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Il governo della nostalgia

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 12/09/2018

Il governo della nostalgia Il governo della nostalgia Antonio Polito, Corriere della Sera
“Un’irresistibile nostalgia del passato ha preso il governo del cambiamento”. Antonio Polito sul Corriere della Sera scrive delle ragioni che spingono Lega e M5s a contrastare le ricette economiche del liberalismo. “Il fastidio che Salvini ha esternato per le file milanesi davanti a Starbucks è pari solo al disprezzo con cui Di Maio giudica il lavoro domenicale nei centri commerciali. Frappuccino e outlet, insieme con Erasmus e Ryanair, sono stati tra i simboli della generazione nata a cavallo dei due secoli, educata a una nuova libertà dei consumi e dei costumi, che ha colonizzato e omologato le grandi capitali europee. Ma oggi il messaggio è: statevene a casa ragazzi, fatevi il caffè con la moka e santificate il giorno di festa, come si faceva un tempo. Tutta questa nostalgia del passato può avere talvolta effetti comici; ma va presa sul serio perché è molto moderna. Risponde appieno alla paura di una società che è stata disillusa dalla retorica del futuro, dalla promessa di uno scambio tra sacrifici e nuove opportunità, rivelatasi in Italia vuota e beffarda. È figlia della grande paura della competizione di una fetta del Paese che spera di potersi rifugiare nella protezione di un Leviatano pubblico, così forte da poter fare a meno di tutti, compresi gli altri Stati europei. I Cinquestelle sognano questo ritorno al passato come il futuro: l’utopia di un governo «etico» che insegna ai cittadini la strada verso il Benessere Collettivo. I sovranisti lo scelgono invece con crudo realismo, perché concepiscono il futuro come il passato, e cercano nello scontro tra nazioni il riscatto della «grande proletaria». Ma tutt’e due sono l’effetto, non la causa, di un malessere nazionale che spinge oggi la maggioranza degli italiani a sperare nel passato. Forse il problema più grande del nostro Paese”.
 
Attilio Bolzoni, Repubblica
La sentenza di appello su Mafia Capitale, che ha riconosciuto l’associazione di stampo mafioso, rappresenta “una verità che fa paura”. Lo sostiene Attilio Bolzoni su Repubblica. “Con le prime reazioni a questo verdetto viene da pensare che il problema non fossero soltanto gli odierni imputati ma piuttosto una questione più seria e complessa: può esistere o non può esistere la mafia nella capitale d’Italia? Evidentemente è il potere del 416 bis, che ha fatto perdere la trebisonda anche con pene carcerarie più lievi e ha fatto sproloquiare chi direttamente o indirettamente lo subisce. Potere del 416 bis, arma insidiosissima che a tutti i costi si era voluta disinnescare nel dibattito pubblico approfittando di una sentenza di primo grado che non ha avuto il coraggio di riconoscere ciò che era ben riconoscibile. Potere del 416 bis, che adesso rimette in discussione il territorio: Roma. E le sue mafie. Da questo momento in poi sarà faticoso sostenere quella tesi negazionista che tanti fan ha trovato in questi quasi quattro anni, da quando è stata svuotata una sacca maleodorante dove crimine e Pa si incrociavano, dove c’era un pezzo di Comune e un altro pezzo di Regione sottomesso alle voglie e agli appetiti di un “nero” e di un “rosso” che andavano amorevolmente d’accordo, dove tutto era controllato con la violenza e il denaro della corruzione. È una sentenza che fa paura perché può fare storia, perché tira una linea molto netta: il prima e il dopo. In ballo al processo non c’erano soltanto quei due e i loro pittoreschi guardaspalle o certi tirapiedi politici facilmente sostituibili, in ballo c’era una città che non doveva e non poteva essere sporcata con la mafia e dalla mafia. Doveva restare fuori Roma, estranea, lontana”.
 
Paolo Giacomin, Quotidiano Nazionale
Sul Quotidiano Nazionale Paolo Giacomin firma un editoriale sulla proposta di direttiva Ue sui diritti d’autore nel mercato unico digitale che l’Europarlamento dovrà votare oggi. “La libertà di informazione è la condizione indispensabile di ogni democrazia liberale. La condizione indispensabile di un’informazione libera è la libertà economica. Per questi motivi ciò che è in ballo oggi in Europa riguarda tutti. La direttiva, tra le altre cose – ricorda Giacomin -, prevede che le grandi piattaforme digitali che guadagnano dalla diffusione dei contenuti, remunerino chi li ha prodotti. Non solo editori e giornalisti, ma tutti gli autori: scrittori, musicisti, parolieri, poeti, artisti. Un argine, insomma, contro la potenza dei giganti del web e non un bavaglio alla libertà della Rete che con questa vicenda non c’entra nulla. Non si fermerà l’innovazione, non finirà la Rete e non finiranno certamente i colossi che oggi dettano legge dai social ai motori di ricerca, non ci sarà censura. Più semplicemente una parte (minima) dei ricavi dei colossi di Internet ricompenserà il lavoro di chi produce i contenuti. Stupisce, al contrario, che chi è contro la direttiva sul copyright non si renda conto che invoca la libertà del popolo ma finisce oggettivamente per fare gli interessi dei titani del web. Quanto ai cittadini, la riforma del copyright non toccherà la possibilità di ciascuno di essere cittadini digitali – pubblicare blog, discutere sui social network, dire la propria – ma darà invece ossigeno all’informazione professionale. L’unica in grado di garantire a tutti la possibilità di essere cittadini informati e non vittime del medioevo delle fake news”.
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