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Altro parere

Se il contratto Ŕ ben congegnato

Redazione InPi¨ 16/05/2018

Altro parere Altro parere Paolo Becchi, Libero
Per il filosofo e politologo Paolo Becchi, tra M5S e Lega “L’accordo sul programma si trova; l’accordo sulla «staffetta», credo, si possa raggiungere, l’unico problema serio che resta, è quello degli alleati, di quella coalizione di cui Salvini continua a fare parte”. Perché “un governo di legislatura, come quello cui pensano Salvini e Di Maio, ha bisogno di una maggioranza stabile, la quale - dopo che Berlusconi riabilitato è, di fatto, passato all’opposizione - può essere garantita solo dai voti di Fratelli d’Italia”. Fdi deve, dunque, entrare nell’accordo di governo: “Ma come, senza urtare le sensibilità del Movimento?”, si chiede Becchi. Che indica così la strada verso la risposta: “ sul modello della differenza - comune nel diritto - tra «sinallagma genetico» e «sinallagma funzionale», si potrebbe immaginare un contratto di governo articolato su due momenti: l’uno, relativo alla formazione del governo ed avente ad oggetto il modo in cui si regolerà, nel suo complesso, la «staffetta»; l’altro, relativo al funzionamento del governo ed avente ad oggetto lo scopo comune alle parti che vi entreranno, anche progressivamente, a farne parte (salvo ovviamente il consenso delle parti originarie)”. Il primo “sarebbe sottoscritto solo da M5S e Lega, mentre il secondo recherebbe la sottoscrizione delle forze politiche che entrerebbero a far parte della coalizione di governo, previo - va ribadito - consenso delle due parti”. “È evidente che non si tratti, semplicemente, di una questione «formale» - spiega Becchi - in gioco c’è, piuttosto, ilcomplicato rispetto delle alleanze pre-elettorali, il rapporto di ciascun partito con i suoi elettori. Ma a far nascere il primogoverno sovranista della storia italiana, può forse bastare, ormai, solo un contratto ben congegnato”.
 
Stefano Feltri, Il Fatto Quotidiano
“Per anni i top manager italiani che lasciavano le loro aziende avevano un argomento per strappare indecorose buonuscite o per negoziare incredibili stipendi prima dell’assunzione: c’è il mercato internazionale competitivo, se vuoi la qualità devi pagarla. E l’esempio per dimostrare che all’estero tutti si contendessero il talento degli italiani era sempre lo stesso: Vittorio Colao, amministratore delegato di Vodafone, il colosso globale della telefonia”. Così Stefano Feltri sulle pagine economiche del Fatto Quotidiano. “Mentre qui da noi i vari Paolo Scaroni, Mauro Moretti, Alessandro Profumo dopo aver incassato milioni e milioni da aziende che non li hanno mai rimpianti rimanevano semi-disoccupati – qualche consulenza, qualche boutique finanziaria – o inseguivano altri posti del capitalismo pubblico con nomine politiche – afferma Feltri -, Colao continuava la sua ascesa. Ieri, dopo 10 anni, ha annunciato l’addio a Vodafone: dal 2009 il titolo è cresciuto del 43,93 per cento, più del mercato (l’indice Ftse 100 ha segnato +42,54)”. “Non sappiamo quanto avrà Colao di buonuscita né quale sia la somma dei suoi stipendi e stock option di questo decennio. Ma a occhio sembrano meritati – continua Feltri -. Non sappiamo neppure se Colao tornerà in Italia (ma quale aziendina può permetterselo?) o rimarrà a livello globale. Di sicuro da oggi è ancora più evidente che soltanto lui, tra i top manager italiani, ha un vero mercato internazionale, con le eccezioni di Giuseppe Giordo cacciato da Finmeccanica e ora ad del colosso Aero Vodochody, e di Mario Greco, fuggito da Generali per Zurich”. “Gli altri boiardi del capitalismo italiano si godono le loro rendite, qualcuno addirittura si permette un ultimo giro (il 70enne Fulvio Conti neo-presidente di Tim) – è la conclusione di Feltri -. Sanno che nessuna offerta internazionale arriverà mai a turbare la loro placida attesa di ricche pensioni”.
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