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Consultazioni come un nuovo videogame

Redazione InPi¨ 11/04/2018

Altro parere Altro parere Gabriele Barberis, Il Giornale
Nell’era mediatica del Terzo millennio, evidenzia Gabriele Barberis sul Giornale, “tutto fa spettacolo, persino normali rappresentazioni della vita pubblica possono diventare uno show”. “Sarà da studiare la metamorfosi pop delle consultazioni del Quirinale per la formazione del nuovo governo, un esausto rito della liturgia repubblicana oggi assurto a videogame che attira anche i giovani – continua Barberis -. L’azione invasiva dei social è riuscita a volgarizzare, nel senso divulgativo del termine, una rappresentazione di palazzo a schema libero, orfana di qualsiasi disciplina giuridica, anche se va in scena secondo un copione di immutata consuetudine che si ripete ormai da settant’anni”. Da “messa laica officiata dal presidente della Repubblica”, dunque, “a simpatica baraonda ad uso dei media, amplificata dall’hashtag #consultazioni2018 che ha trasformato l’austera procedura in una partita di calcio o un festival di Sanremo da commentare in tempo reale”. Per questo “stride il contrasto tra l’etichetta del padrone di casa, il presidente Mattarella, e il circo chiassoso che ha piantato le tende al Quirinale”. “L’attuale capo dello Stato, per sortilegio, potrebbe comparire in una foto stinta degli anni ’50 insieme agli statisti dc Fanfani e Pella – conclude Barberis -. Un gran signore d’altri tempi con la chioma candida e cotonata, il completo grigio a tre pezzi, l’eloquio forbito e misurato. Eppure lo specchio deformante del popolo social bypassa beffardamente il suo carattere istituzionale per ridurlo a un rude oste romanesco che «sfancula» i partiti con volgarità assortite pur di non conferire loro l’incarico”.
 
Massimo Fini, Il Fatto Quotidiano
Nessun collegamento tra le vicende Lula e Berlusconi, almeno così è per Massimo Fini sul Fatto Quotidiano. “Quello di Luiz Inácio Lula, il popolarissimo ex presidente socialista del Brasile ora in carcere per un’accusa di corruzione tutta da provare e probabilmente, con ciò, impedito a partecipare alle prossime elezioni presidenziali brasiliane, non è un caso giudiziario, è un caso politico (come non è un caso giudiziario ma politico quello del presidente indipendentista catalano Puigdemont costretto a riparare all’estero per cercare di sfuggire a un mandato di arresto del governo di Madrid)”. Anzi, scrive Fini senza mezzi termini “è l’ennesimo entativo, di ispirazione americana, già riuscito con Dilma Rousseff, di spazzar via una volta per tutte la rivoluzione “chavista”dal Sudamerica”. Perché, per Fini, “il socialismo non ha diritto di esistere nel mondo globalizzato. E non parliamo del comunismo, vedi Corea del Nord. Solo le Democrazie hanno diritto di esistere e se gli avversari sono di natura diversa da quella socialista si va ancor più per le spicce: li si elimina manu militari”. Tornando all’Italia, secondo Fini però “la sinistra,  svegliatasi per un attimo dal suo decennale torpore, si è schierata a favore di Lula con un documento firmato da alcuni dei suoi più importanti esponenti, da Prodi a D’Alema alla Camusso a Bersani, a Epifani”. Nello stesso senso si era espresso pochi giorni fa, proprio sul Fatto, “un ritrovato Fausto Bertinotti”. “Fa piacere che la sinistra italiana, come chiedeva Nanni Moretti, ricominci a dire, se non a fare, cose di sinistra”, commenta ancora Fini.
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