella lo redarguisse con un “memento” circa i doveri istituzionali, il primo dei quali è il rispetto dei propri ambiti e degli altri poteri dello Stato. Ma sarebbe un errore non leggere l’altra parte dell’intervento del presidente. Laddove ricorda anche ai magistrati — e non è la prima volta — i loro doveri: il primo dei quali consiste nel non abusare dell’autonomia garantita dalla Costituzione. Fare politica con la toga è un peccato civile, si potrebbe dire, che scardina l’equilibrio generale, creando le premesse per un’eterna sfida all’Ok Corral. In breve, ora tocca al leader leghista mostrare senso della misura. Tutti i sondaggi registrano un successo così ampio del messaggio nazionalista che adesso la scommessa è un’altra: riuscirà il vicepremier a fermarsi per consolidare sul piano istituzionale la propria immagine? Ovvero proseguirà a testa bassa a costo di rendere inquieto il suo stesso elettorato? Le parole di Mattarella, sotto questo profilo, sono un buon test (uno “stress-test”, si potrebbe dire) per valutare quale indirizzo prevarrà. Continuare infatti a contrapporre il successo elettorale al diritto, cioè alle regole di fondo di una democrazia, è una strada che porta in un vicolo cieco. Mattarella in fondo ha fornito a Salvini un buon consiglio, se saprà coglierlo senza dar retta agli oltranzisti”.
 
Alberto Mingardi, La Stampa
L’editoriale di Alberto Mingardi sulla Stampa si concentra sul dibattito internazionale sul ruolo dei giornali e della stampa in generale anche alla luce del voto europeo sul copyright. “I cosiddetti populisti hanno per anni accusato i loro predecessori di voler asservire l’informazione: pensate alle polemiche, spesso condivisibili, sull’«occupazione» della Rai. Pensavamo fossero critiche, invece era un programma. L’attuale governo sta facendo esattamente ciò che rimproverava agli odiati Renzi e Berlusconi: prendere il controllo della Rai, usare la pubblicità delle partecipate a fini politici. Più in generale, se la Silicon Valley non ama né Donald Trump né i suoi epigoni europei, questi ultimi sono convinti che il loro successo dipenda dal superamento dei media tradizionali. Attraverso i social, essi costruiscono, giorno dopo giorno, quel rapporto diretto fra elettori e eletti che è un ingrediente essenziale della loro ideologia. L’obiettivo è quello di mettere in scena una democrazia senza bardature, dove la rigidità delle regole non è più un ostacolo alla reazione immediata alle sollecitazioni del «popolo». Piaccia o non piaccia, la storia della democrazia è anche la storia dei giornali. La libera stampa non è perfetta, come nulla è perfetto a questo mondo. Essa è però la precondizione di un’opinione pubblica informata: che ha bisogno di una polifonia di opinioni ma anche di chi metta risorse e competenze per dare notizie, soprattutto se sgradite a chi governa. Più che le singole iniziative, colpisce quindi il disegno, la guerra ai giornali. Per alcuni è il sogno romantico della democrazia diretta, senza filtri. Quei «filtri» sono tuttavia indispensabili per avere una informazione non frammentaria, che consenta di conoscere davvero quel che viene deliberato ed eventualmente di reagire ad abusi e soprusi. C’è un motivo se il potere vuole avere un rapporto diretto col singolo individuo. E’ che il singolo individuo, apparentemente emancipato da tutte quelle strutture che si inter- pongono fra lui e il governo, in realtà è disarmato. Inerme. Il suddito ideale”. 
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