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Sprofondo Sud

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 02/08/2018

Sprofondo Sud Sprofondo Sud Sergio Rizzo, Repubblica
Dal Sud ormai si scappa. I dati Svimez, analizzati da Sergio Rizzo su Repubblica, raccontano un Sud dove “scappano i giovani, scappa chi cerca lavoro, scappano, soprattutto, i laureati: negli ultimi sedici anni se ne sono andati via in cerca di fortuna, verso il Nord o all’estero, 218.771” Numeri che riportano l’orologio del Mezzogiorno “indietro agli esodi biblici del dopoguerra, con la differenza che non fuggono più i disperati con la valigia di cartone. Stavolta se ne va il capitale umano. In tutte le regioni del Sud i laureati che si trasferiscono nel Centro Nord superano il 27%”. Dal 2002 al 2016 hanno lasciato il Sud un milione 883.872 residenti, e di questi 783.511 non sono più tornati: “Come se una città poco più piccola di Napoli fosse stata cancellata dalle mappe; il bello è che i tre quarti degli emigrati sono giovani di età compresa fra i 15 e i 34 anni: 564.796, numero pari agli abitanti dell’intera Basilicata. E siccome il fenomeno non accenna a diminuire, le previsioni sono terrificanti”. Di conseguenza, ammonisce la Svimez, “il Mezzogiorno diventerà l’area più vecchia d’Italia e sarà fra le ripartizioni più anziane d’Europa, con un’età media che crescerà dagli attuali 43,3 anni a 51,6 anni”. Il Sud sta dunque morendo, chiosa Rizzo: “il dramma è che ciò accade nell’indifferenza più totale della politica, della burocrazia, della finanza, degli apparati produttivi e di potere: dell’intera classe dirigente”.
 
Giovanni Belardelli, Corriere della Sera
“Immobilismo, spettro di una nuova scissione, lotta di tutti contro tutti, suicidio: questi sono alcuni dei termini più spesso usati negli ultimi tempi per descrivere una crisi del Pd che, per giudizio unanime, è ormai gravissima ma anche difficilmente decifrabile nella sua sostanza politica”. Lo scrive Giovanni Belardelli sul Corriere della Sera. E aggiunge: “si è detto e scritto più volte che a essere in crisi è l’intera sinistra europea (e non solo), giudicata a torto o aragione la rappresentante delle élite, dell’establishment, e per questo abbandonata dai ceti popolari che le preferiscono i partiti variamente definiti come populisti. Sta di fatto che nel caso del Pd questa crisi si presenta con caratteri particolarmente accentuati e potenzialmente ultimativi”. A chi ha a cuore le sorti del Pd, “non foss’altro perché ha a cuore la salute di una democrazia che sempre necessita di un’opposizione vitale, giova lasciare da parte i termini di un dibattito troppo legato alla tattica politica — la data del congresso e delle primarie, l’eventualità o meno di una collaborazione futura con i Cinque Stelle— e guardare alla storia”. “Basta un’elementare cognizione del passato italiano ed europeo per richiamare alla mente come la sinistra sia nata per affermare e difendere i diritti, all’inizio la stessa vita, dei lavoratori che la rivoluzione industriale andava moltiplicando di numero – conclude Belardelli -. Con tutta evidenza da tempo non è più così, ma senza che, temo, nelle varie formazioni che si collocano a sinistra, anzitutto entro il Pd, ci si sia mai interrogati su questo percorso”.
 
Danilo Taino, Corriere della Sera
Per Danilo Taino, sul Corriere della Sera, “la domanda della Regina Elisabetta, il 5 novembre 2008 durante una visita alla London School of Economics, riecheggia ancora oggi”. “«Perché nessuno se n’è accorto?», chiese riferendosi alla crisi finanziaria scoppiata nemmeno due mesi prima – sottolinea Taino -. Gli economisti presenti vacillarono un po’. E, in molti casi, vacillano ancora. Ora, l’Ifo di Monaco di Baviera, uno dei centri di studio più influenti della Germania, ha realizzato assieme al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung un sondaggio interessante tra quasi 150 economisti tedeschi per capire che lezioni hanno tratto da quella crisi: si scopre che, per quanto gli eventi del 2007-2008 li abbiano colti di sorpresa, continuano a credere nella rilevanza di se stessi”. Il 77% ammette “che dopo la crisi la loro influenza sulla politica non è aumentata ma il 71% ritiene che comunque la loro influenza su governi e partiti dovrebbe essere maggiore”. E risultati del tutto simili, evidenzia Taino, “l’Ifo trova quando passa a chiedere dell’influenza sull’opinione pubblica: il 78% degli economisti tedeschi dice che la loro influenza sui cittadini e sui media non è aumentata dal 2008 ma il 66% afferma che gli economisti dovrebbero averne di più. Questo, nonostante il fatto che il 66% ritenga che la crisi non prevista e poco capita abbia danneggiato la reputazione della categoria”. C’è qualche problema: “solo il 53% di coloro che insegnano economia agli studenti hanno riconsiderato, dopo la crisi, i loro modelli e i loro assunti; il 37% no”.
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