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Altro parere

Quando i principi universali si usano solo per fare lobbying

Redazione InPi¨ 11/09/2018

Altro parere Altro parere Fabio Macaluso, Sole 24 Ore
Domani l’assemblea plenaria del Parlamento Europeo voterà la proposta di direttiva sul diritto d’autore, che dovrebbe riformare il settore della distribuzione in Rete dei contenuti protetti dal copyright. Fabio Macaluso, avvocato esperto di diritto d’autore, in un approfondimento sul Sole 24 Ore chiarisce i punti della direttiva sul copyright. Essa riguarda – spiega Macaluso - la diffusione di contenuti editoriali, film, serie tv o prodotti musicali, al centro dell’attività illegale della pirateria gestita da organizzazioni criminali internazionali. È stato stimato che il suo fatturato annuale ammonta solo in Italia a circa 6 miliardi di euro e calcolato che nel 2017 il 37 per cento degli adulti italiani ha fruito illegalmente di film e serie tv, con circa 631 milioni di atti di pirateria compiuti. Un flagello che ha effetti gravi sui processi di produzione culturale, con un danno ingente per tutta la filiera, che racchiude autori, editori e altri produttori di contenuti creativi. Di fronte a un fenomeno così evidente, l’adozione di una normativa che ponga un argine al fenomeno dovrebbe essere un atto dovuto. Ma non è così perché motori di ricerca come Google o piattaforme social come Facebook generano ricavi attraverso il consumo da parte dei loro utilizzatori di contenuti diffusi illegalmente, dispensando avvisi pubblicitari e acquisendo dati personali per profilare i comportamenti politici, sociali e di mercato dei propri utenti. Questi soggetti stanno svolgendo in queste ore un’imponente azione di lobbying in nome di principi universali, quale il libero accesso alle informazioni e la libertà di espressione. Come osservato da un magistrato attento come Giangiacomo Pilia, «sarebbe opportuno far comprendere che la pirateria lede interessi, libertà e diritti che sono vitali in ogni società tecnologicamente avanzata». E per questo non vi sarebbe miglior soluzione che l’adozione di un testo di direttiva che tuteli efficacemente il lavoro creativo, seppur ciò possa dispiacere agli strapotenti signori della Rete.
 
Gianfranco Marcelli, Avvenire
Quando domani mattina, alle 9 in punto, pronuncerà il suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione Europea nell’emiciclo di Strasburgo, si può scommettere che Jean-Claude Juncker si guarderà bene dal citare la conclusione del "caso Selmayr", l’ultima ingloriosa pagina di una presidenza della Commissione Ue, la sua, già ben poco memorabile. Gianfranco Marcelli, su Avvenire, si sofferma sulla scadenza del mandato di Jean Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea. La vicenda è esplosa circa sei mesi fa, prima nei corridoi di Bruxelles e poi nell’Europarlamento, che aveva votato una severa censura contro l’Esecutivo e il suo numero uno. Infine, la settimana scorsa, il "difensore civico" dell’Unione, la irlandese Emily O’Reilly, ha presentato un rapporto di 39 pagine, con dentro un nuovo duro atto d’accusa contro Juncker e tutti i suoi colleghi. Ma in che cosa consiste quello che molti media europei hanno definito il "Selmayrgate"? Il personaggio chiave è Martin Selmayr, tedesco quarantasettenne vicino ai Popolari, già portavoce di Barroso. Il 21 febbraio scorso, con un colpo di mano accuratamente predisposto, è stato nominato Segretario generale della Commissione, mentre fino a 24 ore prima era solo capo di gabinetto personale di Juncker. È emerso anzitutto che l’intenzione di dimettersi del predecessore di Martin, l’olandese Alexander Italianer, era nota solo a Juncker e allo stesso Martin ed è stata tenuta segreta. Nei giorni precedenti alla riunione decisiva, erano poi state organizzate alcune nomine e rinunce, per consentire a Martin di presentarsi candidato alla carica di Segretario generale aggiunto: da semplice capo di gabinetto, infatti, non poteva arrivare alla carica suprema. Il presidente della Commissione propone ai colleghi di nominare i due nuovi "aggiunti" del Segretario generale: Martin e Clara Martinez Alberola, guarda caso capo di gabinetto aggiunto di Martin. L’ok arriva unanime senza problemi, ma ecco il colpo di scena finale: il Segretario ancora in carica, Italianer, annuncia ai commissari le sue dimissioni e subito Juncker, fingendo pure sorpresa, chiede ai colleghi di nominare "sul campo" Martin nuovo Segretario generale, per evitare vacatio.
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