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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 12/09/2018

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Tajani: contro regole sul copyright pressioni indebite
Contro la proposta di direttiva Ue sui diritti d’autore nel mercato unico digitale si stanno scatenando pressioni indebite. Lo rivela Antonio Tajani, presidente dell’Europarlamento, intervistato sul Quotidiano Nazionale da Pierfrancesco De Robertis. Perché è così importante la nuova normativa? «La direttiva vuole impedire che i giganti del web possano utilizzare i prodotti giornalistici, cinematografici e di fiction e non pagare nulla. Difendere il diritto d’autore e la giusta remunerazione per chi nel proprio Paese produce contenuti originali vuol dire per esempio impedire ai giganti del web l’utilizzo indiscriminato di opere prodotte in Italia e in Europa. Senza la difesa del diritto d’autore non avremmo più Checco Zalone, Sordi, Totò, ma solo produzioni delle grandi major americane. È fondamentale dare delle regole al mondo del web perché oggi ci troviamo in una sorta di Far West dove tutti possono fare ciò che vogliono. I giganti del web pagano pochissime tasse, conseguono anche grazie a questo ingentissimi guadagni, non creano posti di lavorano e portano tutto o negli Stati Uniti o in Cina». C’è anche un tema di responsabilità delle piattaforme rispetto a quanto viene pubblicato. «Esattamente. I giornalisti sono responsabili di ciò che scrivono, come lo sono i direttori che firmano il giornale. Tutto questo nel web non c’è. Chi è responsabile di un qualcosa di brutto o sbagliato che viene pubblicato in un social? Nessuno». Quando sul copyright si votò una prima volta a Strasburgo, nel luglio scorso, in Rete circolò la notizia che volevate chiudere Wikipedia. «Fake news, appunto. Il tutto fece parte delle operazioni poco limpide messe in atto da chi tese e tende anche adesso a influenzare il libero voto dei parlamentari Ue. Che cosa sta accadendo adesso? «Da settimane stanno arrivando alle caselle di posta dei deputati migliaia di mail, molte di queste neppure dall’Europa, per esercitare indebite pressioni. Si tratta di un’operazione orchestrata».
 
Pignatone: su Mafia Capitale avevamo ragione
«Premesso che la presunzione di non colpevolezza vale fino al terzo grado di giudizio, oggi posso e devo dirlo: avevamo ragione». Lo afferma il Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, intervistato da Carlo Bonini di Repubblica all’indomani della sentenza di appello su Mafia Capitale. Avevate ragione a dire che che a Roma la mafia esiste anche se non si chiama ‘Ndrangheta o Cosa Nostra? «Che i fatti accertati dalla nostra inchiesta sono risultati sussistenti. E dunque che una rete criminale di intimidazione, corruzione e turbative d’asta ha inquinato l’amministrazione capitolina per lungo tempo. E che quell’organizzazione criminale aveva le stimmate dell’associazione mafiosa. Sapevamo bene che Mafia Capitale non era Cosa Nostra o la ‘Ndrangheta. Ma abbiamo anche sempre ripetuto che l’articolo 416 bis del codice penale non è una norma che parametra la mafiosità di un’associazione criminale sulle caratteristiche antropologiche e organizzative delle mafie tradizionali, bensì sulla forza di intimidazione e la riserva di violenza. E Mafia Capitale le presentava entrambi». Una mafia che non controlla il territorio con la violenza non può essere mafia, si è detto e ha detto, per altro, il collegio di primo grado. «Il lavoro di un magistrato è l’applicazione della legge. E nell’articolo 416 bis del codice penale non si parla né di controllo del territorio, né di uso delle armi. Il controllo del territorio e l’uso delle armi sono parametri di valutazione per apprezzare la forza di intimidazione di un’associazione mafiosa. Ma quella forza, dice la Cassazione e dice ora la Corte di appello, si può esplicare anche nel controllo dell’ambiente sociale, come nel caso di Mafia Capitale».
 
Sarraj: Haftar rispetti gli accordi di Parigi
Il generale Haftar deve rispettare gli accordi raggiunti a Parigi. Lo afferma il premier libico Fayez al-Sarraj, intervistato sul Corriere della Sera da Lorenzo Cremonesi  L’incontro due giorni fa tra Moavero Milanesi e Khalifa Haftar a Bengasi è letto da molti come un riposizionamento del nuovo governo a Roma. Meno sostegno per lei e molto più per Haftar. Concorda? «Moavero mi ha raccontato nel dettaglio del colloquio con Haftar. Siamo stati concordi nel ribadire che dobbiamo lavorare uniti, ma nulla vieta questi incontri bilaterali. Con Haftar siamo fermi ai risultati raggiunti alla conferenza di Parigi a fine maggio. E su quella base occorre preparare la conferenza prevista in Italia a novembre. Ma va pensata bene: inutile incontrarsi senza risultati, sarebbe controproducente. E occorre che la comunità internazionale si organizzi. Francia e Italia devono risolvere le loro dispute bilaterali riguardo alla Libia. Qui la situazione è già gravissima, inutile gettare altra benzina sul fuoco». Lei dove si colloca tra la posizione francese, che esige elezioni in Libia entro il 10 dicembre, e quella italiana, che vorrebbe più tempo per prepararle meglio? «Delle elezioni si era parlato a Parigi. Ma occorre prima votare il documento costituzionale che è pronto, ma non approvato. Purtroppo il parlamento di Tobruk non lo ha ancora esaminato. Senza Costituzione come si può andare al voto nazionale? E comunque prima di votare occorre che il Paese sia sicuro. Non si può votare con l’instabilità nelle strade». Haftar ha dichiarato l’intenzione di ordinare alle sue unità militari di prendere Tripoli. Crede possa farlo? «Vorrei ricordare a Haftar che i nostri accordi raggiunti a Parigi prevedono di lavorare assieme per obbiettivi comuni e contro le iniziative unilaterali. Ci siamo detti che si deve privilegiare il dialogo e che qualsiasi violazione di tali intese avrebbe rappresentato un danno per tutti. Ovvio che queste sue ultime dichiarazioni bellicose contraddicono lo spirito di Parigi».
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